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Arenaria | Paolo Teobaldi

Autore: Christina Bassi
Testata: Crunched
Data: 11 marzo 2019
URL: https://www.crunched.it/leggere/1013-arenaria-paolo-teobaldi.html

Paolo Teobaldi si adopera come occhi, orecchie e memoria storica per la nipotina Julie, di pochi anni, e in un’immaginaria gita per le colline e le alture dei suoi luoghi, la provincia pesarese, la guida da quota cinquanta metri sul livello del mare fino ai duecento, ripercorrendo oltre che le storie della terra abitata un tempo da mezzadri, carrettieri, fattori, conti e contadini, anche quelle del suo linguaggio, fatto di termini dialettali, modi di dire, parole ormai in disuso, tecnicismi legati al mondo della pesca o della caccia, mappandone le origini in un continuo di piacevoli e talvolta comiche divagazioni etimologiche.

Un memoir sui generis perché parte dalla terra, dalle rovine che rimangono di una vita passata, che un nonno cerca di trasmettere a una creatura che forse quando sarà grande abbastanza per capire allora non potrà più vedere. Un passaparola di aneddoti che con la loro potenza di valanga scendono caracollando a valle per sedimentare nella piccola Julie, adesso designata erede di storie al limite tra la realtà e la novella trecentesca, saltando tra vari lassi temporali.

Con un piglio nostalgico si ripercorre il suolo su una bicicletta inesistente che sotto le ruote lo trasforma: “niente zona-mare a quei tempi, niente città-giardino, niente street-food, ruota o torre panoramica, autostrada caselli tangenziale centri commerciali eccetera, bensì toponimi in sequenza, ugualmente poetici e ritmati però”; una bici come macchina del tempo quindi che modifica il reale e anche il parlato, condendolo di soprannomi (Sgambarlèd, Pregadì, Tamagnòtt, Figh-Sécch, Pajèr) di termini come belpunto, rapascéto e spulvaréto, gavotta e contraddanza, di parole, insomma, rimaste sott’acqua e che Teobaldi rispolvera, creando con questo libro non solo una carta topografica del ricordo ma anche un abbecedario della memoria.

Tra i saliscendi del panorama pesarese, con la nipotina al seguito, l’autore ci accompagna in un viaggio che abbraccia la storia tutta, capace di stordirci come solo le narrazioni migliori riescono a fare, un’immersione ad alta quota tra ruderi e arenaria, che con le sue stratificazioni altro non è che la dimostrazione visibile del tempo che passa, implacabile, ma che nonostante tutto non manca di lasciare traccia di sé.

“Ma poi più che con le parole, che adesso poi non so neanche quali parole usare, di quale lingua, di quale dialetto, di quale linguaggio settoriale, l’unico modo per farti capire certe cose sarebbe quello di fartele vedere, cioè di fare come faceva mio padre, che mi caricava sulla canna della sua bicicletta e mi portava a marina a fare il bagno nella spiaggia dei poretti…”