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La dimensione umana della politica e la dimensione politica dell'umano: "Sparando all'elefante e altri scritti" di George Orwell annulla la demarcazione tra saggistica e narrativa

Autore: Marta Olivi
Testata: Critica Letteraria
Data: 9 febbraio 2021
URL: https://www.criticaletteraria.org/2021/01/sparando-all-elefante-george-orwell.html

Gran parte degli studenti di scuola superiore, nel corso degli anni scolastici, ha letto qualcosa tra le opere di narrativa più famose di George Orwell, da 1984 a La fattoria degli animali; e forse in molti ricorderanno quel sentirsi soffocare, quel nodo alla gola che ci assaliva da adolescenti quando leggevamo del regime del Grande Fratello o di animali che sono più uguali di altri. Eppure, leggendo queste opere incise nel canone letterario mondiale ormai settant’anni dopo la morte del loro creatore, è troppo facile dimenticarsi dello scopo condiviso da distopie come 1984 e allegorie come La fattoria degli animali: isolare e illuminare tramite metafore letterarie pratiche sociali, politiche e culturali negative e pericolose. E mentre il libro di testo ci spiegava pazientemente che l’ispirazione politica di Orwell veniva dalla Seconda guerra mondiale, dal regime stalinista russo, e dalla guerra civile spagnola, diventava troppo facile concentrarsi sul contesto politico e dimenticarsi della perenne attualità della critica umana e sociale di Orwell.

Per fortuna, in questo libro, il curatore Stefano Guerriero decide di andare oltre l’Orwell scolastico. Con sei brani sceltissimi, tratti dall’immensa produzione breve di Orwell, lo scopo è dichiarato sin dalle prime righe della Nota ai testi: dimostrare che «Orwell non era un profeta (…) Non era nemmeno l’icona pop che è diventato, il maître à penser buono per tutte le occasioni» (p. 5): Orwell era prima di tutto uno scrittore, un uomo, che da un punto di vista imprescindibilmente umano osservava non solo il sistema politico del suo tempo, ma riusciva con grande lucidità ad andare oltre, mettendo a fuoco l’interiorità dei uomini che tutti insieme compongono quell’entità astratta che chiamiamo politica. Nessuno meglio di un uomo, per capire le falle del pensiero umano che avevano dato origine ad abomini come i gulag e l’Olocausto; e nessuno meglio di uno scrittore, per capire le potenzialità di analisi insite nella scrittura, e per maneggiare la penna in modo tale da sfruttare queste potenzialità per risvegliare le coscienze.

Non a caso, infatti, il pezzo che apre il volumetto tratta proprio delle motivazioni personali di Orwell scrittore. Con una sincerità disarmante, Orwell parte dalla propria esperienza e descrive la scrittura come un atto mosso da numerose motivazioni, poste in una scala di grigi tra il sé e l’altro; l’egoismo e l’entusiasmo estetico sfumano nell’impulso storico e politico, e nello scrivere è impossibile distinguere le motivazioni centripete da quelle centrifughe. Tutti i sei saggi dell’opera correranno su questo duplice binario, saltellando di qua e di là sul confine tra il sé e la società. Il primo esempio di approccio umano alla politica ci viene dato in Politica e lingua inglese, in cui Orwell affronta le magagne della politica inglese tramite gli scritti di intellettuali a lui contemporanei, di cui riesce con una pregnanza esemplare a isolare le perversioni del pensiero; Orwell prende di petto tutti quei politici che dietro uno stile ampolloso e inutilmente complicato nascondevano una mancanza di originalità o perfino la volontà di ingannare i lettori. Allo stesso modo, i due racconti brevi tra cui questo saggio è posizionato - secondo l’alternanza di narrativa e saggistica che il curatore ha deciso di adottare - utilizzano la parola scritta per mostrare gli orrori del colonialismo e della condanna a morte: una narrativa che, cancellando il confine tra fiction e non-fiction tramite il ricorso all’esperienza di Orwell in India e alla prima persona singolare, visualizza la politica tramite quelle figure di cui i libri di storia non ci parlano, anziché nasconderla dietro parole sterili.

Tuttavia è nell’ultimo pezzo di questa raccolta che l’alternanza di narrativa e saggistica esplode definitivamente, e ci rivela come sia impossibile distinguere dimensione umana e dimensione politica, dimensione soggettiva e dimensione oggettiva, storie esemplari raccontate dalla narrativa e trattazione non-fiction. Per Orwell, non c’è distanza tra umano e politico, tra singolare e plurale. E la dimostrazione della focalizzazione continua sull’umanità di questo scrittore troppo facilmente classificato come uno scrittore politico emerge in quest’ultimo pezzo, sfuggente già dal titolo: Alcuni pensieri sul rospo comune. Una riflessione su città e natura, il necessario passo indietro di chi ha passato la vita ad analizzare la civiltà degli esseri umani finché, come in una città invisibile calviniana che si rovescia nel suo contrario, non può fare a meno di immaginarsi un mondo senza di essi. La dimostrazione della poliedricità di uno scrittore che, a settant’anni della sua morte, rifiuta ancora di essere compreso in modo univoco. Per fortuna.