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Intervista a Matteo Strukul

Autore: Cecilia Lavopa
Testata: Contorni di Noir
Data: 8 settembre 2011

Intervistiamo oggi Matteo Strukul, che ha pubblicato il suo primo romanzo, "La ballata di Mila", pubblicato con E/O Edizioni e uscito il 24 agosto.
 
Ciao Matteo, grazie di esserti fermato nel salotto di Contorni di noir per una chiacchierata.
 
1. Raccontaci intanto chi è Matteo Strukul
 
M.: Be’ sono uno che crede in un sogno e quel sogno si è avverato un po’ di tempo fa, quando Marco Vicentini mi ha preso a bordo di Meridiano Zero e mi ha pagato per godere. E per questo lo ringrazio. Voglio dire: essere ufficio stampa della casa editrice culto per il noir in Italia è stata una bella soddisfazione e un’esperienza fantastica. Conoscere gente come Victor Gischler, Anthony Neil Smith per citare “Meridiano Zero Guys” ma poi Tim Willocks, Massimo Carlotto, Joe R. Lansdale, Don Winslow, Alan D. Altieri, Linwood Barclay fra gli altri e poi professionisti straordinari come Luca Crovi, Seba Pezzani, Maurizio Bono, Cristina Taglietti, Brunella Schisa, Gian Paolo Serino, Luca Conti solo per citarne alcuni; per me è stato il massimo. Amo la narrativa e il genere - sia esso noir o pulp, thriller o black comedy – come poche altre cose nella vita. Se a questo aggiungi che adesso sono arrivato a pubblicare un romanzo con E/O per la nuova collezione Sabot/Age diretta da Colomba Rossi e curata da Massimo Carlotto, be’ cosa posso dire? Ho fatto bingo! Insomma, un culo pazzesco… ah da poco fra l’altro ho cominciato un nuovo progetto a base di noir che mi vedrà impegnato con un nuovo editore. Semplicemente: porteremo parte della miglior crime fiction contaminata in Italia. Aspettate e poi ditemi se sparavo cazzate eh eh. Ne parliamo a gennaio 2012 che dici?
 
2. Vivi tra Padova e Berlino. Vuoi metterle a confronto e descrivermi pregi e difetti di queste due città?
 
M.:Padova è una città che amo con tutti i suoi limiti. Tantissimo glorioso passato: l’Università, Giotto, La Cappella degli Scrovegni, Galileo, il Santo, ma è un passato che un po’ schiaccia. I padovani sono lavoratori straordinari, hanno un intuito incredibile – e non solo a livello imprenditoriale o commerciale - ma credo dovrebbero (dovremmo perdonami) avere più coraggio. Siamo un po’ troppo legati a un’idea di cultura retrò, old fashioned. Da un po’ di tempo con Sugarpulp stiamo cercando di dare – nel nostro piccolo – una scrollata. Credo nella cultura pop, nel vivere il presente, nell’esplorare strade nuove. Che poi, in passato, sono state l’arma vincente per il Nordest, motore economico del Paese. Perché non farlo anche a livello culturale? Ecco, Berlino invece è il futuro. Un futuro che si disseta nel passato, certo, ma in modo virtuoso. Si è ritenuto, erroneamente che la cultura dell’Est fosse stata annichilita dalla caduta del muro, dalla gentrification, dal capitalismo occidentale. Niente di più sbagliato. Oggi Berlino è una fantastica armonia d’opposti in cui proprio la cultura del “vivi con meno”, “vai in bici”, “mescola il tuo sapere a quello degli altri”, non sono frasi da operetta ma punti essenziali di un modo intelligente di vivere la vita. Quattro milioni di abitanti e una città a misura d’uomo, sicura, con ottocento gallerie d’arte, e poi teatri, cinema, festival straordinari, un concentrato d’artisti spaventoso, un’età media di 27 anni, insomma quando ho voglia di rigenerarmi vengo qui. Cioè continuamente.
 
3. Con il tuo bagaglio di esperienza, cosa ti ha fatto scattare la scintilla di voler scrivere un libro?
M.: Mah la scintilla ce l’ho fin da quando avevo cinque anni e mi leggevo l’”Iliade” perché adoravo le storie con tanta guerra, tanto sangue, armi e botte da orbi. Considero l’”Iliade” uno straordinario poema pulp, odiavo invece l’”Odissea” e tuttora non mi fa impazzire. Poco dopo mi sono sparato in vena il “Nibelungenlied” e lì altro grande amore, un horror-gore con i fiocchi. Poi, non lo so, sono andato avanti per trent’anni. Fra il “King Lear” di Shakespeare e “Die Räuber” di Schiller ho continuato a bombardarmi di romanzi, fumetti, videogame, film e adesso è come se la mia testa non riuscisse più a contenere le informazioni e dovesse sputarle fuori per non esplodere. Insomma, c’è uno sterminato magazzino nella mia mente e devo fare spazio per altre cose e scrivere romanzi è un ottimo modo per procurarmelo, quello spazio. In più c’è l’idea, malsana, di provare a leggere quello che non trovo nei libri degli altri e quindi provo a scrivere cose come un lettore impazzito. In tutto questo caos necessario pesco le storie e finché funziona dico io…
 
4. Come ti sei preparato alla stesura della trama? Hai un modus operandi particolare?
 
M.: Il mio modus operandi è non avere un modus operandi: voglio dire tendo ad avere in testa un’idea che mi ossessiona e che cresce, così facendo comincio a collezionare nella mente una serie di immagini, di sequenze, come se fossi un regista ubriaco. A quel punto sono pronto. Butto giù le sequenze e ne invento altre aspettando che i personaggi, che vedo in quelle immagini, mi dicano cosa devo fare. Sono uno scriba per certi versi, eseguo esattamente le loro istruzioni, assecondo le loro voglie, soddisfo i loro desideri. Sono loro a creare tutti i casini e i colpi di scena che vengono fuori perciò è estremamente divertente. A volte penso di essere pazzo. Parlo con loro, li ascolto, mi rendo conto che è terribile, ma è più forte di me: quando sono nel trip della storia, mi lascio trascinare dalla marea.
 
5. E’ stato difficile farsi pubblicare? A quante case editrici hai presentato il manoscritto?
 
M.: È stato un percorso molto lineare. Ho consegnato il manoscritto a Massimo Carlotto. E il romanzo è uscito per la collezione Sabot/Age di E/O. Una casa editrice, una pubblicazione. Per questo, e non solo, ringrazio Massimo che è il curatore di collana e Colomba Rossi che la dirige. E poi ringrazio i miei editori Sandro e Sandra Ferri. Pubblicare per la casa editrice di autori come Massimo Carlotto, Jean Claude Izzo e Pedro Juan Gutierrez, giusto per citarne tre, è una sensazione indescrivibile. Capisci che appartieni a un progetto, a una realtà davvero particolare, direi straordinaria, del panorama editoriale italiano. Non potevo essere più fortunato, anche se poi credo che il romanzo doveva pur avere qualcosa di buono se è stato giudicato così positivamente proprio da spiriti guida – per quanto mi riguarda - come Massimo Carlotto e Tim Willocks, ad esempio. Devo anche dire che, prima di proporre il romanzo a Massimo, avevo però scritto per cinque anni su alcune delle riviste musicali più importanti, avevo pubblicato due monografie dedicate ad altrettanti cantautori e infine ero diventato critico musicale di tre quotidiani, insomma non mi ero risparmiato l’allenamento.
 
6. Raccontaci come è nato il personaggio di Mila Zago. Leggendo le sue performances, mi è tornata in mente Uma Thurman in “Kill Bill”..
 
M.: Be’ questa era l’idea. Mi sono chiesto da lettore come mai non esistesse una “Sposa” italiana, una “Nikita” italiana, una “Crimilde” italiana. Poi ho pensato che mi sarebbe piaciuto leggere di un’eroina del genere. E poi avevo già scritto un racconto che aveva lei come protagonista perciò si trattava solo di metterla al centro della storia. Volevo una donna destabilizzante, una in grado di condurre il gioco anche a livello fisico. Ho conosciuto molte donne forti nella mia vita. La più forte di tutte è mia moglie e non sto affatto scherzando. Penso ci sia una grandissima determinazione nelle donne, un senso di purezza e incorruttibilità che un uomo non avrà mai. Mi piaceva l’idea di avere un personaggio estremo ma a suo modo integro, con uno straordinario concetto dell’onore. Quando scopre di essere in una posizione di vantaggio, alla fine del romanzo, Mila si spara su una gamba. A bruciapelo. Per riequilibrare il confronto. Quanti uomini lo farebbero? Pochi, credo, ma per una donna, inserita in quella situazione e in quel contesto, una donna con un certo tipo di codice, be’ quella cosa non è affatto una follia. Mila è il personaggio di questo romanzo e a lei ne dedicherò altri. C’è amarezza in lei, fragilità, rabbia, coraggio, dedizione, onore, troppo bello parlare di una donna così.
 
7. Permettimi di citare un brano del libro che mi è rimasto particolarmente impresso: “Cosa devi pensare quando succede che tua madre non ti vuole, che tuo padre viene ucciso, che tu vieni stuprata e che il mandante dell’omicidio se ne sta libero e fresco a pianificare il prossimo progetto criminale? Per questo ho deciso di diventare quella che sono. (..) Occhio per occhio. Dente per dente.”
Quanto pensi che la vendetta possa compensare il male subito?
 
M.: Non è una soluzione che incoraggio. Il farsi ragione da sé è un reato. Ma questo è un romanzo. Mila è “oltre”, non so se mi spiego. Quello che compie non è né bello né giusto, ma lo possiamo comprendere, questo sì. Per certi aspetti è lei stessa il frutto estremo della sofferenza: di un’educazione marziale e di un dolore infinito. E poi ci sono contraddizioni in lei: parte per una vendetta e arriva a diventare una killer a pagamento, ma non ha scelta, in questo credo ci sia un elemento profondamente noir nella storia. C’è l’ineluttabilità. Le parole del diario da questo punto di vista sono fondamentali, ci raccontano la sua metamorfosi, la sua incapacità di fermarsi. Mila non è un personaggio univocamente positivo, c’è una rabbia in lei molto pericolosa, una fiamma difficile da controllare.
 
8. Come Massimo Carlotto, anche tu sottolinei il cambiamento che sta subendo il Triveneto in questi ultimi anni, schiacciato dalla criminalità organizzata e alla mercé di loschi personaggi che utilizzano il territorio per i loro traffici illeciti. Quale messaggio vuoi trasmettere attraverso questo libro?
 
M.: Il romanzo inaugura la collezione Sabot/Age per la quale esce anche il bellissimo noir di Carlo Mazza “Lupi di fronte al mare” che racconta tutti i retroscena di consorterie di potere e intrecci fra politica e sanità nel Barese. Raccontare i meccanismi della mafia cinese nel Nord-Est significa provare a lanciare una granata in cristalleria o uno zoccolo fra gli ingranaggi della produzione come la collana diretta da Colomba Rossi e curata da Massimo Carlotto si propone di fare. Certo, il mio non è il testo definitivo sulle Triadi, proprio per niente, ma per avere questo conviene leggersi qualche buon saggio di Chiare Lettere o Melampo Editore. Noi non proporremo indagini travestite ma romanzi. Tuttavia non rinunceremo a porre all’attenzione il tema: il Paese è marcio sotto molti profili e troppo spesso ci ostiniamo a coprire il veleno con il cioccolato. Sarebbe il caso che qualcuno cominciasse a dirlo facendo esempi concreti. Ecco, La ballata di Mila – da questo punto di vista – è un esempio concreto, un modo per raccontare al lettore cos’è la guanxi, oppure l’eroina uoglobe, il traffico illecito di carne umana, il riciclaggio del denaro sporco. Usare il pulp e qualsiasi altro genere è la novità della collezione che – per la prima volta credo – prova a scegliere il contenuto come leitmotiv invece del genere.
 
9. Cosa ha lasciato, invece, a te questa storia?
M.: La voglia di scriverne immediatamente un’altra che infatti ho consegnato recentemente. Questa volta non c’è Mila ma sto lavorando al sequel con lei.
 
10. Tra i ringraziamenti che indichi su “La ballata di Mila”, compaiono nomi davvero altisonanti, come Massimo Carlotto, Joe R. Lansdale, Victor Gischler, Tim Willocks. Tra l’altro, loro stessi hanno lasciato un commento sulla quarta di copertina. Quanto ti hanno influenzato nello stile narrativo che hai improntato nel tuo romanzo?
 
M.: Be’ per la verità solo Tim ha lasciato un blurb e Massimo, be’, mi ha scelto, il che è una figata pazzesca. Ma ognuno di loro mi ha regalato più o meno coscientemente lezioni su come scrivere un romanzo il che è già un privilegio. Credo di avere un bel rapporto di stima – spero reciproca - con ognuno e la loro influenza su quello che scrivo è evidente, ma già che ci sono devo citare anche Don Winslow, David Peace, Allan Guthrie, Warren Ellis, Frank Miller, Alan Moore, Friedrich Schiller, Robert Rodriguez, Sam Peckinpah, Robert Louis Stevenson, Alexandre Dumas, Ferenc Molnar, Emilio Salgari, Arturo Perez Reverte, Alan D. Altieri…mi fermo qui.
 
11. Hai in mente una serie su Mila?
 
M.: Assolutamente sì, ho già in testa altre due storie e con Alessandro Vitti, star italiana per Marvel e Bonelli, sto lavorando al fumetto. Sarà lunga ma verrà fuori una gran cosa. Solo per merito suo chiaramente.
 
12. Pensi che le case editrici lascino abbastanza spazio agli scrittori emergenti?
 
M.: Direi proprio di sì, tantissimo, però agli emergenti dico: state attenti, preparatevi, leggete come pazzi e assicuratevi di avere una storia da raccontare!
 
13. Quali sono i tuoi progetti futuri? In genere tendo a non fare domande di questo tipo, perché penso che con tutta la fatica che uno scrittore impiega a farsene pubblicare uno, deve avere tutta l’importanza che merita ed essere il protagonista indiscusso!
 
M.: Be’ ho una commedia nera in lettura che spero possa presto vedere la luce, sto lavorando al sequel di Mila e al fumetto, sto anche pensando a una trilogia vampirica, ma non posso dire di più!
Ne approfitto per ringraziare Te e i lettori di Contorni di noir, un blog in crescita esponenziale, complimenti!
 
E qui finisce questa intervista, con la considerazione che Matteo ha tutte le qualità per diventare un ottimo scrittore. Secondo me, ne sentiremo parlare ancora molto presto!