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Mafie: Massimo Carlotto e l'anonima italiana degli assassini pentiti

Autore: Alberto Melis
Testata: L'Unione Sarda
Data: 7 aprile 1999

Ormai è diventato un caso più unico che raro, nel panorama letterario italiano.

Uno scrittore apparentemente consacrato a rinverdire i fast dell'Hard-boiled school d'annata, con padri tutelari come il capostipite Dashiell Hammett e il no meno duro e raffinato Raymond Chandler, ma in verità teso a trasferire sulla carta, più che un genere rivisitato e rinnovato, e più che un universale e disincantato punto di vista sul mondo, i peggiori mali e le peggiori vergogne della realtà. Ancora una volta Massimo Carlotto, col suo ultimo romanzo Nessuna Cortesia all'Uscita, propone una vicenda tanto ancorata alla realtà da costringere il lettore a cercare di districarsi tra ciò che appartiene alla cronaca-cronaca nera, con tanto di sentenze passate in giudicato- e ciò che invece è pura finzione letteraria. Un po' come fece con il mistero di Mangiabarche, costruito qualche anno fa intorno al caso Manuella, ma prendendo questa volta lo spunto dalle vicende della mafia del Brenta e da quelle del boss Felice Maniero: approdato anche lui alla zona franca ed equivoca del pentitismo dopo aver fatto arrestare e condannare un centinaio di suoi fedeli soldati. Marco Buratti, uomo-blues per vocazione e detective privato per necessità, si caccia questa volta nei guai per aver accettato l'incarico di paciere da un malavitoso che il suo boss (nella fiction Tristano Castelli) è intenzionato a far fuori.

Da qui un susseguirsi di vicende che si rincorrono con un ritmo mozzafiato. Perché Castelli vuol fare fuori il suo esattore? Perché ne ha già uccisi tanti altri, indebolendo così la sua organizzazione rispetto alle mafie turca, albanese e russa, che premono sul suo territorio? E che parte giocano un carabiniere corrotto, un ispettore che usa l'arma del ricatto e un giudice che sull'altare blasfemo del pentitismo ad ogni costo sacrifica il concetto stesso di giustizia, svuotandolo di ogni ragione etica, di ogni senso morale? Carlotto, intercalando nella sua fiction brani tratti dai verbali del processo tenutosi presso la Corte d'Assise d'Appello del Tribunale di Venezia, suggerisce un'ipotesi che purtroppo appare molto plausibile anche sul terreno della realtà, ma che essendo l'epilogo del romanzo è bene non svelare. Ciò che invece appare più opportuno mettere in evidenza, in questo giallo-noir i cui protagonisti sono così ben restituiti nelle loro debolezze e nelle loro ostinate vitalità, è l'impatto esplosivo che una simile commistione tra cronaca e fiction ha sulla percezione di una realtà che vorrebbe apparire tale ma che tale forse non è.

L'ambiente atomizzato ne quale si muovono il detective Buratti e il suo amico Rossini (il vecchio malavitoso che prima della resa dei conti fa suo il proverbio yiddish nato all'epoca dei pogrom che dà il titolo al romanzo), non è infatti il Veneto laborioso, artefice del nuovo boom economico, ma piuttosto la sua anima più nascosta e nera. fatta di mafie straniere che importano carne da sesso (il capo della mafia albanese che vende a Buratti e Rossini la piccola prostituta Eda è qui chiamato col suo vero nome e cognome). Di piccole fabbriche clandestine dove gli schiavi cinesi lavorano 18 ore al giorno (anche questo è un fatto reale). Di affari sporchi nutriti dallo spaccio di droga e dalla prostituzione, che rimbalzano giocando tra legalità e illegalità tra le due sponde dell'Adriatico (la mafia del Brenta investiva i propri proventi nei casinò e nel traffico di armi coi paesi della ex-Jugoslavia). Di un territorio dove il dio denaro la fa da padrone e dove anche la vecchia malavita ha dovuto cedere per sempre il passo alla ferocia dei nuovi arrivati. Ecco allora che Buratti, questo investigatore che nella migliore tradizione dell'Hard-boiled novel ondeggia tra malinconia e inconfessabile romanticismo, tra il cattivo sortilegio di non poter più credere a niente e l'incantesimo che lo condanna a indossare comunque i panni del cavaliere errante, diventa l'ultimo eroe che oggi è possibile immaginare.

Un eroe anarchico con qualche macchia e con molte paure, che si rifugia nel suo blues e nell'alcool per non dar troppo peso alla realtà e a sé stesso, ma nonostante tutto ancora in sella: certo non per cambiare il mondo, ma almeno per non svendere del tutto i propri principi. Insieme al detective. che come di consueto annuncia nelle ultime righe del romanzo il suo prossimo caso (un omicidio, ufficialmente archiviato), in queste pagine sono tutti da godere anche i suoi poco raccomandabili amici.

Un Rossini che sinora non era mai stato così determinato e implacabile, una strana e tenera coppia destinata a spezzarsi (il Max reduce dagli anni di piombo e la Marielita che finirà all'obitorio), ma soprattutto una donna che sembra destinata ad accompagnare Buratti per lungo tempo. Lui la chiama la mia ragazza, lei non fa troppe domande e vorrebbe organizzargli la cena di natale: a ciascuno il suo, direbbe il vecchio Philip Marlowe, senza troppi sentimentalismi ma col maledetto mondo che ogni tanto va pur lasciato fuori dalla porta.