Login
Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

Emanuela Anechoum: «La lotta per essere te stesso in un paese diverso da quello in cui nasci»

Autore: Mario Manca
Testata: Vanity Fair
Data: 9 febbraio 2024

(...)È il suo primo romanzo. come si sente? «È tutto molto intenso. Questo libro è stato mio per tantissimo tempo, poi è stato della casa editrice e ora è di tutti. Fa uno strano effetto».

Qual è stato il germe iniziale che l'ha portata a scriverlo? «Alcune storie che mi raccontava mio padre, marocchino di nascita come il padre di Mina, quando ero piccola. Inizialmente il romanzo era raccontato dalla prospettiva di Omar, ma poi mi sono resa conto che, da eurocentrica quale sono, rischiavo di mettergli in bocca delle cose che non erano le sue. Così ho inserito Mina per raccontare delle radici e dell'ambizione di suo padre».

A un certo punto Aisha, la sorella di Mina, le dice: «La libertà non esiste, esiste solo scegliere le proprie gabbie». «Una persona che ha meno responsabilità sembra più libera, ma in realtà è anche molto più sola. La libertà che ti dà una città come New York e Londra ti rende invisibile e comporta un'alienazione. Essere soli e non riuscire a raggiungere l'altro è una gabbia».

In Tangerinn parla anche di fragilità: pensa che sia un privilegio o un diritto? «La fragilità dipende da tantissimi fattori, alcuni famigliari e altri sociali. Resta che una società che non ti garantisce di essere te stesso crea privilegi e discriminazioni».

Sugli immigrati che frequentano Tangerinn, il locale fondato da Omar al Sud, dice che «gli appartenenti a una minoranza non hanno il lusso di essere sé stessi». Perché, secondo lei? «Siamo portati da sempre a codificare la realtà in modo semplicistico, ragionando per categorie. Nella nostra testa l'immigrato deve essere sempre nello stesso modo: fatichiamo a vedere l'unicità di ciascuno, e questo impedisce a quelle persone di vivere serenamente nel luogo che hanno scelto». (...)