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Belle Greene, l’amore per i libri e l’impostura

Autore: Alessandra Pigliaru
Testata: Il Manifesto
Data: 13 ottobre 2021
URL: https://ilmanifesto.it/belle-greene-lamore-per-i-libri-e-limpostura/

Se si visita la Morgan Library & Museum di New York e si arriva alla North Room si può ammirare un ritratto in terracotta dedicato a Belle da Costa Greene, bibliotecaria e direttrice di quel luogo storico per quarantatré anni. Prima riordinando la collezione privata del banchiere J. P. Morgan e poi, dal 1924, con la trasformazione del fondo in istituzione pubblica, fino al 1948, due anni dopo sarebbe morta. Alla nascita, Belle Marion Greener era figlia di due afroamericani, il padre attivista è stato il primo nero laureato ad Harvard. «Si deve alla intelligenza e curiosità di Belle Greene se oggi la Morgan Library è ciò che è, con la sua collezione di manoscritti e copie uniche, grazie alla tenacia di una donna amante dei libri e della conoscenza». Ne è sicura Alexandra Lapierre che titola il suo ultimo romanzo con quel nome, tanto scintillante quanto misconosciuto: Belle Greene (edizioni e/o, traduzione di Alberto Bracci Testasecca, pp. 507, euro 19). È un tesoro enorme quello riordinato e ora custodito, cui ha contribuito proprio quella giovane e avveduta bibliofila: insieme a Caterina di Kleve, Gian Galeazzo Visconti e Alessandro Farnese, si trovano anche tre copie della Bibbia di Gutenberg e poi lavori moderni con firme straordinarie da Jane Austen ad Albert Einstein.

«Belle Greene» appartiene a un genere che le corrisponde e con cui si è misurata in altre occasioni, tratteggiando, fra le altre, le biografie di Fanny Stevenson, Artemisia Gentileschi, Moura, Isabella Barreto.

Opero una scelta oculata, per trascorrere qualche anno in compagnia della esistenza di una donna, la sua storia deve corrispondermi con una certa determinazione. Credo di essere stata in ottima compagnia, basterebbe nominare anche solo Isabella Barreto, capitana e ammiraglia di quattro galeoni nel Cinquecento, partita da Lima alla scoperta di nuove vie marittime. Riguardo Belle Greene ciò che mi ha convinta è stata la sua ostinazione a voler fare di una biblioteca privata un luogo aperto al mondo. E c’è riuscita, scegliendo il proprio destino, dichiarando di voler conoscere tutto. Possedeva una curiosità vorace, insieme a un’incrollabile ossessione per i libri antichi, quelli miniati in particolare. Giovane, senza soldi e senza marito, ai primi del Novecento è già famosa negli ambienti culturali ed eruditi americani ma anche in Europa dove si recava per comprare libri rari per conto di Morgan.

La decisione del «passing» arriva con il sostegno di sua madre che, separatasi da un marito insipiente, decide di cambiare i propri dati anagrafici forte della sua carnagione chiara e di valicare così «la linea del colore». Dichiararsi bianche significava molte cose, interne alla comunità nera un tradimento, per sé stessi una tattica di sopravvivenza in cui non mancavano privilegi evidenti. Nel suo libro viene descritta bene l’oscillazione tra questi due aspetti, che diventa speso una forma di fragilità ambivalente.

Nelle prime pagine del libro c’è un dialogo tra Hermione, la nonna di Belle, e Genevieve, la madre della mia protagonista. Se la prima, fedele alla sua provenienza da una grande famiglia di musicisti “meticci” stabilitisi a Washington fin dal Settecento, la ammonisce ricordandole che abbandonando il suo popolo perderà se stessa condannandosi a un esilio eterno, la seconda insiste sulla iniquità di una legge che fino al 1964 (anno del Civil Rights Act, ndr) obbligava la popolazione alla divisione in white or colored – in quest’ultimo caso anche con un unico antenato africano. La pratica del passing era utilizzata dunque per sfuggire alla segregazione razziale e alla conseguente mancanza di diritti. Belle non si vergognava delle proprie origini ma era il modo che aveva scelto per poter fare ciò che desiderava, non ce n’erano poi molti altri.

(...)