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Migranti due volte, italiani una per tutte

Autore: Chiara Zappa
Testata: Avvenire
Data: 25 agosto 2009

Per Jadelin Gangbo, in un mondo civile e umano la parola 'migrazione' non dovrebbe evocare barconi di disperati lasciati mo­rire in mare senza che la società intera si scandalizzi per queste vite a perdere, mentre i telegiornali seguono con apprensione l’estrazione dei numeri del lotto. Ciò che più mi ha lasciato deluso, di fronte a questa tragedia, non è tanto la politica italiana, che purtroppo non mi sorprende, quanto l’apatia dell’Europa intera: Paesi che consideravo più civili su questo fronte chiudono gli occhi su violazioni terribili, come ai tempi bui del nazismo». Gangbo parla con la partecipazio ne di chi si sente in qualche modo 'chiamato in causa'. Basterebbe leggere il suo ultimo libro, in cui racconta gli anni Ottanta dei paninari, delle merendine con la sor­presa e di Craxi (o 'Taxi', come suona all’orecchio del piccolo nar­ratore) per capire che questo giovane scrittore cresciuto a Imola è un italiano. Ma l’autore di Due volte (uscito da poco per l’editore e/o), fattosi conoscere nel 2001 con Rometta e Giulieo (Feltrinelli), è destinato ad essere anche 'altro'. Classe 1976, in Italia da quando a veva quattro anni, Jadelin Mabiala Gangbo è originario del Congo Brazzaville: un particolare che lo inserisce d’ufficio nella categoria degli scrittori migranti, di quella leva di autori 'culturalmente meticci' che anche nel nostro Paese sta diventando rilevante. Scrivono in italiano, ma per vicende biografiche (e in qualche caso poco più che somatiche) vengono percepiti anche come 'stranieri'. Gangbo sarà chiamato a rappresentare questa categoria al focus che il Festivaletteratura di Mantova dedicherà a Africani d’Europa/Afri cani in Europa il prossimo sabato 12 settembre (Seminario Vescovile di Mantova, ore 11.30). Anche se lui – spiega – preferirebbe «parlare semplicemente di Europa meticcia ».

Ma lei si sente o no uno scrittore migrante?
«Questa è una definizione in cui a volte ci fa comodo rifugiarci. Eppure è anche tremendamente riduttiva, limitante. Il mio modo di scrivere è legato fortemente alla mia identità, ma non tanto in quanto migrante, bensì in quanto singolo che porta avanti il proprio percor­so umano e letterario. Per questo vorrei che, sempre più, a livello so­ciale ma anche culturale prendesse piede l’idea di un’Europa dai volti diversi, naturalmente e inevitabilmente meticcia, nomade, multiculturale, in evoluzione».

Quanto conta la lingua in cui un autore scri ve? Quanto ha a che fare con la sua identità?
«Moltissimo. Io scrivo in italiano perché sono italiano. Il giorno in cui dovessi decidere di scegliere l’inglese, la mia scrittura sarà completamente di versa, perché cambiando lingua muta non solo la musicalità, ma lo stesso modo di pensare e di formulare le frasi. D’altra parte, è anche vero che lo stile della mia scrittura riflette la mia identità 'nomade'».

In questa identità che spazio ha, per uno scrittore migrante, la cul tura di origine, ciò che nel libro viene definito il 'cuore nero'?
«Dipende molto da come si viene accolti dal Paese ospitante. Se il contesto è ostile, è facile cercare rifugio nelle proprie radici culturali, spesso anche in modo artificioso, esagerandone il peso. Il processo di formazione della propria identità è invece più sereno se la cultura del Paese d’adozione viene percepita come accogliente. Personalmente, ricordo che da ragazzo una delle mie più grandi frustrazioni deriva va dall’assenza di un gruppo per me davvero rappresentativo: in un’Italia in cui non esisteva ancora una seconda generazione di immigrati, mi sono sempre sentito estraneo sia nel gruppo dei coetanei italiani, sia tra gli stranieri. Ma resto dell’idea che quello della migrazione non sia l’elemento più rilevante alla base del mio stile narrativo. Come scrittore, non mi sento diverso dai miei colleghi».

In che senso?
«Penso che la ricerca di un’identità personale – ma anche culturale – non sia appannaggio di chi ha ori gini in un contesto diverso, ma rappresenti un’esperienza comune a moltissime persone. A volte, in­vece, il fatto di provenire da un altro Paese rinchiude la mia ricerca in un luogo comune. Un meccanismo che in Inghilterra, dove vivo attualmente, si verifica molto meno».

Perché, a suo parere?
«In una città come Londra il meticciato è semplicemente un dato di fatto: vedi per strada dei bimbi e non riesci a capire quale sia la loro origine etnica, né que sto particolare viene percepito come così importante. Lo stesso atteggiamento si ritrova nel mondo culturale e letterario».

Qui lei ha condiviso le frustrazioni di ogni immigrato. Perché rivendica l’accezione positiva del termine 'migrante'?
«La migrazione ha in sé una forza sociale e culturale straordinaria, soprattutto perché offre prospetti ve differenti: comporta uno sguardo sulla società veramente privilegiato perché è esterno, la attraversa, ma ne fa anche parte. Nella migrazione è intrinseca l’energia dello spostamento, che ti accompa gna nel luogo in cui vai. E sebbene spesso questa sia una forza tragica, da essa possono nascere piccole ri voluzioni ». «Vorrei che, sempre più, prendesse piede l’idea di un’Europa dai volti diversi, nomade». Parlerà a settembre al Festival di Mantova