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di Daniele Scaglione
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Cronache dalla città bianca, 06 febbraio 2012 10:47

“Domani scuole chiuse per neve”, a Roma? No. Non è possibile. Qui piove. E giù a insultare il Sindaco. Giro di telefonate tra amiche e cognate. L’ordinanza non è chiara. Risatine a denti stretti, che alla fine tocca sempre alle famiglie trovare soluzioni creative per la gestione impossibile della vita in questa città. Al mattino ancora piove, e qualcuno i figli a scuola ce li manda lo stesso. Poi però verso mezzogiorno cambia qualcosa. L’acqua si fa densa, sul vetro non scivola giù come una lacrima, si ferma. È neve. Neve. Neve! Mi sento come Marcovaldo, resto con il naso appiccicato alla finestra a guardare i fiocchi che scendono giù delicati e si posano con l’intenzione di restare. Ecco, mi colpisce l’intenzione. I bambini restano a casa con il naso appiccicato al vetro, io esco a piedi per andare a lavorare. Ho ripescato in un armadio gli scarponi da montagna. Mi vesto come per andare a sciare e affronto la città. All’andata tutto è calmo e magico, i fiocchi continuano a scendere e si appoggiano sui monumenti. Per raggiungere lo studio attraverso il centro storico. Per le strade non c’è quasi nessuno. Ma il suolo sotto i miei piedi comincia a farsi scivoloso. I sanpietrini con la neve sono una pista di pattinaggio. Cammino come una giapponese a piccoli passi veloci. L’ombrello diventa sempre più pesante. Devo fermarmi e sgrullarlo. Come Marcovaldo cammino a zig zag, felice, non distinguo più tra marciapiede e strada, non c’è nemmeno una macchina (poche ore dopo tutte le macchine della città si sono agglutinate sul grande raccordo anulare, o sul Lungotevere, o sul Murotorto, o sulle strade consolari…). Nel centro ci sono solo dei turisti divertiti, dei preti e delle suore, e le statue che s’imbiancano, sfoggiano cappelli candidi che non hanno mai indossato prima.

Quando esco dallo studio, sento che la città è già impazzita.

Nevica, nevica ancora. E ancora più di prima, i fiocchi scendono per restare. In una raffica di vento, l’ombrello si spezza a metà, sotto il peso della neve. A piazza del Popolo ci sono i netturbini, vestiti d’arancione, che con qualche pala provano a fare qualcosa. Le cronache dalla città bianca diranno poi che quelle pale erano probabilmente le uniche in dotazione in tutta la capitale. Lascio a loro il mio ombrello spezzato, rido a vederli così impacciati, loro mi urlano dietro “che tocca fa’ pe’ campa’” e fischiano. A piazzale Flaminio è caos. Poi sarà paralisi. Con i bambini andiamo a fare a palle di neve, e ci sembra una inaspettata vacanza. Non riescono a trattenere il loro desiderio di mangiarla, quella neve. Come se guardare non fosse abbastanza. Scende la notte. È già tutto bianco, un bianco fluorescente, immobile. Niente più macchine né tram né niente.

Ci svegliamo nel silenzio. È sparito il brusio di fondo che accompagna la vita della città. Come se le avessero tolto il volume, la città trattiene il respiro. E anche noi, a vederla così. Bianca, bianca, bianca. In fretta ci vestiamo. Con altri attoniti passanti, affondiamo con i piedi nella neve. La neve scricchiola, come ci trovassimo in montagna, o in un bosco incantato. I connotati urbani sono tutti cambiati e anche le grandi strutture sembrano diverse; il palazzetto dello sport di Nervi, la scultura di Ceroli per le Olimpiadi, l’Auditorium, il Maxxi. Forme che perdono la loro funzione, diventano astratte, perfette. Un pettirosso caduto da un ramo, giace morto sulla neve. Sembra il dettaglio di una natura morta. Lo raccogliamo da terra per impedire che qualcuno lo schiacci. Rumori sinistri giungono da Villa Glori. Ed ecco la strage. Le vere vittime di questa nevicata. Larici, oleandri, pini, i rami piegati si spezzano e crollano a terra, formando una giungla di rami imbiancati e morti. È così ovunque in città. Piegati dallo sforzo, come braccia arrese. Sotto le piante crollate, macchine e motorini abbandonati dopo una fuga. Chi non è fuggito, è rimasto prigioniero della macchina, dei vagoni del treno, e tornare a casa quel venerdì è diventata un’odissea. Come se tutta la bellezza della neve, il suo candore innocente, avesse un lato oscuro: fango, freddo, traffico, morte, polemiche.

Roma è ormai da anni abbandonata a se stessa. Sopravvive come può, grazie o a dispetto dei suoi cittadini. Ci fosse stato un negoziante che ha buttato il sale davanti alla sua vetrina, e così la gente deve camminare in mezzo alla strada perché i marciapiedi sono lastre di ghiaccio. Ci fosse uno spazzaneve, un mezzo spargisale, una squadra di giardinieri che comincia a segare i rami degli alberi caduti. Niente, tutti immobili a guardare la neve, imbambolati. Le vecchie cadono a terra come birilli. Non hanno le scarpe adatte. Qualcuno toglie la neve dal parabrezza della macchina con l’ombrello. Altri armeggiano con le catene recuperate dal fondo del garage. È come se la vita in città ci avesse del tutto disabituati alle emergenze. Come se la natura non fosse più una variabile da mettere in conto per regolare il proprio comportamento. Eppure noi siamo poca cosa, e questo spettacolo incredibile, sembra lì per ricordarcelo. Sconfitti da una nevicata nei giorni della merla. Già proprio così, come racconta la storia. C’era una merla che alla fine di gennaio si prese gioco dell’Inverno. “Non sei stato così freddo, dopotutto”. La merla era un uccello bianco, dal becco d’oro, molto impertinente. L’inverno si offese e disse “ah, sì? Adesso vedrai”. Sputò neve e vento, e tormenta e ghiaccio sicché la merla dovette cercare rifugio sotto la cenere di un fuoco appena spento per non morire di freddo, e divenne tutta nera.

I VOSTRI COMMENTI
Il commento di laura mercuri 06 febbraio 2012
Hai proprio ragione: sconfitti da una nevicata nei giorni
della merla, quando sarebbe più normale aspettarsi
manifestazioni simili, da parte dell'inverno. E con i
vari siti meteo che parlavano di questa nevicata romana
da giorni. Ce l'avrà Internet, il sindaco?
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