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Speciale Libri Come: Massimo Carlotto

Autore: Chiara Gulino
Testata: Flanerì
Data: 11 maggio 2011

Appoggiato al tavolaccio in rovere fatto appositamente costruire identico a quello di Pablo Neruda, Massimo Carlotto è stato protagonista sabato pomeriggio a Libri come di una lectio magistralis sui segreti del genere letterario di cui lui è uno dei massimi rappresentanti: il noir italiano.

“Latitante per caso”, come si è più volte autodefinito lo scrittore padovano, che a soli 19 anni è stato incriminato per l’omicidio di una studentessa mai commesso e quindi costretto a vivere una vera e propria odissea, dall’assoluzione alla condanna fino alla fuga all’estero cui porrà termine nel 1993 il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro con la concessione della grazia (il tutto raccontato con straordinaria autoironia ne Il fuggiasco, E/O 1995), ci ha tenuto da subito a tracciare una netta linea di demarcazione tra il giallo d’evasione tradizionale (oggi tornato di gran moda), iperconsolatorio, pieno di luoghi comuni, politically correct, bipartisan, di bassa qualità, basato sulla struttura caos iniziale provocato dal delitto-indagini-scioglimento che prevede il trionfo della giustizia e la riaffermazione della legalità dello Stato, e il noir d’inchiesta da lui praticato. Il creatore di quest’ultimo genere è sicuramente Jean-Claude Izzo, ma a dispetto della definizione francese, il noir nasce prima in America con i grandi romanzi di Chandler e Hammet, detti dagli americani hard boiled, romanzi che sovvertono i canoni del giallo tradizionale alla Agatha Christie. Non c’è più il poliziotto o investigatore che, attraverso il metodo deduttivo, risolve un enigma permettendo al lettore di sfogare la propria ansia e di venire rassicurato dalle proprie paure, in primis quella della morte, non più vissuta come tragedia ma come oggetto di una investigazione. Il noir è il regno del caos e dell’ingiustizia, svela verità celate dal potere e dai media asserviti con lo scopo di sensibilizzare le coscienze e provocare una reazione di resistenza, di ribellione, di riscatto individuale e rivolta alla massificazione morale e culturale dominante. È controinformazione e critica sociale.

Sia i noir di Carlotto del «ciclo dell’Alligatore», a partire da La verità dell’Alligatore (1995) fino a L’amore del bandito (2009), che il romanzo di formazione criminale Arrivederci, amore ciao (2001), di cui l’11 maggio uscirà il seguito dal titolo Alla fine di un giorno noioso, sono tutti impregnati di vissuto personale e al tempo stesso ispirati a fatti di cronaca, nonché quasi tutti con l’eccezione de Il mistero di Mangiabarche (1997), le cui vicende si svolgono in Sardegna e Corsica, sono ambientati nel Nord-Est, “straordinario laboratorio criminale”.

È stato proprio a metà anni ’90 che il giallo italiano, preso coscienza della fine o quasi del giornalismo d’inchiesta, soffocato da querele intimidatorie, si è trasformato in letteratura di realtà. Il noir d’inchiesta non è consolatorio, né bipartisan o politicamente corretto, è un “pugno nello stomaco” del lettore che lo costringe a confrontarsi con la società in cui vive e a scontrarsi con la sofisticazione della verità diffusa dai media asserviti al potere. C’è un confine labile fra bene e male. Per questo i romanzi di Carlotto violano il nono comandamento di Chandler (il criminale deve essere punito), impossibile da applicare in un paese come l’Italia, totalmente in mano alla criminalità organizzata, un paese dove le multinazionali del crimine hanno un fatturato annuo ben superiore a quello di molte nazioni in via di sviluppo e i cui proventi vengono reinvestiti all’estero in modo tale che i loro capitali non sequestrabili possano lievitare e moltiplicarsi. La collusione dello Stato italiano è evidente nel suo spiegare forze e denaro contro la piccola criminalità, mentre  la vera criminalità continua a pervadere la società diventandone un elemento endogeno e nell’ottundere le menti degli italiani, non solo attraverso giornali e telegiornali ma anche attraverso programmi spazzatura e talk show che volutamente e colpevolmente amplificano delitti familiari o episodi di microcriminalità distogliendo l’attenzione da fatti scabrosi che coinvolgono il mondo politico e economico.

Massimo Carlotto invece nelle vesti di Marco Buratti, investigatore sui generis che si è guadagnato la stima dei malavitosi scontando sette anni di galera per una condanna ingiusta senza cedere alle lusinghe di uno sconto di pena, un “irriducibile” dai metodi non convenzionali, soprannominato l’Alligatore dal gruppo rock in cui cantava, gli Old Red Alligators, si serve della trama noir per parlarci di amianto, sofisticazioni alimentari, inquinamento ambientale, ecomafie, rivelando il ruolo anticipatore di fatti reali di questo filone letterario. Il romanzo Mi fido di te, per esempio, scritto con l’autore cagliaritano Francesco Abate, ha denunciato il fenomeno della sofisticazione alimentare prima che scoppiasse lo scandalo; Perdas de Fogu, che racconta gli orrori del poligono militare di Quirra in Sardegna, isola a vocazione turistica, ha richiesto due anni d’indagine svolta insieme al collettivo Mama Sabot (“Sabot” era lo zoccolo che gli operai durante la rivoluzione industriale gettarono dentro gli ingranaggi dei macchinari delle fabbriche per fermare la produzione e ribellarsi a una condizione insostenibile e di ingiustizia; di qui il verbo “sabotare”) e oggi l’inchiesta è stata richiesta dal Parlamento europeo (intanto però il 65% dei pastori della zona è ammalato di leucemia).

Mescolando di fiction e realtà, l’autore può così sfuggire alla censura e allo stesso tempo instaura un patto con il suo pubblico sollecitandolo ad assumere un ruolo attivo e a proseguire lui stesso l’inchiesta in modo tale che la letteratura ridiventi, come affermava Pavese, “in grado di rappresentare una difesa contro le offese della vita”. E il noir è sicuramente il genere contemporaneo che consente di raccontare la società e soprattutto i suoi lati oscuri, provocando dubbi e interrogativi. C’è speranza? C’è redenzione? La risposta di Carlotto è che non c’è redenzione senza conflitto.