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Damon Galgut, In una stanza sconosciuta

Autore: Emanuela D'Alessio
Testata: Via dei Serpenti
Data: 8 settembre 2011

Si chiama Damon, come l’autore, il protagonista e voce narrante dei tre racconti di In una stanza sconosciuta, il nuovo libro del sudafricano Damon Galgut finalista al Man Booker Price nel 2010.
Nel primo racconto Il seguace Damon «prova una felicità intensa, il che per lui è possibile quando cammina ed è solo. Continua a cercare altre persone, ma l’immenso paesaggio sembra completamente deserto». Damon è in viaggio, da solo, sta visitando Micene, quando arriva in cima a un’altura scorge la figura di un uomo. Si avvicinano, si guardano anche se fingono di no, poi uno di fianco all’altro si fermano. L’uomo ha più o meno la sua età, è tutto vestito di nero, è tedesco, si chiama Reiner e anche lui sta visitando Micene. Entrambi sono partiti per allontanarsi da un problema, ma se Reiner deve decidere se sposarsi o meno (e propenderà per il no), Damon deve soltanto dimenticare una persona che, tiene a precisare, «non è una donna». Proseguiranno insieme un viaggio sospeso e silenzioso, si separeranno e si ritroveranno per intraprendere un nuovo viaggio a piedi attraverso il Lesotho, trascinando ciascuno il proprio bagaglio di emozioni e sensazioni, peculiarità e diversità.
La dimensione del viaggio è la nota dominante del libro di Galgut, coniugata alle varie latitudini (dall’Europa, all’Africa all’India) e nelle varie accezioni enunciate di volta in volta dal Damon-viaggiatore, alter ego del Damon-scrittore. Riflessione articolata e profonda sul significato del viaggio, non solo spostamento materiale da un luogo a un altro, ma anche e soprattutto immersione ardita nelle profondità più remote dell’animo umano da cui Damon (personaggio e autore) riaffiora sempre più sconcertato. Perché lui è solo di passaggio, non è un viaggiatore per natura ma tale condizione gli è imposta dalle circostanze (dimenticare una persona, accompagnare un’amica malata, o soltanto assecondare un impulso senza sapere che cosa cercare e senza aver nulla da lasciare), lui non sente alcun legame con ciò che lo circonda ma ha una paura costante di morire che trasforma la sua vita in un acuto stato di ansia. Non è mai felice dove si trova e se «dentro di lui qualcosa è già andato avanti verso il luogo successivo, lui non va mai verso niente e al contrario si allontana sempre».

I tre racconti lunghi (Il seguace, L’amante e Il guardiano) che compongono In una stanza sconosciuta, costituiscono tre tappe emblematiche di un percorso non tanto di esplorazione geografica del mondo, quanto di ardita introspezione. Tre modulazioni del viaggiare insieme ad altri (numerosi sono infatti i comprimari delle storie) per scoprire meglio sé stessi. Galgut, tra gli autori più noti della generazione successiva a Coetze, è infatti un eccellente analista delle relazioni umane, delle molteplici ambiguità e contraddizioni del comportamento sociale degli individui.
In una stanza sconosciuta si distingue dai precedenti libri dello scrittore (in Italia sono usciti per Guanda Il buon dottore e L’impostore) per scelta stilistica innanzitutto. Utilizzando una scrittura asciutta che si fa  rarefatta, alternando arditamente la prima e la terza persona nella narrazione, abolendo completamente virgolette e caporali, Galgut mescola e confonde le voci e le strutture della narrazione, un dialogo  può essere anche riflessione interiore  o descrizione e viceversa, ma dopo l’inevitabile  straniamento, si afferra il senso e se ne apprezza l’originale acume.
Diversamente dai precedenti, In una stanza sconosciuta non contiene alcun riferimento al contesto politico, sociale e culturale del Sudafrica, paese d’origine dell’autore, come di nessuno degli altri luoghi che vengono attraversati. Al contrario, le descrizioni paesaggistiche e antropologiche sono lasciate ai margini, appaiono come pallidi e silenziosi fondali, immobili e incolori, particolari quasi del tutto irrilevanti di  una inedita ed eccellente raffigurazione dell’individuo e dei suoi perché.
Perché, a ben vedere, nei racconti di Galgut il viaggio assume un valore quasi simbolico, una buona prospettiva per filtrare alcuni significati dell’esistenza. Dell’amore, ad esempio, e delle sue infinite declinazioni, dolore e delizia per ogni uomo, fonte di atroci sofferenze o dei più sublimi piaceri, un fatto semplice in fondo se soltanto si fosse disposti a riconoscerlo e ad esprimerlo.
Perché, verrebbe da dire con Galgut, «le cose accadono una volta sola e non si ripetono mai, non ritornano mai. Se non nella memoria».