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Ora Carlotto racconta i segreti del corsaro noir

Autore: Antonella Barina
Testata: Il Venerdì di Repubblica
Data: 4 aprile 2008

Furono più di 300 mila i cristiani europei che tra Cinquecento e Ottocento abiurarono la propria religione per convertirsi all'Islam. Ma anche per trasferirsi in quelle città del Nordafrica dove tutto girava intorno alla pirateria. Un flusso continuo di rinnegati che, una volta musulmani, diventavano temibili corsari. Depredavano le navi cristiane per poi riciclare il bottino e vendere gli schiavi, in quel viavai di traffici e guerre che era allora il Mediterraneo. Obiettivo: il predominio navale (quindi politico ed economico) del mare. Un'avventura sorprendente, che la storiografia ufficiale ha quasi rimosso. E che torna oggi nell'ultimo romanzo di Massimo Carlotto, Cristiani di Allah (edizioni e/o): un noir mediterraneo, come lo definisce l'autore; una storia di pirateria, intrighi, vendette, omicidi ambientata nell'Algeri del 1541. Un racconto curioso soprattutto per la realtà storica che "ripropone con fedeltà, dopo due anni di letture e viaggi in Algeria", parola di Carlotto. "Anche se la trama è inventata, lo sfondo di una città che vive di pirateria - minacciosa ma seducente, venale ma libertaria, fuorilegge ma aperta a tutti - è ricostruito nei dettagli". Il romanzo è in vendita insieme a un cd che, come una colonna sonora, scandisce i momenti salienti del racconto: brani musicali e canzoni dell'armeno Maurizio Camardi e del sardo Mauro Palmas, che riscoprono antichi strumenti, dal duduk al liuto cantabile. La storia viene poi riproposta in uno spettacolo teatrale in cui, con i musicisti e la cantante Patrizia Laquidara, c'è Carlotto in persona, voce narrante (www.gershwinspettacoli.com).

Centinaia di migliaia di cristiani che rinnegano la loro religione per unirsi ai corsari islamici. Come si spiega?

"Molto spesso con il bisogno di riscatto sociale: si lasciava una realtà in cui i privilegi erano fissati per diritto di nascita e si entrava in un mondo dove ognuno era artefice del proprio destino. Non solo, la pirateria significava liberazione da lavori massacranti: quattro o cinque mesi di scorrerie all'anno, poi ci si godeva il bottino. E significava maggiore libertà. Sessuale innanzitutto: il romanzo narra la storia di due mercenari cristiani che si rifugiano tra i corsari per sfuggire alle maglie repressive del Sant'Uffizio, dopo che è stata scoperta la loro omosessualità. Ma anche di pensiero: l'alchimia, ad esempio, che in Europa poteva farti finire sul rogo, nel Maghreb era permessa".

Abiura come scelta, dunque...

"Non sempre: le persone rapite dai corsari erano costrette a convertirsi se volevano sfuggire al mercato degli schiavi. L'iter di passaggio da una religione all'altra era comunque complesso: richiedeva il consenso delle autorità religiose islamiche locali e il nulla osta del console del proprio Paese d'origine presso lo Stato corsaro".

Rappresentanze diplomatiche, documenti ufficiali: Stati a tutti gli effetti quelli corsari?

"Si trattava di quattro città magrebine (e del loro entroterra) in cui questi "rinnegati" detenevano tutto il potere: Tripoli, Tunisi, Algeri e Salè, in Marocco. Erano gli Stati nati nel Cinquecento dal sogno di Kheir ed-Dine, detto il Barbarossa, il figlio di un rinnegato greco, che debuttò come pirata ancora giovanissimo e, di bottino in bottino, realizzò il progetto di creare nel Nordafrica dei centri in cui tutto ruotava intorno alla guerra di corsa. E a governare erano i corsari. Diversi dai pirati, che depredavano le navi a proprio rischio e guadagno, senza regole né appartenenze: i corsari magrebini erano al servizio dei propri governi, che imponevano di rispettare certi trattati diplomatici. Stessa cosa, in fondo, erano i corsari cristiani al soldo di Venezia, Genova, Livorno, che prendevano di mira le navi musulmane".

Banditi del mare e governo "di riferimento" spartivano il bottino?

"A ciascuno la sua percentuale. E una parte andava ai proprietari delle navi, che non appartenevano mai ai capitani che le comandavano, ma a mercanti e cittadini che investivano nel lucroso business corsaro come oggi si investe in Borsa. Quanto alle merci depredate ai vascelli cristiani, dal Nordafrica ritornavano sulle piazze europee, arrivando fino in Russia".

Poi il mercato degli schiavi.

"I cristiani catturati dai corsari barbareschi finivano nel Nordafrica, i musulmani acciuffati da quelli cristiani in Europa. Lo schiavo, alienabile in qualsiasi momento, era denaro a disposizione: come mettere i soldi in banca".

Algeri, la più potente delle città corsare e la protagonista del suo romanzo. Una realtà dove tutto è in vendita...

"Un porto cosmopolita con gente d'ogni tipo, arrivata sul flusso delle merci: perfino i tartari, trafficanti di schiavi, e i nativi del Nuovo Mondo, sfuggiti alla conquista della Vecchia Europa. Una città dove nazionalità diverse comunicavano in sabir, la lingua franca, un misto di idiomi mediterranei. E dove pesava la presenza dei giannizzeri, guardia scelta del sultano di Cosantinopoli, che esigevano tributi e rispetto per il temibile alleato. Avevo sempre pensato che fossero turchi, ma ho scoperto che erano cristiani strappati in fasce alle famiglie e allevati come macchine da guerra".

Un mercato feroce e avido. Eppure con un'aria di libertà sconosciuta a tante città europee represse dall'Inquisizione.

"Proprio grazie alla presenza dei rinnegati che, a metà tra Cristianesimo e Islam, ponte laico tra due culture, hanno preso il meglio di entrambe, proponendo una qualche forma di di progresso. Certo, erano corsari sanguinari, ma un conto erano gli affari, un conto la libertà di pensiero e comportamento".