30 luglio 2010
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di Daniele Scaglione
 
 
Il silenzio del pattinatore
Juan Manuel De Prada
Collana: Dal Mondo
Area geografica: Letteratura spagnola
Traduzione: Stefania Cherchi
ISBN: 88-7641-477-0
Pagine: 192
Data di pubblicazione: 2002
 
Euro 14,00
 
IL LIBRO
A quanto pare de Prada, giovane stupefacente scrittore, alla sua quinta prova in Italia, non può e forse non deve, conformarsi in alcun modo e per alcun verso per stile, contenuti e perfino quanto a genere letterario alla comunità di quanti oggi con vario valore si classificano a giusto titolo come narratori, poeti, in una parola scrittori. Nel Silenzio del Pattinatore, raccolta di racconti, quello che tassello dopo tassello de Prada mette in scena non è tanto, o non soltanto, un mondo nel quale si compongono i quadri di una mitologia che attinge tanto dall'universo familiare e domestico dell'infanzia quanto dal popoloso scenario della cultura pregressa della Spagna falangista. C'è molto di più. C'è, inanellata per scene in sequenza, una sorta di Passione illustrata, la genealogia di una vocazione letteraria, individuata, concepita e messa in atto da uno spirito che con determinazione , disperazione e ulcerante sarcasmo persegue in essa la più inaccessibile, ardua e unica ragione d'essere. Così, senza tentennamenti, con mano di ferro ( che via via si ammanta di ben più preziosi metalli), non esita a sbaragliare ogni intralcio sentimentale, romantico, ideale e personale per toccare questa meta e farla sua. Una simile ambizione, una sfida tanto audace sembrerebbe di primo acchitto esser destinata a dar luogo a una prosa irrespirabile e raggelante. Non è così. La raccolta si inaugura con la figura comica e inquietante di uno strangolatore in guanti di gomma (Le Mani di Orlac): un pazzoide lunatico dall'aria mite e perfino tenera che l'adolescente narratore incontra sul treno per Irùn. Ma non è nel terrore della plausibile vittima che risiede la malìa e la chiave del racconto bensì in ciò che quelle mani inguainate di gomma rosa possiedono: il dono fatidico di trasmutare una manciata di centesimi in oro puro. In altri racconti, come Signorine color seppia o Concerto per le massoni ci accorgiamo che dietro le visioni allucinate e notturne che rimandano al cinema di Bunuel o del Fellini più onirico e sontuoso di Satyricon e di Casanova, oltre lo schermo occhieggiano i segni e le avvisaglie di una vicenda personale, interiore che non tralascia spunti autobiografici. In Uomini senz'Anima assistiamo alla squisita e irresistibile riproposta di un film dell'orrore duplicato nella realtà fittizia del racconto che a sua volta rimanda in un gioco vertiginoso di specchi alle pagine di Poe. Nel Galletto Cieco ci si imbatte nella più caustica e irriverente delle parodie letterarie inscenata con una caricatura crudelissima di Borges ma, nel medesimo tempo, il racconto è di fatto anche la più audace celebrazione dello scrittore argentino. Non mancano in questo universo sublunare elementi di atrocità e mostruosità nittalopi, ma tutto appare come temperato dal suo valore strumentale che risiede nella lingua stessa, nello stile e nella composizione e ancora più a fondo nella struttura più intima e atomica della prosa di de Prada in un modo, ma sarebbe più corretto dire, a una temperatura per la quale ogni cosa, ogni essere qui narrato serve la scrittura e in essa si fonde e si legittima. Così è nel racconto che dà il titolo alla raccolta dove il protagonista tenta di sfuggire alla presenza arcigna e ripugnante di una madre che si muove sonnolenta come un mostro degli abissi marini attraverso brevi fughe mattutine sui pattini in una silente e nitida perlustrazione di un mondo appena nascente. Ma è certamente in Notti Galanti che il manifesto di de Prada è trascritto senza equivoci e in tutto il suo fiammeggiante splendore, pronunciato come un'invocazione da un protagonista poco più che adolescente: "Intelligenza, dammi il nome esatto delle cose. Che la mia parola sia la cosa stessa, creata nuovamente dall'anima mia. Che attraverso di me debbano passare quanti vogliono conoscere le cose… Dammi il nome esatto, tuo, suo e mio, di tutte le cose, illuminami con la fiamma della poesia, luce insonne che arde senza mai consumarsi, concedimi il sacro dono della parola scritta."

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