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La ballata di Mila - Matteo Strukul

Autore: Andrea Pelfini
Testata: ideablog
Data: 25 agosto 2011

Avviso ai naviganti: dopo quasi tre anni di Pegasus Descending ho l’ardire di reputarmi amico – sebbene prevalentemente via web – dell’autore de La ballata di Mila, quel Matteo Strukul dal multiforme ingegno con il quale, tra l’altro, mi trovo spesso a concordare in fatto di gusti letterari e idee intorno all’editoria nelle nostre infinite discussione sul blog. Ve lo dico per onestà intellettuale, nonostante cerchi sempre di pensare ai vostri soldi faticosamente guadagnati, anche quando leggo e recensisco il libro di un amico.

LA BALLATA DI MILA
di Matteo Strukul
ed. e/o Collezione Sabot/age

Chi conosce Matteo Strukul, anche solo un poco o solamente per le sue mille avventure e disavventure nel mondo del web, nel quale imperversa come un’orda barbarica, se lo aspettava: prima o poi pure il bardo avrebbe tirato fuori il romanzo dal cassetto dopo gli esperimenti nei racconti pubblicati sul sito di Sugarpulp e sul quotidiano il Manifesto, la scorsa estate, sempre sotto la saggia egida di Massimo Carlotto. E cambiano i tempi e lo stile ma gli ingredienti fondamentali restano gli stessi, nel romanzo d’esordio di Strukul, La ballata di Mila, tra l’altro lavoro che inaugura l’interessantissima nuova collana Sabot/age per le edizioni e/o, diretta da Colomba Rossi e curata proprio da Carlotto.

Mila Zago, l’indicussa protagonista del romanzo, non è una conoscenza del tutto nuova per chi segue questa fantastica realtà letteraria e sociale che gira intorno al genere noir o thriller o pulp o come cazzo volete etichettarla. Con il racconto Bambini all’inferno, quello pubblicato su il Manifesto come detto poco sopra, Mila irrompeva sulla scena Sugarpulp e in un covo di un mucchio di figli di puttana facendone secchi un buon numero e scoprendo una realtà aghiacciante e tanto dolorosa quanto realistica, inoltre e in seguito ripresa, in maniera seppur indipendente dal lavoro di Strukul e, se vogliamo, con un iperrealismo da voltastomaco, anche da Mauro Marcialis nel suo Dove tutto brucia.

Se nel racconto, però, lo stile di Strukul era fortemente influenzato da quella cadenza sincopata e bruciante tanto cara a gente come James Ellroy da una parte e Alan Altieri – ma potremmo anche citare Lorenza Ghinelli e Simone Sarasso nel loro J.A.S.T. -, in La ballata di Mila lo scrittore patavino molla gli ormeggi – e speriamo solo quelli… – lasciandosi trasportare dal piacere del racconto, intessendo una storia nera e violenta con un linguaggio più sciolto, meno studiato a tavolino e, per certi versi, pure più sincero.

In una provincia veneta ormai in balia delle triadi cinesi che oltre a mandare a puttane il sistema economico locale grazie a una rediviva o forse mai scomparsa schiavitù hanno pure preso a voler fare le scarpe ai ras locali che da tempo immemorabile si spartivano il racket di appalti, droga e prostituzione, Mila Zago, tanto bella quanto fatale, si trova in mezzo a una guerra tra bande per la spartizione del territorio. E se i cinesi non scherzano in fatto di brutalità, i loro dirimpettai amanti della polenta con il merluzzo non sono da meno. L’unico esito possibile è un puttanaio indicibile fatto di mutilati, teste mozzate, sparatorie in corsie d’ospedale e redde rationem in casolari di campagna, evidentemente un esito particolarmente gettonato nel nord-est, visto che pure l’altro cofondatore di Sugarpulp, Matteo Righetto, aveva optato per un esito analogo, anche se meno strutturato rispetto a quello de La ballata di Mila, nel suo Savana Padana. E anche lì cinesi contro autoctoni – e zingari.

Anche se il titolo potrebbe ingannare, La ballata di Mila non è un one woman show, bensì un lavoro che, seppur avendo nella bella killer il proprio baricentro, esplora tutto ciò che ci gira intorno. Malgrado gli intenti di Strukul, o comunque la resa del suo lavoro, non paiono prettamente “sociali”, intendendo con questo termine la volontà dell’autore di concentrare il proprio focus dell’attenzione su società, politica e balle varie, il Veneto, quello sommerso, non può non emergere tra le righe del suo racconto in questo che, in definitiva, pare un prequel bello e buono, tanto per il racconto citato sopra, Bambini all’inferno, in cui una Mila Zago ormai matura e convinta dei propri mezzi acquisisce una determinazione alla Charles Bronson che qui non ha, quanto per successivi lavori di Strukul, stante anche il finale che più aperto non si potrebbe.


Matteo Strukul
La ballata di Mila, comunque e nonostante la mano e la supervisione di Carlotto, paga un rilevante tributo a quello che è uno dei principali errori, o imperfezioni, degli esordienti: voler dire troppo e volerlo dire a parole piuttosto che mostrarlo. Benché i dialoghi paiano decisamente sopra la media di altri autori italiani, che siano novizi della letteratura o esperti naviganti del mare delle lettere, questi sembrano rimanere sempre un po’ troppo sullo sfondo, come un corollario, un’appendice, piuttosto che una parte integrante della narrazione che, all’opposto, a volte diventa ridondante come, per esempio, nel finale, quando Mila, nel proprio diario in prima persona, fa un riassunto delle centoottanta pagine prima. Non serviva, come non serviva lo stesso diario di Mila, uno di quegli eccessi di narrazione di cui dicevo pocanzi. Sarebbe forse stato più divertente e opportuno far emergere il passato della protagonista del romanzo dal racconto stesso piuttosto che da un diario che ha l’evidente sapore della forzatura, quasi di un’aggiunta postuma e aliena al resto della scrittura. Essere chiari, forse, non è sinonimo di “dire tutto”.

La ballata di Mila, nonostante queste imperfezioni, rimane comunque un buon lavoro figlio del suo territorio e di un magma culturale effervescente e scoppiettante, nonchè degno apripista di una collezione, Sabot/age, da tenere d’occhio perché di cose da dire pare averne molte.