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Amara Lakhous e la sua Algeria negli occhi di Hassinu

Autore: Barbara Caputo
Testata: Corriere Nazionale
Data: 10 settembre 2011

Marketing ha voluto che questo romanzo fosse pubblicizzato come il manifesto dell’insoddisfazione della gioventù araba. Ma sarebbe riduttivo circoscrivere a questo “Un pirata piccolo piccolo” (e/o), opera d’esordio dell’algerino Amara Lakhous, scritto nel 1993, anno in cui l’allora ventitreenne autore viveva ancora in un’Algeria insanguinata dal conflitto tra governo e fondamentalisti, e pubblicato in Italia nel 1999, in mille copie. A differenza dei romanzi successivi di Lakhous, polifonici, e nei quali viene delineata una galleria di tipi umani, qui il protagonista è uno solo, con il suo flusso di coscienza, che apre al lettore non arabo le porte a una migliore comprensione della società non solo algerina, ma sicuramente almeno maghrebina. Il protagonista Hassinu è un impiegato quarantenne. All’età in cui il profeta Maometto ricevette la sua rivelazione, e che dovrebbe costituire l’acme dell’arco esistenziale per un uomo arabo, Hassinu, impiegatuccio piccolo piccolo sofferente d’ulcera, incapace di trarre vantaggio dalle risorse relazionali indispensabili per conquistarsi un posto al sole nella società araba, è un uomo scapolo, frustrato e pieno di livore. Tra le scarse consolazioni, guardarsi i programmi sexy sulla televisione francese, grazie al satellite. Il flusso di coscienza di Hassinu è rimuginante e ossessivo, in dialogo costante con il suo membro virile, Fertàs, frequentatore di prostitute marginali e infelici. I personaggi comunque ci sono, anche qui. Una galleria di curiosi, dall’impiccione e spione Mokhtar, al commerciante Boualem, alla vicina Halima, e poi il barbuto, l’ex partigiano, il donnaiolo e il cannaiolo. La paranoia di Hassinu è la normalità in un paese in cui chiunque può essere una spia al soldo del governo, e in cui ogni membro della società è alla mercé della curiosità degli altri. Ma Hassinu è un buon musulmano, va alla preghiera e prega per tutta la famiglia, ma questo non gli impedisce di bere alcool, di pensare al sesso, di smascherare l’ipocrisia dei finti virtuosi, integralisti sessuomani, mariti perversi e stupratori,in un’Algeria di “emigranti, barbuti, e di “quelli che si fanno le canne”, e di piccoli impiegati come lui, discendente di corsari che non sono all’altezza della passata gloria, in un’eterna decadenza che ricorda la nostalgia araba dell’età dell’oro.