Nata nel 1908 in una delle più ricche famiglie svizzere, da una madre che avrebbe voluto un figlio maschio e come tale la vestì e la considerò, Annemarie Schwarzenbach ebbe una vita difficile, appassionante e intensa, sempre cercando di sfuggire la soffocante tutela materna. Fu amica dei fratelli Erika e Klaus Mann, di Erika fu anche l’amante così come la scrittrice americana Carson McCullers. Visse tra Parigi e Berlino, partecipando attivamente alla vita culturale, ma abbandonandosi anche a ogni eccesso. Fu in quegli anni che i fratelli Mann la introdussero all’uso della morfina, da cui divenne dipendente per il resto della vita. Cercò scampo all’infelicità nell’impegno politico antifascista e nei viaggi, sopratutto in Oriente. La sua figura slanciata, androgina e adolescenziale, lo sguardo buio di malinconia, l’abbigliamento vagamente maschile, colpivano quanti la conobbero. “Angelo devastato” scrisse Thomas Mann. “Angelo inconsolabile” gli fece eco Roger Martin du Gard. In Morte in Persia ritroviamo l’abissale senso di estraneità che connota tutta la sua opera e la sua vita. L’autrice lo definisce un “diario impersonale”, ma è in verità un conglomerato di generi narrativi: autobiografia, cronaca di viaggio, racconto. Che cosa l’aveva spinta verso i deserti della Persia, verso quelle montagne e quelle valli desolate che sembravano lo scenario del dolore universale? Una fuga disperatamente e insieme il sogno di un miracoloso ritrovamento di se stessa e degli altri.