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Romanzi criminali a Nordest

Autore: Giulia Cupani
Testata: Conaltrimezzi
Data: 5 ottobre 2011

“Ci siamo accorti che avevamo a nostra disposizione qui, dietro casa, una terra fortemente epica, piena di simbologie che non avevano niente da invidiare a quelle degli autori americani che più amavamo – pensate solo al delta del Po, agli ippodromi del Veneto profondo, a tutta la campagna veneta – e così ci siamo rifatti a quelli che erano i nostri colori tipici, alla nostra tradizione, per sviluppare in maniera personale tutto quello che abbiamo imparato dalla letteratura d’oltreoceano. Dopotutto noi siamo nati qui, questa è la terra che conosciamo e di questa ci interessa parlare: non saremmo molto credibili se ci proponessimo di raccontare Torino, oppure l’Alabama”.
Con queste parole Matteo Righetto e Matteo Strukul riassumono il senso del loro lavoro di scrittori di romanzi noir ambientati in Veneto: il loro obiettivo è stato, fin dalla fondazione del movimento letterario Sugarpulp, quello di portare nella cornice così nota e così apparentemente familiare e sonnolenta della pianura padana, fatta di case e campi e zone industriali, la letteratura di Lansdale e McCarthy, ma anche quella di autori non strettamente riconducibili all’ambito del pulp, come Faulkner, “cantore del Sud degli Stati Uniti”, Twain e London. Al di là dei generi e delle provenienze geografiche, l’obiettivo è sempre stato quello di promuovere e valorizzare le opere di autori interessati a scrivere storie dure, forti, radicate nel territorio da cui provengono, storie fatte di terre che riescono a trasformarsi in veri e propri simboli, a racchiudere in sé infiniti significati ulteriori e a rappresentarli trasfigurati in chiave letteraria.
Ogni terra può essere riletta in quest’ottica, ma nel caso specifico dei due autori in questione il punto di partenza non poteva che essere il Veneto, e più specificamente la provincia padovana, rappresentata nei loro romanzi come un territorio crudele e attraversato da trame criminali più o meno note ma sempre passate sotto silenzio, sempre nascoste dietro un perbenismo di facciata che dissimula i tratti del crimine confondendo le acque, mescolando i buoni e i cattivi.
Questa tendenza è particolarmente evidente nell’opera prima di Matteo Strukul, La Ballata di Mila (Edizioni E/O), storia di ippodromi, mafia cinese e criminalità nostrana, in cui tutti, buoni e cattivi, tentano sempre di muoversi sul filo della rispettabilità, di mostrare al mondo la loro faccia pulita, di organizzare tavole rotonde e conferenze stampa in cui parlare con politici e giornalisti affannandosi a mostrare, contro ogni evidenza, di non avere nulla da nascondere. Il crimine è nascosto dietro le attività commerciali, nel lavoro quotidiano di imprenditori e professionisti: la violenza è ovunque, coinvolge tutti in maniera spesso brutale, ma tutti consapevolmente la ignorano, fingono di non sapere e non vedere.
Il caso ha voluto che, poche settimane dopo la pubblicazione del romanzo, la polizia abbia sgominato proprio a Padova una cupola di mafia cinese a cui erano affiliate circa cinquanta attività commerciali: in qualche modo la cronaca ha riproposto molti degli elementi presenti nel racconto, cosa tutto sommato non così strana dal momento che, come spiega l’autore “quando si scrive un romanzo di questo tipo si inventa qualcosa che già c’è. Ci si documenta con gli atti di processi realmente celebrati, su dati veri e verificabili, che sono poi lo spunto per creare qualcosa di nuovo. I romanzi noir non sono inchieste travestite, sono opere di finzione, perché il noir non è e non deve diventare giornalismo: è un modo per raccontare determinati disagi della società, per “assolvere al dovere delle lettere” proponendo al lettore storie coinvolgenti e credibili che mettano in luce realtà di cui, nel nostro mondo, si tende a non parlare. Il giornalismo, però, è proprio un’altra cosa.”
Molto simile è la posizione di Matteo Righetto, autore di testi per l’infanzia e di due brevi romanzi pulp ambientati nel padovano: Savana Padana (Editrice Zona) e Bacchiglione Blues (Perdisa Pop). Nel suo caso, la confusione tra realtà e finzione ha portato a conseguenze quasi surreali, dal momento che dopo la pubblicazione di Savana Padana, racconto lungo ambientato a San Vito Oltrebrenta, frazione del comune di Vigonza, alcuni cittadini si sono riuniti in comitato per chiedere all’autore pubbliche scuse e una sorta di “abiura” per un testo che, a loro dire, offendeva l’intero paese, che veniva presentato come teatro di una storia non propriamente edificante in cui si scontravano mala del Brenta, zingari, mafia cinese e carabinieri corrotti. Righetto racconta di aver provocatoriamente proposto ai cittadini, se davvero di sentivano offesi dalle sue parole, di acquistare tutte le copie del libro e organizzare un falò sulla pubblica piazza, cosa che paradossalmente è servita per calmare le acque. La situazione si è poi risolta pacificamente, molto all’italiana, ma in questa reazione spasmodica ed esagerata si può leggere tutta la difficoltà nel separare la realtà dalla narrazione. Come dice l’autore “a volte la gente sembra dimenticare che un romanzo è sempre, per sua natura, un’opera di finzione letteraria. In questo senso è emblematico che, per evitare problemi, sia necessario apporre all’inizio del libro le righe paradigmatiche che precisano Gli eventi narrati sono frutto di invenzione. Ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale. Cos’altro si dovrebbe trovare, in effetti, in un romanzo?”
Anche il secondo romanzo di Righetto è ambientato nel padovano, sulle rive del Bacchiglione, dove una banda improvvisata di malavitosi da quattro soldi tenta di organizzare il rapimento della moglie di un industriale dello zucchero, finendo per rimanere invischiata in un giro di delinquenza più grande di lei. In entrambi i romanzi è presente un’ironia cruda, dissacrante, ai limiti del grottesco: il tentativo è quello di raccontare personaggi a loro modo estremi, emersi da un mondo che apparentemente non esiste più, ma che invece, a detta dell’autore, sopravvive ancora nella campagna veneta, un universo così peculiare fatto “di campi di barbabietole, soia, cimici e zanzare tigre” in cui tipi umani apparentemente scomparsi sono ancora in grado di essere il motore di storie graffianti e stralunate, ai limiti dell’assurdo
Matteo Righetto afferma senza mezzi termini di essere un autore interessato “non al bello scrivere ma al forte raccontare”: lo scopo della sua narrazione è provare a riproporre quello stile tipico della narrativa nordamericana che è diametralmente opposto a un certa categoria di letteratura “polverosa” del Novecento europeo. Come dice Righetto “ci sono romanzi italiani degli anni ’30 che, a leggerli, sembrano scritti un secolo prima. Se invece si apre un romanzo di John Fante, che pure lavorava negli stessi anni, ci si trova di fronte a qualcosa che potrebbe benissimo essere stato scritto ieri. Questo è lo stile a cui mi piace pensare di rifarmi, questi sono i miei modelli, e sono modelli in cui i valori formali non sono affatto assenti ma in cui tutto è centrato sul contenuto, sul racconto di un mondo”.
La narrazione della realtà, a trecentosessanta gradi, è quindi il punto di partenza e l’obiettivo finale dell’opera di questi due autori che, nei loro romanzi, vogliono raccontare il mondo che abbiamo sotto gli occhi quotidianamente trasfigurandolo in qualcosa che sia insieme familiare e imprevisto, conosciuto e inedito. Padova, i suoi abitanti, la sua criminalità che tutti conoscono ma su cui raramente ci si sofferma assumono contorni nuovi, finiscono per assomigliare davvero alla pianura americana, agli scenari tipici delle opere di McCarthy o di Welsh, diventano il palcoscenico per la rappresentazione di storie in cui violenza e terra si mescolano inesorabilmente, e l’elemento pulp nasce proprio dagli ambienti che ci sembrano più familiari, più riconoscibili. Il Bacchiglione, l’autogrill di Limenella Nord, le villette della provincia padovana sono tutti presenti in questi romanzi. Cambiano faccia ma sono lì, chiaramente identificabili, concreti. E il sonnolento Nordest, a leggerlo attraverso le parole di questi autori, non sembra davvero più un paese per vecchi.