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Bari, ombre sulla città dilaniata dal branco

Autore: Giacomo Annibaldis
Testata: La Gazzetta del Mezzogiorno
Data: 28 settembre 2011

«Il giallo, in fondo, è la forma più onesta di scrittura». Ciò sosteneva Leonardo Sciascia. La sua definizione calzante - ripresa e parafrasata in seguito, nelle più varie maniere - intendeva dimostrare che a questo genere letterario la modernità ha affidato il compito di rispecchiare nel migliore dei modi il subbuglio e l'intrigo vischioso della società in cui viviamo, tra bene e male.

La frase di Sciascia si attaglia bene al romanzo d'esordio del barese Carlo Mazza (classe 1956), Lupi di fronte al mare, accolto nella collana di Sabot/Age curata da Massimo Carlotto per l'editrice E/O. Mazza delinea argutamente l'affresco di una città irrequieta e combattuta tra malaffare e connivenze politiche: quella Bari che sembra riemergere tra la fine degli anni '80 e la fine degli anni '90; la bari dell'incendio del Petruzzelli e quella dello scandalo della sanità privata pugliese; la Bari della stampa divaricata tra onestà di cronaca e torbido intreccio di complicità. Eppure, una Bari percorsa ancora oggi dai brividi di febbre sociale. Non a caso, il motto iniziale del romanzo è - forzando forse le tinte scure - l'incipit infernale «per me si va nella città dolente».

Lupi di fronte al mare sono le combriccole rapaci intente a dilaniare i tessuti sani della città. Gruppi di potere costituiti per lo più da colletti bianchi pronti a tutti, anche ad allearsi con la malavita locale, la cui forza è nel branco. A capitatanre uno di questi gruppi è Augusto Spadaro, spregiudicato avvocato di malavitosi e collettore di voti elettorali; è lui a spadroneggiare nella Banca Normanno, un grande istituto creditizio privato; è lui il capobranco, attorniato da altri gregari, tutti sistemati nel consiglio di amministrazione; è lui che favorisce crediti al colosso della sanità privata POSME, fallimentare polo sanitario meridionale diretto da un'arrembante Regina Malatesta, manager incline ad assumere nelle sue cliniche i raccomandati della politica e della malavita. Quello di Spadaro è un losco progetto di malaffare rivestito della retorica dell'amor patrio, del rispetto economico di un Sud umiliato e offeso.

Padrone della banca è però un astuto e tuttavia malaticcio uomo della finanza, il francese Matthia Princigalli, figlio di un molfettese. Il suo piano è di riassestare l'istituto e poi venderlo al miglior offerente. E per questo ha affidato al professor Niccolò De Marinis il compito di valutare le linee di credito concesse al suddetto polo sanitario. Il professore universitario appare integerrimo. Non cede alle lusinghe né alle minacce, ed è pronto a scoperchiare la pentola. Verrà ucciso da due balordi. L'inchiesta è affidata al capitano dei carabinieri Bosdaves, un uomo d'ordine che tuttavia pensa che «nella vita bisogna rassegnarsi al disordine». Il militare verrà a capo dell'intrigo grazie all'aiuto di una giornalista caparbia e sensuale, Martina Bizantino. Lo schema narrativo adottato da Mazza è bipolare: frammisto com'è da capitoli che forniscono una visione «soggettiva» in cui Bosdaves narra di sé, della sua vita sentimentale da separato e delle indagini; e anche da capitoli oggettivi, in cui un occhio esterno squarcia il velo su ambienti malavitosi (popolati da personaggi ome Tarzan, Ciolette, Varichine e Cikke-ciakke) e si intromette nelle camarille politiche e amministrative. Certo - contrariamente alle consuete regole del giallo - già dall'inizio la fine è nota: nel senso che gli assassini di De Marinis vengono svelati subito nelle prime pagine; e l'omicidio successivo viene narrato nel suo svolgersi, senza celare alcunché. Tuttavia questo giocare a carte scoperte non inficia l'andatura del giallo. Con indubbia maestria, Carlo Mazza - che si mostra attentissimo alle dinamiche finanziarie e ai procedimenti d'indagine - tiene il lettore in sospeso fino alla fine, riservandogli più di una sorpresa.

Chiuso nel nocciolo di Lupi di fronte al mare resta la questione che ha assillato per decenni la città - e l'assilla tuttora: Bari è ormai avviluppata in un sistema mafioso - come ritiene il capitano Bosdaves - ovvero la sua criminalità è solo «opera di qualche famiglia di quartiere», come sostiene il Pubblico Ministero Addolorata Velazquez d'Aragona, per la quale «il male è alla corteccia, il midollo di questa città è sano»?

Sarà la disincantata giornalista a centrare meglio il giudizio, proponendo una visione sotterranea di una città, i cui mali sono difficili da comprendere una volta per tutte, perché sgusciati e in continua metamorfosi: «Devi - suggerisce la cronista al simpatico capitano - immaginare un sottosuolo magmatico, in continuo movimento». Una città dove i lupi cambieranno il pelo, ma non il vizio.