22 luglio 2010
Scrittori malati di cinema: Anna Pavignano e Amara Lakhous all'Isola del Cinema
Vi invitiamo a partecipare ad una  fresca serata sull’Isola tiberina, manifestazione ISOLA DEL CINEMA per “ Scrittori malati di cinema” Spazio Bibl...
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di Daniele Scaglione
 
 
Rose del Maghreb
AA.VV.
Collana: Dal Mondo
Sottocollana: Le Rose
Area geografica: Letterature nord-africane, arabe e del Medio Oriente
Traduzione: Daniela Marin
ISBN: 88-7641-545-9
Pagine: 160
Data di pubblicazione: 2003
 
Euro 15,00
 
IL LIBRO
Inventare un linguaggio capace di esprimere i colori di un luogo, la luce delle ore la trasparenza dell’aria, avendo come pubblico il silenzio. E’ con la descrizione di questo affascinante esercizio di danza che la narratrice di Petit Casino di Colette Fellous, apre la raccolta di queste Rose, riandando al tempo della propria infanzia quando inventava passi e volteggi capaci di interpretare la magia di quelle ore pomeridiane assolate e silenziose sulla terrazza dell’appartamento che i suoi prendevano in affitto per le vacanze estive. La protagonista si rivede mentre cerca di ”parlare di una lingua invisibile che non è capace di abbandonare”; con le sue figure la bambina tracciava i segni di ciò che sentiva profondamente radicato nella sua identità, e come sospesa sulla terrazza al di sopra del bar Le Petit casino, intercettava e traduceva con la sua danza un testo da decrittare. Ma il suo sguardo è anche rivolto al cielo dove un altro potente richiamo esercita la sua attrazione, nella sottile scia di luce che gli aerei tracciano verso una meta che un giorno sarà il suo approdo, la Francia. L’immagine è singolarmente eloquente e ci trasmette il senso di un ininterrotto oscillare tra le sponde di due culture e due identità che non cessano di coesistere, mescolarsi e sovrapporsi come nell’immaginario infantile della protagonista il Petit Casino la rinvia al quadro di Cezanne I Giocatori di carte che percepisce “come fossero suoi parenti”… Anche nei seguenti racconti vive e si esprime una rappresentanza di figure femminili elusive e silenziose, semplici e sapienti , apparentemente arrendevoli e tuttavia capaci di imprimere all’interno del loro universo familiare e domestico il segno di una comprensione e di una profonda saggezza. Come la anziana Lalla (La pazienza è bella, di Farida Benlyazid) che, armata dei semplici precetti del Corano nella tempesta dei drammi coniugali sa consolare e istruire la giovane nipote sposata da poco e disperata per le infedeltà del marito, e che malgrado l’ istruzione ricevuta e la spregiudicata modernità crolla al primo colpo di vento. Nella desolata esistenza della umile servetta di una dispotica padrona, nel racconto Tra Lupi e Cani di Nadia Chafik, l’ingenua credulità della protagonista bistrattata attribuisce a un genio malefico l’origine delle sue sventure ma anche la realizzazione di un sogno impossibile di riscatto come improbabile stella della canzone, ma è solo un sogno dal quale le percosse brutali della padrona la strappano ancora una volta. Ne L’Indovino di Sophir El Grulli è di scena la storia di due cugini indotti a sposarsi per la tranquillità e la serenità di due sorelle che ricorrono agli uffici di un indovino per cementare un’unione che non vuol saperne di dare i suoi frutti, e che dà luogo a un racconto pieno di ironia e gustoso sarcasmo il cui finale sospeso si prende gioco dei trucchi e degli espedienti puerili delle due credule donne. Nel commovente racconto La Cugina di Leila Sebbar un’antica storia d’amore e il bimbo che ne è nato verso il quale la protagonista ormai anziana riversa il suo affetto di nonna adottiva per molti anni, il ritorno della madre legittima, la cugina appunto, rischia di infrangere una lunga consuetudine di affetto e la fonte di ogni tenerezza con la minaccia un rapimento che la priverebbe del centro caldo e palpitante del suo universo affettivo. Nella delicata e toccante storia di Annie Cohen Viridiana, amore mio, un oscuro e pressante sentimento di colpa nei confronti della madre malata e le ristrettezze economiche suggeriscono alla protagonista del racconto di andare a fare la domestica, un lavoro che poco si addice all’istruzione ricevuta e allo stile di vita della famiglia. Ma lo stato di costrizione e l’avvilimento suscitano sorprendentemente nella ragazza il ricordo solare e tenero delle tante domestiche che hanno abitato la casa della sua infanzia e che come in un gioco di felici e poetici rimandi si condensano nella bellezza e nel mistero pieno di magia del capolavoro di Bunuel, mito incontrastato del cinema per la giovane. Così la umile funzione della domestica si trasforma in un’immagine commovente e liberatoria: “qualcosa che ci era tanto caro in Francia ed in Algeria: le domestiche. Così caro che io non vorrei finire i miei giorni senza esser stata, domestica, anch’io…” In tutti i racconti prevale la descrizione di un mondo intimo e domestico intessuto di una complessa rete di legami d’affetto e di reciproca dipendenza, la descrizione delle pieghe più profonde e nascoste dei sentimenti, una aspirazione tenace alla libertà e nel contempo un rispetto consolidato verso le regole della tradizione e i suoi divieti. In queste Rose del Maghreb si esprime nei modi e nei contesti più diversi un animo delicato e percettivo, l’intelligenza del cuore e la consapevolezza di una identità composita e dinamica, mobile e intenta a una costante e vivace perlustrazione di un panorama culturale che viaggia tra mondi contigui differenti e strettamente allacciati. Sono voci di donne che vivono con pienezza e vitalità la propria capacità di esprimere con raffinatezza, ironia e tenerezza il mondo composito che trascorre tra diverse culture, lingue religioni e credenze e che sa muoversi con ispirazione autentica e originale talento nella scrittura senza perdere il filo della continuità tra tradizione e modernità.

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