Un delinquente romantico, di Daniela Preziosi Left Avvenimenti 29 settembre 2006
Esce in questi giorni in libreria l’ultimo lavoro di
Massimo Carlotto, La terra della mia anima (Edizioni
e/o, 158 pagine, 15 euro). Una storia diversa da
tutte le altre dell’autore padovano, considerato
una delle migliori firme del noir italiano. Il romanzo
è la biografia in prima persona di Beniamino Rossini,
un personaggio del mondo di Carlotto, inseparabile
spalla dell’Alligatore, il bislacco detective
protagonista dei primi romanzi. Ma fuori dalle pagine,
Beniamino, scomparso lo scorso 7 maggio in
seguito a una malattia, era un amico di Carlotto.
Figlio di comunisti milanesi
’ultimo romantico del
crimine. Contrabbandiere di sigarette, ma insieme militante del Pci, diventa
un fuorilegge professionale, ma a suo modo onesto, testardamente fedele
a un codice etico, irriducibile all’avvento delle nuove mafie e dei boss
dell’era delle non-regole. La terra della mia anima - ovvero la montagna e il
maniere, le frontiere dove Beniamino consuma i suoi traffici e i suoi ideali -
finisce per essere la commovente autobiografia dell’Italia criminale, il romanzo
storico della malavita alle prese con le sue trasformazioni epocali,
nello sfondo dell’Italia degli anni 60 e 70, il paese delle conquiste sociali, di
Togliatti e Berlinguer, ma anche delle stragi e delle connivenze.
La terra
potrebbe essere il prologo alle storie ciniche e nerissime che Carlotto ha
scritto negli ultimi anni ( Arrivederci amore, ciao, L’oscura immensità della
morte, Nordest). Accompagnando Rossini, il romanzo entra e esce dal
carcere, l’altro filo rosso della narrazione: un durissimo "mondo di dentro",
che costringe Carlotto a "tornare su territori della mia memoria in cui
non avevo voglia di tornare" (nel ‘93 a Carlotto fu concessa la grazia, dopo
8 anni di reclusione considerata unanimemente ingista). Il carcere è raccontato
negli anni: le speranze riposte nella legge Gozzini (‘86), il suo affossamento,
le rivolte, la normalizzazione a colpi di violenze sui detenuti, l’isolamento,
la violazione dei diritti fondamentali. In sostanza, l’ipocrisia, o al
massimo il velleitarismo di qualsiasi proposito di riabilitazione.