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Lo spreco conoscitivo di un'utopia mobile

Autore: Carlo Mazza Galanti
Testata: Alias
Data: 30 maggio 2011

Quello di recensire libri sarebbe un mestiere piuttosto ingrato, abbastanza monotono, se nella quotidiana peregrinazione attraverso il prevedibile paesaggio delle «novità» non capitasse ogni tanto, raramente, d'imbattersi in qualche bene prezioso, in libri che valgono da soli la fatica di leggeme molti altri. In questi casi l'indubbio, inconfondibile accadere della letteratura - di quella che davvero conta - ripaga il perplesso consumatore di prodotti occasionati. Qualcosa s'impone, e tutto il resto cade in secondo piano. Se si parlasse soltanto di libri simili credo basterebbe una minuscola percentuale delle informazioni oggi fornite da terze pagine, riviste, blog. siti d'informazione culturale, eccetera. Quella sfera in continua espansione di discorsi, promozioni, dibattiti che, un po' come la famosa mappa borgesiana in scala 1:1, tende a neutralizzare la naturale funzione della critica giornalistica e militante. Ovvero orientare, selezionare, dividere il grano dall'oglio. Tutto questo solo per segnalare Damon Galgut come uno di quei rari scrittori che non conoscere sarebbe un vero peccato. Uno di quelli che, appunto, s'impongono. I suoi libri bastano a se stessi: indicarli è semplicemente il minimo, e forse anche il massimo, che un critico letterario potrebbe e dovrebbe fare. E anzi, volendo essere ancora più tranchant, a dover scegliere un «TQ» (per dirla con una sigla all'ordine del giorno) nell'intera area della letteratura in lingua inglese, Galgut sarebbe senz'altro tra i miei principali candidati. Molto prima di Franzen, di Coe, di Eggers e di altri campioni con il posto eternamente garantito nelle vetrine delle librerie e sulle prime pagine dei giornali. Tra gli autori sudafricani della generazione successiva a quella di Coetzee e Breytenbach, quello di Damon Galgut- nato nel 1963 e già autore di una decina di opere abbondantemente premiate e apprezzate in giro per il mondo, è in effetti il nome che viene fuori più spesso. Da noi sono stati tradotti solo un paio di romanzi per Guanda (tra cui Il buon dottore, un libro splendido, evidentemente riconducibile al filone più kafkiano di Coetzee, ma senza nulla di epigonale), e quest'ultimo pubblicato da e/o. Diversamente dai suoi libri precedenti, In una stanza sconosciuta (traduzione di Claudia Valeria Letizia, pp. 210, € 18,00) non contiene nessun riferimento alla condizione politica, sociale. culturale del paese dove lo scrittore è nato e cresciuto. Si tratta di un romanzo autobiografico composto di tre racconti lunghi ma organici, omologhi, che nel giro di poco più di duecento pagine ci fanno letteralmente attraversare il pianeta terra: dallo Zimbabwe all'Inghilterra, dalla Svizzera all'India Mesi e mesi di spostamenti, migliaia di chilometri, decine di paesi: eppure confinare questo testo nel pur vasto e poroso reparto della letteratura di viaggio rischierebbe di mancarne completamente la qualità specifica. O almeno, se di letteratura di viaggio si tratta, abbiamo a che fare con un esemplare del genere assolutamente originale. Galgut, come Chatwin, viaggia perché non può farne a meno, perché qualcosa d'imperativo e d'irresistibile lo obbliga al nomadismo, a fare lo zaino e lasciare il proprio mondo per un altro dai contorni sconosciuti (o «Strani»: In a Strange Room il titolo originale del libro - citazione faulkneriana tratta da As I Lay Dying). L'Altro di Galgut, tuttavia, non ha nulla a che fare con la specificità dei luoghi e delle culture incontrate. È impressionante la suprema noncuranza «conoscitiva» dello scrittore, quasi lo spreco verrebbe da dire. I paesaggi restano lontani come splendidi fondali, i costumi, le genti, la politica dci paesi attraversati sono del rutto assenti: appena qualche tratto, più che altro accidentale, sfuggito quasi suo malgrado alla penna del narratore. Galgut, come già ha dimostrato in passsato. è un abilissimo illustratore di rapporti, incontri, combinazioni relazionali. Ma rapporti, incontri, relazioni appaiono adesso strappati a qualsiasi indice culturale, radice storica o funzionale, liberati di tutto ciò che non sia il semplice e incontrovertibile fano umano di due individui a confronto. Confronto che nell'esperienza del viaggio e in particolare del viaggiare insieme (i protagonisti di questi racconti sono proprio i viaggiatori che accompagnano Galgut) assume una dimensione tanto rischiosa quanto paradossale: quasi il partire, l'abbandono dei luoghi famigliari. invece di «aprire» isolasse le persone in una sorta di mondo parallelo. Un viaggio, inteso come «utopia mobile», esercizio di deprivazione, spoliazione di qualsiasi eredità simbolica (e la scrittura estremamente asciutta di Galgut ne testimonia, splendidamente) è allora occasione per sublimare l'essenza chimica dei rapporti, la loro nuda meccanica evoluzionistica, al di fuori di pretesti e contesti, liberando l'avvicendarsi dei temi intimi, dei motori immobili dell'interiorità, dove psicologia diventa sinonimo di destino e la sua rappresentazione narrativa si espande nel dominio rarefatto dell'allegoria. «Il seguace», «L'amante», «il guardiano»: sono i titoli dei tre momenti che scandiscono il romanzo, tre modulazioni essenziali dello stare insieme (il potere, l'amore, la cura), tre personaggi/emblemi che il narratore riconosce in sé c nell'altro, o meglio nello spazio tra i due: uno spazio tutto interno alla voce narrante, che perciò oscilla continuamente tra prima e terza persona. Elemento stilistico, quest'ultimo, assai caratterizzante, gestito e valorizzato benissimo da Galgut c in qualche modo legato anche al ruolo che investe la memoria nella ricostruzione narrativa del tempo trascorso. Racconto oggettivo e soggettivo, Io passato e Io presente: confusi o alternati nel gioco dei punti di vista. Come nell'ultimo libro di Coetzee (Summertìme), l'autobiografia diventa un esercizio di spossessamento. La sincerità un obiettivo difficile da cercare al di fuori di sé.