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Mi-la Mi-la Mi-la. Un grido dalla jungla. E’ Matteo Strukul

Testata: Pegasus Descending
Data: 4 ottobre 2011

Quando ti metti a chiacchierare con Matteo Strukul, oltre a tutto il resto ora anche scrittore con il suo La ballata di Mila, sai da dove inizi ma non sai mai dove andrai a finire. E infatti l’intervista per Pegasus Descending è volata di pala in frasca, anche se abbiamo tenuto come punto fermo la nostra passione per la letteratura – in generale – e di genere – in particolare. Vi consiglio di leggerla tutta, per il multiforme ingegno di Matteo e per le notizie che sparse qua e là il nostro non lesina mai a passarci sottobanco.

Raccontami della genesi de La ballata di Mila…

Volevo un personaggio femminile destabilizzante. Volevo carne e sangue, spari e morte. Volevo una donna in grado di rompere gli schemi, la volevo bella, senza figli e incazzata nera, volevo che fosse in grado di urlare e fare a pezzi, ma anche capace di baloccarsi con gli uomini, prendendoli per il culo. Non c’era un personaggio di questo tipo, lo dico da lettore malato, nella narrativa italiana, almeno secondo me, però certo c’era al cinema (The Bride, Nikita), nei videogame (Bloodrayne), nei fumetti (Domino). Volevo una donna italiana che provasse a spaccare il maschilismo imperante di questa società popolata da bimbi settantenni egocentrici e ormai sul Viale del Tramonto.

Mila Zago non è una assoluta novità per chi ha letto Bambini all’inferno, il tuo racconto pubblicato la scorsa estate su il Manifesto. Nella mia recensione l’ho definito quasi un prequel, perché nel racconto appare una Mila Zago ormai matura e impegnata in ben altri compiti piuttosto che la cruda vendetta.

No, c’hai preso, in questo senso Mila non è una novità assoluta. Va detto che, anzi, quel racconto ha avuto una risposta molto positiva dal pubblico e anche questo fatto mi ha incoraggiato a ritenere che il personaggio potesse avere delle potenzialità notevoli. Va detto che in quei giorni io il romanzo lo avevo già terminato, quindi per la verità ero già pronto a giocarmi la scommessa, però comunque i feedback che sono arrivati erano molto positivi… da lì c’era tutta la voglia e la convinzione di veder arrivare il romanzo in libreria.

Mila, alla fine, è un buono. Beh, sì, ammazza e taglia teste come io affetto i cacciatorini durante il pranzo della domenica, però è una vittima, una che è stata costretta a diventare quello che è. Forse neanche lo voleva.

Mi fa piacere che tu la veda così perché in effetti quello che dici è anche quelo che penso io. Mila è vittima degli uomini ma al tempo stesso ne è la nemesi. Mi piaceva quest’idea di avere un personaggio in grado di racchiudere in sé gli opposti. Aggiungo che l’essere diventata una vittima e poi un carnefice, in parte senza volerlo, la porta a volte anche fuori controllo. Ci sono parecchie contraddizioni in lei, ma questo la rende profondamente umana, credo.

Anche fisicamente Mila non passa inosservata. Perché le eroine-killer-cazzutissime non sono mai delle bruttine stile Ugly Betty?

Bella domanda eh eh. Guarda ammetto di aver giocato un po’ su un certo cliché, devo anche dire che poi non è che il mondo delle protagoniste femminili dei gialli-thriller italiani (di noir ce ne sono gran pochi ma in quest’ottica femminile vi consiglio Niente più niente al mondo di Massimo Carlotto) siano poi così avvenenti, quindi in questo senso il mio giocare sullo stereotipo guarda molto agli States (Kill Bill, Machete, Sin City) o alla Francia-Sudamerica di Besson, pensiamo al nuovo Colombiana da lui scritto con protagonista Zoe Saldana. Aggiungo però che questa bellezza mozzafiato non viene utilizzata da Mila in modo classico e scontato anzi ho evitato con cura scene di sesso e seduzioni facili perché quelle sì mi sapevano di già visto. Perché non scegliamo Ugly Betty? Non ne ho idea, ma forse perché se lavori sul romanzo e proponi un’invenzione cerchi di avere il massimo, magari è un desiderio molto infantile e maschilista? Non lo so, però credo che se dovessi tornare indietro farei la stessa scelta.

Nonostante il ritmo rimanga frenetico, mi è parso di notare una differenza tra lo stile del romanzo, più avvolgente e sciolto, e quello del racconto, Bambini all’inferno, maggiormente sincopato e, forse, impostato. Dico bene?

Non lo so. Il racconto è più cinematografico ed è poco più di una sequenza. Il romanzo ovviamente ha anche altri elementi. Ho lavorato molto sul ritmo ma c’è anche una parte più lirica e affabulatoria, spero, che è quella del diario. Il mio tentativo era quello di realizzare in quella parte una storia nella storia che potesse avere qualche punta di tragico melodramma con un cambio di narrazione da terza a prima persona il che per uno scrittore maschio non è esattamente un passaggio semplice, se a parlare è una donna.

La ballata di Mila è un lavoro Sugarpulp, ritmo, sangue e frenesia. Che spazio credi abbia, almeno in Italia, questo genere e modo di fare letteratura?

Be’ secondo me molto, perché fino a poco tempo fa non c’era. Mi spiego. Da un lato ci sono i grandi americani – Joe R. Lansdale, Victor Gischler, Josh Bazell, Anthony Neil Smith – che infilano dosi massicce di pulp nei loro romanzi; dall’altro, con le barbabietole ci siamo chiesti: perché non provarci anche noi? Non si legge pulp italiano da parecchio ormai, e se uno come Gischler ha definito il meccanismo narrativo di Sugarpulp come lo stesso dello Spaghetti Western – come concetto – allora significa che siamo, si parva licet, almeno sulla strada giusta. Amo il Veneto, la mia terra, è magica almeno quanto la Louisiana di James Lee Burke. Pensa all’Altopiano dei Sette Comuni, all’hockey, alla Bassa ma anche alle Dolomiti bellunesi o a città pazzesche come Venezia, Verona o Padova, o al Po e al suo Delta. Adesso, ad esempio, sto provando a esasperare il pulp in noir – horror, non so se ci riuscirò ma mi piacerebbe. Devo anche dire che chiacchierare con uno scrittore come Thomas Tono – andatevi a leggere Il profumo di Emma, please – mi stimola molto da questo punto di vista: lui è un cultore assoluto di questo genere e oltretutto ha una penna intinta in un talento cristallino.

Il romanzo è molto violento, non si scherza. A volte me lo domando pure io, quindi ti giro la domanda: c’è già un sacco di violenza intorno, basta leggere un giornale o andare in metropolitana. Non credi che la letteratura, forse, dovrebbe trattarla diversamente, magari in modo più soft, invece di sbatterla ed esacerbarla?

Guarda ti ripondo in modo chiaro: non lo penso affatto. Ne ho parlato a lungo con Tim Willocks e prendo in prestito le sue parole: “La violenza va rappresentata in modo estremo, devastante, esattamente com’è nella realtà. Altrimenti inganneremmo il lettore, rappresentando qualcosa di falso perché semplicemente non esiste. Sotto questo profilo, quello della violenza narrata, lo scrittore ha un obbligo morale nei confronti del lettore: quello di non mentirgli. La violenza, in quanto tale, è sempre estrema, sia essa psicologica o fisica.” Personalmente sottoscrivo in pieno questo punto di vista. Non mi sento un ipocrita e non ho alcuna intenzione di diventarlo, non ritengo di dover piacere per forza, ma mi sembrerebbe molto pericoloso raccontare una storia violenta in modo soft. Non sono quel tipo di persona.

Cinesi e Nord-Est. Già il tuo socio, Matteo Righetto, nel suo Savana Padana aveva affrontato questo tema. Semplice contaminazione di idee tra amici oppure questo fenomeno è diventato un problema, andando ad alimentare, come pare, una criminalità feroce che si somma a quella nostrana e di cui, sinceramente, non se ne sentiva davvero la necessità?

Credo che il mio romanzo e quello di Matteo siano molto diversi, perlomeno sotto questo profilo. Rimane il fatto che certamente quello della mafia cinese è, più che un problema, una tragica realtà. Non a caso, in apertura al mio romanzo, è stato inserito un esergo che sottolinea come financo i pubblici ministeri considerino la mafia cinese in drammatica espansione qui a Nord-Est. Il meccanismo dell’associazione culturale che fa da copertura a una cosca è un fatto vero, acclarato da indagini giudiziarie, il sistema della guanxi o lo spaccio della chetamina in mano ai giovani cinesi idem. Vogliamo parlare dei laboratori clandestini che hanno spaccato il settore tessile di quest’area portando a far chiudere le scuole di cucito e a smembramenti allucinanti delle aziende con finali nel sangue? La mafia cinese è un dramma reale qui a Nord-Est, solo un mese e mezzo fa un’operazione di polizia ha portato allo smantellamento di una cosca locale con cinquanta esercizi affiliati a Padova. Tutto questo si incastra perfettamente nella collezione Sabot/age (diretta da Colomba Rossi e curata da Massimo Carlotto) che tenterà di porre all’attenzione del lettore temi poco frequentati dalla cronaca nera dei giornali. Ricordo che insieme al mio pulp è uscito il noir di Carlo Mazza “Lupi di fronte al mare” che analizza con precisione gli intrecci sporchi fra politica e malasanità nel Barese. E andremo avanti così. Ogni romanzo sarà numerato e strettamente collegato al precedente e al successivo. Alla fine, l’intera collezione proverà a mappare le verità taciute di questo Paese utilizzando i generi più diversi – dal post-apocalittico alla commedia – rivelandosi per quello che è: una collana di contenuti e non di genere e con un numerus clausus. Poi, chiaramente, se vuoi sapere tutto della mafia cinese puoi leggerti I boss di Chinatown splendido saggio, pubblicato da Melampo Editore e firmato da Giampiero Rossi e Simone Spina, questo è chiaro. Noi scriviamo storie non saggi, però cerchiamo di mettere sul tavolo il problema, così magari qualcun altro ne parlerà. E poi penso che il pulp sia uno strumento straordinario per proporre una riflessione, senza pretesa di esaustività, su temi poco frequentati.

Non sei un novellino del mondo dell’editoria e chiamarti esordiente mi fa sorridere. Come sei arrivato, quindi, alla pubblicazione de La ballata di Mila?

In modo molto lineare. Ho consegnato il mio manoscritto a Massimo Carlotto che conoscevo per averne letto e apprezzato in modo straordinario i libri. A lui il romanzo è piaciuto molto e lo stesso posso dire per la direttrice di collana Colomba Rossi. Credo che uno degli elementi che li ha convinti da subito sia stato un certo coraggio nel proporre un personaggio e una storia del genere. A loro sarò per sempre grato per aver creduto da subito in Mila. Ma il mio grazie va anche a Sandro e Sandra Ferri, i miei editori, per aver “dato quartiere” a questa storia. Spero di ripagare tutti loro con qualche soddisfazione, direi che se la meritano per aver creduto in me. Per ora la critica sta andando forte e il romanzo è partito bene anche come vendite. Incrocio le dita e ne approfitto per ringraziare te e Pegasus Descending per essere stati così generosi con La ballata di Mila. Non sai quanto conti per me il lavoro che tu, Marilù Oliva (anche romanziera straordinaria e noirista doc), Cecilia Lavopa, Giulietta Iannone, Fabrizio Fulio Bragoni, Omar Di Monopoli, Gianfranco Broun, e tutti gli altri – con cui mi scuso da subito per non averli nominati ma la mia memoria è quella di un deficiente e prometto di ricordarmene alla prossima intervista – state facendo con i vostri blog e siti. Non è solo una grande soddisfazione è anche un tam tam devastante per scandire nella jungla il nome Mi-la Mi-la Mi-la.

Il tuo è crossover bello e puro. Ormai le maniere di raccontare una storia si sono moltiplicate, penso anche ai videogames, ancora snobbati dall’intellighenzia nostrana. Siamo sempre un passo indietro al resto del mondo?

Siamo fermi agli anni ’50. Ma qualcosa si muove. Di sicuro il fatto di lavorare con Alessandro Vitti, star italiana del fumetto di livello internazionale (Marvel e Bonelli), va proprio nella direzione del crossover di canali di comunicazione. Realizzeremo un Art-Book che utilizzeremo non solo come prequel del fumetto ma anche come soggetto per un videogame e/o un film. Oggi il 20% di un film lo fa uno storyboard che altro non è se non un’evoluzione del fumetto. Riuhey Kitamura, i fratelli Hughes, Zakk Snyder, Paul W. Anderson – registi che adoro – lavorano tantissimo con gli storyboard. Credo nel meticciato, nella contaminazione, nella narrativa che prova a raccontare nei modi propri dei tempi che viviamo. Considero l’Iliade un fantastico pulp e il Nibelungenlied un horror duro e puro, le tragedie greche dei noir strepitosi, di cosa stiamo parlando? Vogliamo svegliarci? Era già tutto lì! Rodari scriveva storie pulp, quello che ho imparato sul ritmo me l’hanno insegnato Salgari e Calvino, anche, per favore vogliamo uscire dal letargo in cui siamo entrati da una trentina d’anni? Eppure Carlotto, Evangelisti e Altieri in questi anni dovrebbero averci insegnato qualcosa… Sveglia!

Massimo Carlotto, che ringrazi anche alla fine del romanzo, che ruolo ha giocato nella stesura di questo lavoro? È intervenuto molto nelle seconde bozze? E ancora: quanto pensi che manchino alla letteratura italiana gente come, non so, Vittorini o Pavese, che oltre a essere grandi scrittori, lavorando nelle case editrici, diventavano anche degli autentici talent scout?

Guarda Massimo Carlotto mi ha dato una mano enorme ma non è intervenuto sulla scrittura, proprio per niente. Invece il suo è stato un aiuto inestimabile a livello di suggestioni, idee, suggerimenti, autentiche lezioni sul romanzo non su La ballata di Mila. Dunque molto più prezioso. Personalmente mi sento alla bottega di uno dei più grandi scrittori di questi tempi. Spero di imparare. Ho la fortuna di poter chiacchierare spesso con lui e con gente come Victor Gischler e Tim Willocks. E poi con Luca Crovi e Seba Pezzani che voglio ringraziare qui e ora. Io sono un allievo, questo mi pare chiaro, però imparo in fretta e non ho paura, quindi diamoci dentro dico io. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda: sì questi personaggi un po’ mancano ma Massimo Carlotto è l’esempio evidente che, da questo punto di vista, c’è ancora speranza.

Forse le case editrici, dovendo vendere un prodotto, hanno completamente rinunciato alla loro vocazione culturale?

Non lo penso affatto. Ci sono un sacco di case editrici coraggiose. Penso a E/O, BD, Newton Compton, Meridiano Zero, Marcos Y Marcos, Keller, il punto è che noi tendiamo a piangerci addosso. Mi sono rotto di questa storia: lo dico a chiare lettere. Le indipendenti si fanno un culo così, è troppo facile criticare il mass market ad esempio e poi pretendere che il libro costi poco ma dico non siamo un po’ contraddittori? Oppure aspettarci che le collane restino aperte se poi nessuno compra quei libri! Certo c’è un errore di fondo: le case editrici dovrebbero riprendersi i lettori questo sì e i lettori dovrebbero fare squadra con gli editori coraggiosi, con le librerie, fidarsi dei consigli dei librai a patto che i librai possano riappropriarsi di un ruolo un po’ sbiadito. Non usciremo dalla crisi che – credimi – è anche dell’editoria, se non costruiremo un patto casa editrice-promo/distribuzione-libreria-lettore. Ottenere il supporto della critica è sempre più difficile, la concorrenza è – comprensibilmente – spietata e dunque anche i giornali fanno davvero quello che possono e lo fanno bene. Ma perché dovremmo rinunciare a combattere dico io? Per questo credo che internet sia una risorsa preziosa, per questo presto scenderò in campo (ah ah ah) con una nuova imprint per un editore fantastico proponendo noir contaminato, noir bastardo, noir pop. So che posso contare su molti di voi per avere letture forti e condivisione intelligente e virtuosamente critica, e non è poco, ma penso che insieme possiamo allargare il tiro, diffondere il verbo, organizzare presentazioni, cambiare il corso delle stelle. Sarò un pazzo e un visionario ma non troverete una goccia di lamentela in me, non me ne frega niente, c’è tanto di quel lavoro da fare e tanti di quegli scrittori da far conoscere o da rilanciare sul mercato che, onestamente, non ne avrei nemmeno il tempo muuuuhhhoooaahhhhh. Risata sardonica alla Fantaman.

So che hai iniziato un nuovo lavoro, dopo quello fantastico svolto con la Meridiano Zero. Ce ne vuoi parlare, aggiungere qualche chicca o news per gli avidi lettori di Pegasus Descending (che poi sono quelli che ti pagano lo stipendio, eheh!)?

Come dicevo, da gennaio dirigerò il nuovo marchio editoriale che BD edizioni lancerà sul mercato. Un imprint dedicata al romanzo noir meticcio, pulp-fanta bastardo. Abbiamo incredibili autori in serbo per voi, uno su tutti, lo dico? Lo dico? Il ritorno di Allan Guthrie, il re del tartan noir … ecco l’ho detto. Ma ci saranno altri romanzi da urlo, autori nuovi e ritorni da sbrego e chi ha orecchie per intendere intenda, poi lavoreremo molto sul tour, porteremo gli autori a Torino ok? Ci siamo capiti? Li porteremo in tour per l’Italia, organizzeremo feste e party con loro, deliri a base di superalcolici e cocktail con la frutta, e poi voglio le donne a questi incontri, mi spiego? Le donne leggono noir a manella, fatevi vedere maledizione! Ci serve la vostra stramaledetta opinione!


La ballata di Mila
Sei un grandissimo esperto di letteratura di genere – e non solo. Ci dai qualche indicazione sulle prossime letture, ma quelle veramente imprescindibili, da fare nell’imminente futuro per non sprecare i nostri soldi faticosamente guadagnati?

Mmmm: Adrian McKinty – Ballata irlandese (non se l’è guardato nessuno ma è un noir da urlo uscito qualche mese fa per Rizzoli a meno di dieci euro); T. Jefferson Parker – Sicarios (uscito da poco per E/O collana Thriller parliamo di uno dei pochi autori che si è sparato tre vittorie all’Edgar, no dico stiamo scherzando?) Don Winslow – Le belve (vabbè qui racconto l’ovvio) Charlie Huston – Parainsomnia uscito per rizzoli HD, per favore non perdetevelo.

Tornando a La ballata di Mila: nella mia recensione ho criticato il tuo uso del diario di Mila per indagare il passato della protagonista.

Lo so. Ti ho risposto in parte sopra, però in sintesi dico: a parecchie lettrici quella parte è piaciuta molto perché giudicata credibile, sensibile, capace di rendere in modo efficace il modo di pensare di una donna. Per me questa è una grande soddisfazione, a prescindere. Il che non significa che quello che dici sia sbagliato, anzi proverò a farne tesoro e a migliorare sotto questo profilo. D’altra parte non condivido in toto la critica, perciò per non sottrarmi a una contromossa ti dico: non pensi di aver dato una lettura abbastanza maschilista alla cosa? Sì, è vero il diario è più statico, hai perfettamente ragione, ma non credi che sia un’esigenza molto femminile quella di provare a elaborare il dolore e che magari una donna proverebbe a farlo proprio con un diario? 

Il romanzo non finisce, bensì dà il là a numerosi sequel, giusto? E sicuramente ne avrai già pronto uno nel cassetto. Ce ne vuoi parlare e, anche in questo caso, dare qualche anticipazione?

Be’, ho appena consegnato un manoscritto che è una commedia nera con fendenti pulp, figurarsi. Adesso sto scrivendo il sequel di Mila, però, e sto cercando di virare verso l’horror-gore ma chissà se ci riuscirò. Però penso che resterò in Veneto con lei almeno per un altro romanzo, ho già un’idea alla Rob Zombie per capirci ergo… estote parati!