Fondata alla fine degli anni ’70 da Sandro Ferri e Sandra Ozzola, la casa editrice edizioni e/o ha sin dal principio manifestato la volontà di creare ponti e aperture nelle frontiere letterarie per stimolare il dialogo tra le diverse culture.
È così che ha iniziato a portare in Italia le letterature dell’Europa dell’Est, quando vigevano nei loro confronti ostracismo o strumentalizzazioni politiche. Sono di questi primi anni gli incontri con alcuni grandi autori dell’Est che hanno accompagnato a lungo – e in alcuni casi continuano ad accompagnare – la storia delle edizioni e/o: Milan Kundera che ha diretto la Collana praghese, Bohumil Hrabal, Christa Wolf, Kazimierz Brandys, Christoph Hein.
Poco più tardi, nell’intento di allargare i suoi orizzonti, si è dedicata all’esplorazione, in termini letterari, dell’America, ma anche in questo caso la ricerca si è diretta fuori dai sentieri battuti e ciò ha permesso alla casa editrice di far conoscere in Italia, tra gli altri, Thomas Pynchon e Alice Munro. L’attenzione agli spazi considerati marginali da gran parte dell’editoria di casa nostra ha portato le edizioni e/o a scoprire opere e autori di grande interesse e originalità, approdando ai paesi del Sud del mondo, come i Caraibi del cubano Pedro Juan Gutiérrez o l’Africa di Chinua Achebe e Abasse Ndione, così letterariamente sconosciuti ai più ma così vivi nelle loro espressioni artistico-culturali.
L’area mediterranea, d’altra parte, non è stata meno stimolante dal punto di vista creativo: lanciando in Italia il genere del “noir mediterraneo” molto prima che divenisse una moda, le edizioni e/o hanno pubblicato autori del calibro di Jean Claude Izzo o Massimo Carlotto. Inoltre prestando un’attenzione sempre costante alla letteratura femminile è stato possibile portare al successo autrici di grande valore come Elena Ferrante, Lia Levi e Alice Sebold.
Dai primi anni Novanta, inoltre, la casa editrice allarga il proprio pubblico avviando una fortunata collana di tascabili nella quale vengono riproposti i titoli di maggiore successo.
Singolare è la conformazione stessa della casa editrice, che vede impegnate persone provenienti dai paesi più disparati, da diverse città italiane, europee e anche extra-europee (un’olandese e mezza, un australiano, un paio di piemontesi, un umbro-americano, un paio di pugliesi, una calabrese, una toscana, una bergamasca, un salernitano, una laziale e solo un paio di romani quasi veraci).
Oggi la e/o è considerata una delle più prestigiose case editrici indipendenti sul territorio italiano e da circa cinque anni si trova in una ormai consolidata fase di crescita che la ha portata, nel 2005, a dar vita alla nuova Europa Editions (con sede a New York).
La stessa passione per lo scambio culturale e per il dialogo che caratterizza le edizioni e/o ha spinto alla creazione di un nuovo ponte tra le culture europee, quelle del sud del mondo e quella nordamericana.
Gli Stati Uniti sono un paese dove si traduce poco ed Europa Editions vuole intervenire proprio su questa carenza, offrendo così al pubblico statunitense la possibilità di accedere alla letteratura italiana ed europea, così come agli autori italiani ed europei di farsi conoscere dal pubblico statunitense.
«L'avventura delle Edizioni e/o, iniziata venti anni fa, ha molte delle caratteristiche di un gioco; e ció forse non è casuale se si guarda al suo oggetto: l'Est europeo, teatro da secoli dei giochi tragici e grotteschi della Storia. Sarebbe falso, infatti, dire che questa casa editrice specializzata nei paesi dell'Est è nata dopo un'accurata indagine di mercato per verificare se c'era da colmare un vuoto editoriale (che pure c'era, ed enorme, per via del provincialismo, delle paure e dei tabù della nostra cultura). Sarebbe falso anche dire che già all'inizio sapevamo "tutto" dell'Est (per quanto mia moglie Sandra fosse laureata in letteratura russa e Alfredo Lavarini, che venne piú tardi a lavorare con noi, fosse laureato in letteratura ungherese).
No, non c'è stata questa lucida predeterminazione quando undici anni fa mettemmo in cantiere i primi libri: un saggio profetico sull'esplosione dell'impero multinazionale sovietico; una monografia su Wajda, il regista polacco che proprio in quegli anni ci regalava un memorabile Uomo di marmo, film che avrebbe dovuto aprire gli occhi di molti sul fallimento del socialismo reale; un romanzo politico del 1937 di Victor Serge che "da sinistra" denunciava Gulag e i processi staliniani molto tempo prima dei "nuovi" filosofi nostrani; i racconti di viaggio in Africa e in Oriente di Jan Potocki (ristampati nella collana dei Tascabili), a testimonianza che dell'Est non ci interessava solo il presente o l'esperienza politica, ma anche il ricco passato e ció che politica non è, ovvero tutto, la vita.
La nostra era una scommessa allegra, ingenua forse, ma anche molto seria, che ci avrebbe portato soddisfazioni, gioie per scoperte e incontri, ma pure fatica, bocconi amari, ostilitá. Una scommessa basata su una intuizione: all'Est, oltre le frontiere; ben controllate, dietro i vuoti discorsi della propaganda comunista, dietro quelli meno colpevoli ma altrettanto fuorvianti degli ideologi dell'anticomunismo che diagnosticavano la desertificazione culturale e umana dell'Europa orientale, dietro a tutto questo c'erano donne e uomini che continuavano a vivere, a leggere, a scrivere, a fare e vedere film, a discutere, a protestare, anche ad amare e divertirsi.
Erano i nostri viaggi e soggiorni a Est ad alimentare questa intuizione e a fornire continue verifiche, prima ancora delle letture e prima ancora dei consigli, delle lunghe discussioni con i nostri consulenti (pochi gli accademici e gli specialisti aperti e disponibili, ma quei pochi fondamentali per il nostro lavoro). Viaggi e soggiorni, incontri, amicizie, un legame piccolo ma concreto che si creava tra noi (Ovest) e loro (Est), e faceva crescere in noi un senso di disponibilità a favorire il dialogo, a far conoscere l'Est, a superare l'indifferenza del pubblico e della stampa italiani.
Viaggi e incontri decisivi, come, ad esempio, quando scrivemmo una lettera a Milan Kundera (allora, nel 1981, ancora poco famoso), e lui rispose semplicemente che ci aspettava a Parigi e che avrebbe volentieri discusso del progetto di una collana praghese. E ci furono lunghi pomeriggi di discussioni e di scoperte di tesori dimenticati delle culture ceca e tedesca ed ebraica di Praga, e di cose nuove che comunque venivano fuori anche nella Praga normalizzata, come, ad esempio, quello straordinario romanzo assurdo e comico che è Il soffitto di Reznícek (Pavel Reznícek: un altro notevole personaggio che incontrammo più tardi a Praga, muratore surrealista, con il quale iniziammo un incontro molto cerimonioso, terminato ore dopo con un abbraccio da ubriachi all'uscita da una birreria).
A Varsavia, un anno dopo il putsch militare del generale Jaruzelski, in una Varsavia tesa e battagliera nonostante (o per via di) la repressione, c'era un incredibile vecchietto ebreo, uscito da un romanzo di Joseph Roth, che ne aveva viste di tutti i colori nella sua lunga vita (era stato persino cacciato dall'Italia negli anni Cinquanta come spia comunista!), e ora simpatizzava per i coraggiosi giovani di Solidarnosc (quelli del Kor, la sinistra) e indicava un ritratto di Francesco Giuseppe sul suo televisore e diceva:"È stato l'ultimo uomo buono". Era Julian Stryjkowski, l'autore di Austeria, un romanzo che miracolosamente ci trasporta nel mondo scomparso degli ebrei galiziani della Finis Austriae. A Varsavia non c'era più, allora, Kazimierz Brandys. Era partito un anno prima per un viaggio in America e nel frattempo c'era stata la "soluzione" militare, e lui e la moglie, entrambi anziani, si erano ritrovati a migliaia di chilometri da casa senza niente, né soldi, né oggetti cari, né futuro (lo racconta Brandys stesso anche nei suoi Mesi: di notte restava sveglio per ore nell'appartamento in cui era ospite a New York, e poi svegliava la moglie chiedendole se era tutto vero, se erano vivi, o se erano morti inghiottiti con l'aereo precipitato nell'Atlantico).
Brandys lo vedemmo quindi a Parigi, dove nel frattempo si era trasferito. La prima volta mi dette appuntamento in un caffè; che si chiama Le Recrutement e mi reclutò nel piccolo esercito dei suoi ammiratori. Da allora lo abbiamo ascoltato (prima ancora che letto) per decine di ore rievocare il mondo (reale o immaginario?) della Polonia degli anni Trenta e Quaranta, i ricordi (la zia Ewa che giurò a un ufficiale tedesco di non essere ebrea ma italiana e che gli avrebbe portato un documento per comprovarlo e poi naturalmente non tornò, ma quello mesi dopo la incontrò per caso in una strada e fu la fine per lei; o quell'altra zia che si prese una pallottola nella spina dorsale da un delatore e oggi vive a Parigi semiparalizzata), i giochi esaltanti e tragici della Resistenza (chi ha letto Rondò, anche i più giovani, non possono non provare nostalgia per quell'epoca e per quei luoghi forse mai visti), e poi lo stalinismo (un viaggio a Mosca, i primi dubbi: la sera al Bolsoj nel palco d'onore vide Stalin e vicino a lui un altro dirigente, e il giorno dopo in albergo sulla Pravda, l'opposizione...).
A Berlino Est andammo che già avevamo letto Cassandra. Molte donne potranno immaginare l'emozione di mia moglie alla vigilia dell'incontro con Christa Wolf. Raramente ci toccò un'accoglienza più calorosa, meno formale, di quella che ci riservarono Christa e Gerhard Wolf. Ci portarono anche per un giro turistico per le strade di Berlino Est che, ossessivamente, sembravano tutte finire sul Muro. L'ironia, le battute non nascondevano l'angoscia per quel simbolo delle tensioni mondiali e del fallimento del socialismo, e i Wolf nemmeno provavano a nasconderlo.
Mi vengono in mente quel triste giro per Berlino e le parole di Christa su quanto andava fatto contro questa vergognosa situazione, in questi giorni in cui alcuni giornali occidentali l'accusano di opportunismo nei confronti del regime di Honecker. Ma come possono questi irresponsabili tacciare di opportunismo una persona che con i suoi libri e i suoi atti (basta ricordare la difesa di Biermann che le costò la radiazione dall'Unione degli Scrittori nel 1976) ha incoraggiato sempre chi sperava in un socialismo riformato democraticamente? Una persona che poteva, come molti dei suoi connazionali, adeguarsi silenziosamente all'unificazione di Kohl (come succede sempre quando cadono le dittature e trionfano i trasformismi) e che invece ha deciso di fare la rompiscatole, la Cassandra, come aveva fatto prima nel regime precedente, guadagnandosi per questo non i privilegi (che ha ricevuto sempre e solo per il suo straordinario rapporto con il pubblico), ma gli insulti e l'emarginazione? A Berlino Est abbiamo conosciuto pure Christoph Hein e la sua simpatica famiglia. Quest'uomo gentile e spiritoso ha scritto le storie più dure e spietate che io abbia letto sulla vita nei paesi socialisti. E che quest'uomo, che ha raccontato senza abbellimenti la solitudine, la miseria morale, la mancanza di solidarietà di un paese socialista, sia rimasto ancora legato agli ideali di un socialismo dal volto umano, è una delle tante belle sorprese che l'Est ci ha regalato in questi anni di lavoro.
Forse è stato questo il successo più bello per noi delle Edizioni e/o: tutte le cose che abbiamo imparato in questa frequentazione dell'altra Europa, questo premio per la nostra curiosità, l'aver trovato tante verifiche a un Est che avevamo immaginato, e l'aver trovato spesso qualcosa che ha superato la nostra stessa immaginazione, un mondo diversificato di cose terribili e di cose affascinanti, con una storia straordinariamente ricca e un presente così interessante. Se ripenso a tutti quelli che in questi anni tentavano di scoraggiarci: l'Est?!, ma lasciate stare, non interessa nessuno, è così grigio e noioso...»
Massimo Carlotto: professione scrittore, di Sandro Ferri
Il manoscritto del Fuggiasco (primo titolo provvisorio: Bernard il ciccione), racconto autobiografico di Massimo Carlotto, arrivò alle Edizioni e/o nel 1994, inviato dal critico ed editor Grazia Cherchi. Cherchi aveva partecipato alla campagna per la concessione della grazia all’autore padovano, coinvolto nel più lungo caso giudiziario della storia italiana, più volte condannato e assolto, al quale venne poi concessa la grazia dal Presidente della Repubblica il 7 aprile 1993.
Non avevo seguito molto il “caso Carlotto”, nonostante la sinistra si fosse mobilitata contro una condanna e una persecuzione ritenute ampiamente politiche. Lessi perciò il testo perché mi era stato inviato da Grazia Cherchi, che stimavo parecchio, e perché fin dalle prime righe vi scoprii una piacevole sorpresa: l’autore aveva un forte senso romanzesco, sapeva raccontare, riusciva a coinvolgere il lettore con suspense, molta auto-ironia e senso dell’immaginazione. Come lettore, ignoravo se le mirabolanti avventure del protagonista fossero vere o meno (seppi più tardi che lo erano), ma ciò non era poi così importante, perché comunque venivano narrate come fossero le avventure del personaggio di un romanzo. Per me, editore di narrativa, convinto della necessità dell’arte del romanzo, ciò era più che sufficiente. Ed era raro. Era raro che gli autori italiani avessero questo talento di saper raccontare storie. Qui avevo un caso di uno scrittore che aveva cose interessanti da raccontare e sapeva raccontarle.
La prima caratteristica quindi di Massimo Carlotto come autore è quella che sin dall’inizio ha mostrato di avere la stoffa del grande romanziere, merce assai rara nelle patrie lettere dove si preferisce esibire un “bello stile” spesso esasperato, il gusto della parola, a scapito della vena narrativa. Il Fuggiasco avrebbe potuto essere lo sfogo di un uomo ingiustamente perseguitato, un elenco di sfortune, prepotenze, ingiustizie, e quindi sofferenze, lamenti, invettive, recriminazioni. Invece era un romanzo di avventure! E nonostante il carattere tragico degli avvenimenti – morti, torture, lutti, fughe, abbandoni, ecc.- era spesso divertente! Ad esempio tutta la parte sui travestimenti del protagonista per sfuggire alle polizie di mezzo mondo, veniva raccontata con ironia e l’autore riusciva anche a prendersi in giro per il proprio gusto di travestirsi e perché a un certo punto scopre che nessuno lo stava cercando, dato che il mandato di cattura internazionale giaceva in fondo a un cassetto.
Carlotto nasce dunque come scrittore non casualmente, come risultato della testimonianza di una biografia eccezionale, ma già con una prima idea del proprio ruolo di scrittore. Infatti, la pubblicazione del Fuggiasco è seguita a distanza di solo un anno da un romanzo poliziesco, La verità dell’Alligatore, che apre la fortunata serie che ha come protagonista un investigatore molto irregolare, reduce da lunghi anni nel carcere dove ha costruito dei rapporti con malavitosi che utilizzerà nel suo lavoro per risolvere casi spinosi spesso contro le stesse istituzioni.
Il noir si presenta così fin da questo secondo libro di Carlotto, come lo strumento principe della sua poetica. I motivi sono diversi, alcuni più volte spiegati dallo stesso scrittore padovano nelle interviste e negli interventi pubblici. Innanzitutto il noir è il genere contemporaneo che meglio di ogni altro genere letterario consente di raccontare la società e soprattutto i suoi lati oscuri. Massimo Carlotto ha una visione esplicitamente politica del ruolo della letteratura che deve, secondo lui, raccontare sempre una storia, in un luogo determinato in un tempo determinato. La letteratura è, per Carlotto, un grande strumento per raccontare ciò che il giornalismo non riesce più a raccontare, per portare alla luce del sole eventi, biografie, intrighi, storie sepolte dai tanti segreti di stato o privati, per “rendere giustizia” a persone o comunità che hanno subito torti, per raccontare la verità che va oltre quella processuale o quella ufficiale.
Quella di Carlotto è una “politica letteraria” molto lontana dal realismo socialista o da qualsiasi forma di letteratura edificante e consolatoria. La chiara motivazione politica dell’autore padovano non dà mai luogo a una narrativa subordinata a un obiettivo fazioso, a romanzi e racconti che consolino il lettore proponendogli soluzioni ideologiche. C’è la denuncia, l’individuazione di responsabili e complici, ma con molta lucidità e autocontrollo l’autore evita sempre di fornire illusorie risposte.
Il noir dunque viene individuato come lo strumento più adatto per raccontare storie, disseppellire segreti, denunciare ingiustizie e raggiungere al contempo il maggior numero possibile di lettori. L’autore padovano è stato infatti tra i primi in Italia a capire la potenzialità del genere letterario poliziesco per comunicare con un pubblico di lettori più ampio, oltre i ristretti giri dei cosiddetti ambienti letterari, e raggiungere così lettori nuovi, spesso giovani, spesso politicamente motivati ma tiepidi nei confronti della narrativa. La fortuna che ha conosciuto negli ultimi dieci anni in Italia il romanzo giallo dipende in gran parte da questa doppia circostanza: l’arrivo di nuovi lettori stanchi di una letteratura troppo intimista ed estetizzante, e la possibilità per il genere noir di raccontare storie veramente interessanti, più vicine alla realtà, con una valenza politica più alta e soprattutto più ricche di notizie e informazioni su realtà decisive per la vita sociale e civile del paese.
Carlotto pilota questa tendenza, ne diventa subito uno dei massimi esponenti e teorici, anticipa con i suoi romanzi o con i suoi interventi quelli che saranno i temi focali del dibattito, guida e sorprende spesso i suoi lettori, mette in atto una vera e propria strategia di comunicazione letteraria, che unisce il politico e il letterario. Usa cioè il proprio talento di narratore per dire delle cose che valuta politicamente importanti.
Nell’ambito di questo lavoro teorico e narrativo al tempo stesso, Massimo Carlotto definisce progressivamente uno spazio, il noir mediterraneo, entro cui inserire le sue opere. Ispirandosi all’autore marsigliese Jean-Claude Izzo, di cui consiglia la pubblicazione alle Edizioni e/o (con grande successo di pubblico e di critica), Carlotto riflette su questa nuova tappa storica del genere poliziesco, nel momento stesso in cui crea delle opere letterarie che esemplificano le idee che sono alla base del noir mediterraneo. Non è questo l’ambito per una riflessione su questo sottogenere del romanzo noir contemporaneo e sulla sua importanza. Basterà ricordare qui che i motivi che fondano questa tendenza sono iscritti nella realtà di un’area geografica, il Mediterraneo e i paesi che lo circondano, che ha visto nei tempi recenti un ulteriore balzo in avanti degli scambi, dei traffici, delle migrazioni e, di conseguenza, anche dei traffici criminali. Questi eventi hanno stimolato alcuni autori a scrivere storie che prendessero spunto da questa situazione in buona parte inedita, scavando nei lati più oscuri della vita della regione.
Nel 2000 le Edizioni e/o inaugurano la collana Noir Mediterraneo. (nell’ottobre dello stesso anno la casa editrice organizza anche un convegno sul Noir Mediterraneo alla Casa delle Letterature di Roma). E’ interessante la collaborazione sviluppatasi attorno a questo progetto tra editore e autore-consulente. Per la nostra casa editrice, di dimensioni medio-piccole, non è usuale lavorare con dei direttori di collana; le scelte editoriali restano quasi sempre appannaggio dell’editore. Ma il caso di questa collana è diverso: la collaborazione nostra con Carlotto è reale e molto fattiva, non solo nella scelta degli autori ma nel generale indirizzo della collana. Ciò è reso possibile, appunto, dalla particolare posizione di Carlotto nell’ambito editoriale. L’autore padovano non scrive solo i suoi libri, ma opera in un ambito più vasto, cercando di orientare la discussione, di promuovere altri autori italiani e stranieri, di organizzare la promozione non solo dei propri libri ma anche delle opere e delle idee di altri.
Significativa ad esempio è la presenza costante di Carlotto alla Fiera del Libro di Torino, dove nello stand e/o o in occasione di incontri in fiera o in città, parla con lettori, librai, bibliotecari, distributori, giornalisti e altri addetti ai lavori. Si realizza in quell’occasione uno scambio vivo tra l’autore, il suo pubblico e tutte le persone che partecipano alla produzione, diffusione e lettura dei suoi libri.
Questa attività promozionale dell’autore padovano è molto di più della normale attività di presentazioni e incontri svolta da ogni scrittore. Carlotto si muove secondo un progetto pensato e discusso assieme alla casa editrice e ad altri soggetti che collaborano con lui in campo culturale e politico (agenti e produttori cinematografici, musicisti, gente di teatro, webmasters, ecc.). La sua attività di promozione è ben integrata con quella di produzione creativa. Nel 2001 realizza assieme a Enrico Corona e Andrea Melis un sito molto dinamico (www.massimocarlotto.it) che attira migliaia di lettori e li fa partecipare a forum oltre a informarli su una serie ampia di eventi, notizie, dibattiti di vario genere.
E’ uno dei rari autori italiani, tra quelli che non sono giornalisti di professione, che sia riuscito a creare un sistema autonomo di comunicazione. Il sito ne è uno strumento fondamentale, ma sono altrettanto essenziali le tournée d’incontri con il pubblico per presentare le novità, gli spettacoli e i film tratti dai romanzi, il contatto frequente con il pubblico. Quando viene pubblicato un suo nuovo romanzo, l’autore organizza assieme alla casa editrice un giro d’incontri che toccano decine e decine di librerie o altri spazi (scuole, teatri, biblioteche, ecc.) in ogni regione d’Italia. Capita molto spesso di dover rifiutare moltissimi inviti perché l’autore ha già preso impegni per vari mesi successivi alla pubblicazione del libro.
Un’altra caratteristica dell’ampiezza e dell’articolazione della visione politico-letteraria di Carlotto è l’alternanza dei temi e dei generi nei suoi libri. Oltre alla serie dell’Alligatore, che conta ormai cinque romanzi, Carlotto ha pubblicato il romanzo autobiografico Il fuggiasco, il “reportage narrativo” Le irregolari (ma si potrebbe chiamarlo “romanzo-reportage” o “romanzo d’inchiesta”) sulla tragedia dei desaparecidos in Argentina e in Cile, i noir “puri” Arrivederci amore ciao e L’oscura immensità della morte ( “puri” nel senso che l’elemento poliziesco va sparendo a vantaggio dell’indagine sulla mente criminale, sulla violenza, sulla vendetta, ecc). Ultimamente (novembre 2004) l’autore padovano ha pubblicato anche un breve monologo che ha ottenuto un grande successo, Niente più niente al mondo; il libro indaga il tragico sconvolgimento mentale e criminale di una donna frustrata economicamente, socialmente e affettivamente.
Attraverso questi romanzi e libri anche molto diversi tra loro, Carlotto tocca tematiche varie e raggiunge pubblici parzialmente diversi. C’è sempre naturalmente una visione unitaria e uno stile riconoscibile, ma queste differenze tra un libro e l’altro consentono a Carlotto di non fossilizzarsi né a livello stilistico né tematico. L’autore è sempre attento a innovare la propria voce e il contenuto di quanto racconta, è particolarmente sensibile ai rischi di “invecchiamento” e di autocompiacimento che sono connaturati nella professione di scrittore, rischi che sono ancora più alti quando si parla di letteratura di genere, nella quale è facile cedere ai richiami del successo commerciale e della banalizzazione della scrittura. Più volte l’autore padovano è intervenuto pubblicamente sostenendo la necessità di rivitalizzare il genere noir per uscire dalle secche della ripetitività e del puro obiettivo commerciale.
Anche il rapporto con l’editore riveste un carattere politico particolare nella visione dell’autore padovano. Diversamente da molti scrittori che non vedono grandi problemi nel cambio di editore e si concentrano esclusivamente sul proprio ruolo di scrittori, Carlotto cerca di favorire il gioco di squadra con la casa editrice. Parla di “progetto comune” e, nel rispetto della reciproca autonomia, dà un’importanza notevole alla collaborazione autore-editore. Questa posizione ha un carattere moderno, oltreché politico, perché parte dalla constatazione del nuovo ruolo che oggi gli autori hanno nel mercato, non più (se mai lo sono stati) soggetti creativi in guerra contro tutti, sfruttati dagli editori, chiusi nelle loro torri d’avorio, ma parte creativa di un progetto più ampio che necessita di forze e talenti diversi. Anche gli inevitabili conflitti e divergenze con l’editore vengono visti non come scontri tra soggetti dagli interessi poco conciliabili, ma piuttosto come problemi interni a un’organizzazione che ha un progetto comune che non è solo commerciale.
Questa stessa visione professionale e poco “romantica” dello scrittore, mi pare che si possa individuare anche nello stile di lavoro di Massimo Carlotto. Pur essendo un autore politico e non commerciale, egli rifiuta gli atteggiamenti tipici di quanti scrivono nella convinzione di essere ammantati da una “sacralità autoriale”, di essere cioè autori di “vera” letteratura a fronte di coloro che scrivono per ragioni commerciali o politiche. Carlotto rifiuta questa visione elitaria, rivendica la finalità politica dei propri romanzi e opera senza falsi pudori anche perché abbiano il maggior successo possibile di vendite. Da questa visione discende uno stile di lavoro molto professionale. Egli dedica molto tempo alle ricerche prima di scrivere i suoi libri, attraverso viaggi, interviste, documentazione; poi inizia la stesura del romanzo, che cerca sempre di contenere entro tempi prestabiliti. La cadenza di pubblicazione delle sue opere ne risulta piuttosto regolare e questa è una cosa che fa piacere al pubblico dei suoi lettori. La qualità della sua scrittura (che non è nostro compito analizzare), riconosciuta in Italia e all’estero dai migliori critici, da tanti altri scrittori, e da centinaia di migliaia di lettori appassionati, dimostra che è possibile avere un atteggiamento professionale, rifiutare le pose da “ispirati”, scrivere per il pubblico e non per se stessi, e al tempo stesso essere pienamente “autore”, a tutti gli effetti, creatore di letteratura, grande narratore.
Un ultimo punto da sottolineare per chiudere questa rassegna della concezione che ha Carlotto della professionalità dello scrittore, è il successo crescente dei suoi libri. Non ci riferiamo qui al grande successo di critica, ai premi letterari conseguiti, alle numerose traduzioni in lingue estere
o agli adattamenti cinematografi e teatrali delle sue opere, ma al numero di copie vendute dei suoi libri. In questo senso, due sono gli aspetti più interessanti dell’analisi. Il primo é che ogni sua nuova opera ha fino ad oggi superato nelle vendite la precedente, segno certo di una costante crescita del numero dei suoi lettori e segno anche di una capacità rara di non deludere il proprio pubblico a ogni nuova pubblicazione. Il secondo aspetto interessante è che gli ormai dieci libri pubblicati dallo scrittore padovano con le Edizioni e/o vendono quantità di copie consistenti e crescenti a distanza di anni dalla loro prima pubblicazione. Questa durata dell’opera letteraria mostra come Massimo Carlotto sia ormai un classico contemporaneo della narrativa noir, che egli ha saputo rinnovare e diversificare.
Europa Editions and Edizioni e/o: a brief history (for English speakers)
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Europa Editions is the English-language imprint of edizioni e/o, one of Europe’s most respected independent publishing houses. At edizioni e/o, we count writers such as Joyce Carol Oates, Alice Sebold, Gioconda Belli, Benjamin Tammuz, Christa Wolf, Zakes Mda, Edna O’Brien, Chinua Achebe, Maxine Hong Kingston and Thomas Pynchon among our better-known authors. We now publish quality fiction from all corners of the globe, but our catalogue has not always been so vast and so international. The e/o adventure began almost thirty years ago when my wife, Sandra Ozzola Ferri, and I founded a small publishing house specialized in literature from eastern Europe. At the time, writers from Poland, Czechoslovakia, Hungary, and other countries in the region, were not being published in Italy; or if they were, publication was sporadic and their books did not form part of any long-range editorial vision. Counting on considerable doses of enthusiasm, interest and care we hoped we would be able to bring at least some of these largely ignored but hugely deserving writers from the east to the attention of Italian audiences.
We were joined by other enthusiasts along the way, all of us drawn to eastern Europe, and not only by the explosive political situation in the region, and the literature this was producing, but also by the long, contorted, complex histories that form the entire region’s cultural heritage. More than anything else, though, we were interested in the men and women who lived there, and how they lived, and what they lived for, their private loves and losses, in everything that perhaps cannot be labeled “politics.” We knew we were taking a chance. Many people in Italy with whom we talked about this endeavor told us we were foolish, naïve, that a publishing house specializing in these writers would never work: nobody in Italy, they said, was interested in those writers. It’s funny, this is the same kind of thing we’re hearing now from big publishers in America. They tell us that nobody in America is interested in reading contemporary writing from Europe, The Middle East, Africa, etc. But we tend to believe the opposite: that dialogue between cultures, represented and facilitated by their literatures, has never been more important than now, and that many American readers feel the same.
What was lacking 25 years ago in Italy when it came to writers from the east was not so much a keen readership, but publishers who were willing to commit to a focused, long-range editorial vision.
Young, keen for adventure, perhaps courageous and certainly naïve, we took a chance. Our first trips to Eastern Europe convinced us that we had done the right thing. We met woman and men there who, despite the hardships, the upheavals and the uncertainties, continued to laugh, drink, eat, to fall in and out of love, to live; they went to the cinema, drank wine, discussed films, music, books; they protested, they suffered, and they wrote. These were important experiences for us. We were given the chance to be a part of their lives for a while, to conspire with them, to get drunk with them, to exchange forbidden texts on the sly, and much more. Eastern Europe, at that time, was a place brimming with humanity, solidarity, solidarnosc. We loved those writers, with the kind of intense love typical of youthful infatuations; I will never forget my first encounters with people like Christa Wolf, Bohumil Hrabal, Kazimierz Brandys, Milan Kundera, the poet-photographer, Roman Vishniac.
Whether edizioni e/o turned out to be a financial success or not, the people we met and the experiences afforded us on our initial trips east already seemed like success to me. Fortunately for us, however, there was even more in store. The glum prognosticators who had told us edizioni e/o would never fly were wrong: readers in Italy were indeed interested in literature that recounted the extraordinary experience of Eastern Europe. edizioni e/o grew, and after some years we were even well-enough established to be thirsting after new editorial challenges.
Then, ten years after those initial adventures, with more experience but no less enthusiasm, we “opened up” to the west, publishing several writers from America. Our point of departure was embodied perfectly by Nelson Algren, whose work we had always loved and who turned out to be one of the first American authors published by e/o. His heartfelt identification with those whom society has ignored, reviled, and indicted, gave Algren the kind of dignity that invariably characterizes those who choose to testify on behalf of the downtrodden and reviled. His was an America not of ideas or of overweening ideologies. It was a solid, fleshy America, with all that bold, physical force that can be at once beautiful and ugly, familiar and alien. His was a variegated America whose skin was contemporaneously black, white, yellow, and brown. Algren himself, Maxine Hong Kingston, Joyce Carol Oates: these were the writers who interested us and our readers.
After all these travels, first to the east, then to the west, edizioni e/o finally came home to the Mediterranean. We have been blessed with the chance to publish fine homegrown talent like Elena Ferrante, Paolo Teobaldi, Massimo Carlotto, and Lia Levi. And we still consider ourselves fortunate to have been involved directly in the individuation and formation of an entire genre, a genre that has proven itself to be of great literary merit and importance. Mediterranean Noir comes to us from the dark side, from society’s underbelly, from the underworld, from the other side of Janus-faced mainstream culture and official history. The Mediterranean Noir novel is by definition a political novel inasmuch as it deals with social tensions, with crime, punishment, retribution. These novels do not always treat crime as an aberration, but often as part and parcel of our common, dappled humanity, a part that erupts to the surface of tough, seductive cities like Marseilles, Naples, and Algiers. They are written by men and women who often draw from their own personal and intimate knowledge of society’s underbelly, and who, as such, also know how to celebrate beauty, light, the sea, the sun, the city’s maddening vitality.
We have been delighted to bring to Italian readers some of the major proponents of this new, exciting, and important genre: Jean-Claude Izzo, Massimo Carlotto, Benjamin Tammuz, Yasmina Khadra. Some of these authors will now appear in English for the first time, published by our US imprint, Europa Editions.
My family has always gone to American to build their futures, seek their fortunes, or hunt adventure. My maternal grandfather was a bricklayer, one of four brothers married to four sisters, all of them from the same small village in the Abruzzi. He moved to New York in the early years of the century. My mother was born in New York not long after the end of WWI. After the Second World War, my father arrived in New York. Some of my family remained while others returned to Europe. I myself was born in Brooklyn, but reared first in Paris and then home in Italy. In some sense, this move to America is a kind of homecoming.
But Europa Editions is about more than simply my satisfying a family trend. Forever sensitive to lacunae in the publishing world and always on the lookout for new challenges, edizioni e/o arrives in America and in doing so embarks on what is perhaps our most adventurous editorial project yet. (At the very least, the plane rides are longer, so it seems more adventurous). We have been joined in New York by an exceptional and very professional figure, Kent Carroll. Kent has over thirty years of experience in publishing, first as editor-in-chief at the legendary Grove Press and then as publisher-owner of Carroll & Graf, which he recently sold. He is a great editor and publisher. He keeps an eye out for new and interesting titles in English, and he does an excellent job representing us in the U.S., knowledgeably getting our European, African, Middle Eastern, Mediterranean messages out there.
When we began talking to people about the idea of opening up a publishing house in The U.S., the chorus of naysayers was quick to respond: What? Books in translation in American? You can’t do that! It’ll never work. This, for better or for worse, has always proved to be our Siren song. We were hooked.
But there is also more to Europa Editions that the cheeky desire to prove the prognosticators wrong. Today, the English language is the principle means by which people communicate all over the world and we are pleased that the books we choose as publishers in Italy now have the possibility of being read by thousands of readers not only in North America, but also in the UK, in Australia, New Zealand, Africa, and other countries. We believe now is the time for dialogue between countries, cultures, and peoples whose experience of history has shaped them in different ways and to varying degrees. Literature opens the door to this kind of dialogue, in some sense it is already a form of dialogue. We truly believe that what has been lacking thus far in American publishing is not a readership receptive to this kind of literature, to these marvelous writers with odd names from far off places, but a strong, coherent and courageous publishing initiative.
We hope to remedy this with Europa Editions. I have to be honest: at edizioni e/o we have a tendency to take the road less traveled and a certain predilection for adventure. But we also have a strong sense of what is just and what not. It seemed absurd to us in the late seventies that Italian readers had no access to writers like Christa Wolf, Bohumil Hrabal, and Kazimierz Brandys. Likewise, we now see no reason why readers in English should be deprived the possibility of enjoying marvelous practitioners of the Mediterranean Noir like Massimo Carlotto, Benjamin Tammuz and Jean-Claude Izzo, why American, Australian and British readers should not have the possibility of encountering firsthand a major talent like Elena Ferrante.
Europa Editions was founded without pretension or ostentation, but with the simple conviction that there was space in the American book trade for some of our wonderful writers. Our debut list will be available from September 2005, and will include some of our proven classics, together with several new titles from across Europe and the UK. With this first list we invite English-speaking readers to experience all the color, the exuberance, the violence, the sounds and smells of the Mediterranean.
Sandro Ferri, publisher
Viaggio dietro le quinte dell'editoria
Dall’idea all’oggetto: come nasce un libro? Chi legge i manoscritti? Che caratteristiche deve avere un testo per essere pubblicato? Chi è l’editor? Come si progetta una copertina? Come si tengono i rapporti con la stampa? Come funziona la “bottega” della casa editrice?