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La ballata di Mila. Quattro chiacchiere con Strukul

Autore: Gianfranco Franchi
Testata: Lankelot
Data: 19 ottobre 2011

Primo romanzo del padovano Matteo Strukul, “La ballata di Mila” [e/o, 2011] è una divertente trasfigurazione pop del drammatico scontro in atto tra malavita autoctona e malavita cinese, nel Nordest, una tarantiniana vicenda di femminina vendetta e un buon esempio di narrativa d'azione, in generale. Andiamo a farci quattro chiacchiere con Matteo. È questo signore qua.

GF: Massimo Carlotto ha scritto: “Con Matteo Strukul il pulp inaugura una nuova felice stagione. Nuove idee, stile 'oltre il genere', potenti iniezioni di 'reale' e un personaggio femminile veramente affascinante. Inizia la saga di Mila. Finalmente”. Ti riconosci in queste parole di battesimo? Fino a che punto?
 
MS: Be’, mi lusingano e mi inorgogliscono anche, considerato che Massimo è per me uno spirito-guida, un maestro da cui imparare. Considero quelle parole, come quelle di Tim Willocks, un grande regalo, un atto di generosità deliberata. Credo che rispecchino quello che sono, perlomeno nella misura in cui corrispondono a ciò che sto cercando di fare, anche se certo non mi sarei mai aspettato tanta grazia. Diciamo che sono un bell’incentivo a fare bene, a capire che sono sulla strada giusta. Ho tanta voglia di imparare e molta polenta da mangiare ma, allo stesso tempo, certe frasi mi danno la convinzione che posso davvero farcela a scrivere qualcosa di buono.
 
GF: Marilù Oliva di Carmilla ha scritto che Strukul “s’ispira a Massimo Carlotto ma ha fatto tesoro delle lezioni del cinema di Quentin Tarantino, Robert Rodríguez e Sam Peckinpah”. Quanto fondamentale è stato ed è il cinema per la tua ispirazione e per la tua scrittura? Quali sono i tuoi registi di riferimento? Ci sono registi italiani?
 
MS: Il cinema è fondamentale per il mio modo di scrivere. Ne vedo in quantità industriali. Devo anche dire che quando mi accingo a scrivere un nuovo romanzo – ho appena consegnato il secondo e sto scrivendo il terzo che sarà il sequel di Mila – tendo a prepararmi una playlist di film che poi rivedo a oltranza per catturare il mood che voglio dare alla storia. Naturalmente faccio lo stesso con letture e fumetti. Alla fine questa specie di apeiron grafo-visivo mi aiuta a mettere a fuoco le atmosfere, le sequenze, l’intreccio della storia. Ho molti registi di riferimento, ne cito alcuni: Sam Peckinpah, Sergio Leone, Fritz Lang, Werner Herzog, David Cronenberg, Martin Scorsese, Dario Argento, Bryan De Palma, Tony e Ridley Scott, John Milius, Alan Parker, Joe Carnahan, Guy Ritchie, Robert Rodriguez, Quentin Tarantino, Alex De La Iglesia, Christian Alvart, Buddy Giovinazzo, Tom Tykwer, Marcus Nispel, Rob Zombie, Federico Zampaglione.
 
GF: Primo libro di narrativa, dopo due libri-intervista dedicati rispettivamente a Massimo Bubola e Massimo Priviero, entrambi pubblicati da Meridiano Zero: quanto hanno influito sulla tua narrativa, e da che punto di vista? Cosa hanno in comune Bubola e Priviero con la tua idea di narrativa, e con i tuoi personaggi?
 
MS: Be’ i libri-intervista hanno rappresentato un viatico importante per arrivare al romanzo. La scrittura di Massimo Bubola è fortemente lirica, icastica, onirica; quella di Massimo Priviero è esplicita e carica d’energia, sono indubbiamente scritture stimolanti, legate a doppio filo al Veneto e a un certo gusto per la letteratura. Credo che in comune con la mia narrativa possano avere l’amore per la terra, il taglio cinematografico, il ritmo incalzante.
 
GF: Sugarpulp: come è nato il movimento che hai fondato con Matteo Righetto, e quando? Qual è lo stato dell'arte? Cosa vorreste combinare, adesso?
 
MS: Abbiamo fondato Sugarpulp a gennaio 2009. Siamo partiti da un blog. Postavamo recensioni e interviste dedicate a un certo tipo di letteratura: pulp, noir, western, hard boiled, thriller. Da subito però volevamo produrre qualcosa, avevamo forte in testa l’idea di voler prendere quelle suggestioni, quell’estetica e trapiantarla in Veneto, nel Nord Est. Eravamo più che convinti della bellezza della nostra terra e di un’intera iconografia a nostra completa disposizione: il Delta del Po, la Bassa, le Dolomiti, l’Altopiano dei Sette Comuni, ma anche gli sfasciacarrozze in aperta campagna, i casoni, gli ippodromi, le vecchie fabbriche in disuso, gli zuccherifici, ce n’era abbastanza per scrivere non uno ma cento romanzi. Così, abbiamo cominciato con una sezione dedicata ai racconti, privilegiando una linea narrativa che unisse azione, dialogo, ritmo e territorio in un’unica soluzione pulp anzi sugarpulp, il pulp dello zucchero di barbabietola, quello prodotto a Pontelongo o in altre località tipiche della nostra zona. All’inizio eravamo in tre: io, Matteo e il nostro webmaster Carlo Alberto Fornea, quasi subito dopo si è aggiunto Giacomo Brunoro, oggi colonna portante di Sugarpulp, editore, responsabile contenuti per radio importanti e attuale presidente dell’Associazione Sugarpulp. Poi via, via sono arrivati tutti gli altri. Un’esperienza magnifica da un punto di vista umano e anche professionale. Perché poi, un po’ alla volta sono arrivate anche le storie, le nostre storie. Penso a “Savana Padana” di Matteo Righetto che poi ha bissato con “Bacchiglione Blues”, a Thomas Tono che ha scritto il bellissimo “Il profumo di Emma” e ora a “La ballata di Mila”. Se qualcuno mi avesse detto che un giorno Massimo Carlotto avrebbe letto e apprezzato un mio manoscritto lo avrei mandato al diavolo. Invece è successo: grazie a lui quindi e a Colomba Rossi, la mia direttrice di collana, che per primi hanno creduto così tanto nel romanzo che avevo scritto. Adesso Sugarpulp è diventato un genere vero e proprio sancito da tanti autori come Joe R. Lansdale, Victor Gischler, Massimo Carlotto, Tim Willocks, i quali sono venuti al Festival proprio per riconoscere e certificare la nascita non più solo di un movimento ma di un vero e proprio genere narrativo: lo Sugarpulp. Sono parole loro non mie eh…a scanso equivoci.
 
GF: Recentemente avete organizzato un riuscitissimo Sugar Pulp Festival. In cinque righe: cosa ci siamo persi? Dicci tutto...
 
MS: Una festa straordinaria che ha celebrato la narrativa, la letteratura di genere, il rapporto fra scrittori e lettori, l’amore per la discussione e il confronto, le interazioni fra interpreti, autori, traduttori, una riuscitissima commistione fra fumetto e romanzo, gli sketch di alcuni dei migliori artisti a fumetti italiani a livello internazionale, la pura voglia di leggere storie.
 
GF: Cos'è, per te, il Veneto? Quanto ami la tua terra, e quanto senti di doverle?
 
MS: Amo molto la mia terra. Le devo tutto. Ogni giorno mi dà il profumo dell’erba e i colori dei grappoli, la roccia rossa delle Dolomiti e l’acqua cristallina del Lago. Le dolci brume del Po e i fermagli di diamanti di Venezia, Padova, Vicenza, Verona, Treviso, Rovigo, Belluno, città straordinarie, bellissime, affascinanti. Amo il Veneto, ne amo la cultura, il senso del lavoro e del sacrificio che appartiene a questa gente, l’intelligenza e l’intuito imprenditoriale, il coraggio e la dignità nell’affrontare tragedie come l’alluvione recente. Sono un uomo molto fortunato ad essere nato qui.
 
GF: Quali sono stati i più grandi narratori veneti del Novecento? Goffredo Parise, Guido Piovene, Mario Rigoni Stern, Luigi Meneghello...? Altri? C'è qualcuno che ami in particolare, tra loro? Perchè?
 
MS: Mario Rigoni Stern, tutta la vita, almeno dal mio punto di vista. La risposta è legata al fatto che in lui la scrittura scavalca la parola, scava l’anima e ghermisce il cuore. I suoi romanzi sono altrettante esperienze di vita oltre che di lettura, ricordo quando lessi “Il sergente nella neve”, subito dopo “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Maria Remarque, quei due libri rappresentarono - pur nella diversità di voce e d’accenti - un tutt’uno inscindibile e imprescindibile nella mia vita di uomo.
 
GF: La tua Mila Zago quanto deve alla Uma Thurman di “Kill Bill”? E quanto andrebbe d'accordo con la piccola Chloe Moretz di “Kick-ass”?
 
MS: Mila deve parecchio alla Sposa di Kill Bill, ma anche alla Nikita di Luc Besson, alla Bloodrayne dell’omonimo videogame, alla Crimilde del Nibelungenlied, alla Clorinda di Torquato Tasso, alla Elektra di Frank Miller, alla Lisbeth Salander di Stieg Larsson, ma in Italia un personaggio come lei non c’era, per questo ho provato a colmare il vuoto, spero di esserci riuscito, di aver dato un segnale. Mila tornerà, non subito, ma tornerà con un dittico a cui ho cominciato a lavorare da poco. L’idea è quella di avere un grande affresco diviso in due parti, sto provando ad alzare l’asticella e chissà se riuscirò nel mio intento, sto tentando di incupire le atmosfere, di tingerle con i colori di Tim Willocks e David Peace, passando per Derek Raymond, virare dal gusto americano a quello più europeo e tragico a cui sono molto legato. Staremo a vedere. Chiedo ai lettori di avere pazienza, in molti mi chiedono un sequel ma la fiducia che stanno dando a Mila merita di essere ricompensata con una grande storia, spero tanto di riuscire a scriverla. Nell’attesa spero possano leggere presto una stralunata e divertente, almeno credo, commedia nera ambientata all’università. E poi a Lucca presenteremo la copertina del nuovo fumetto dedicato a Mila e disegnato da un artista straordinario (Marvel e Bonelli) come Alessandro Vitti, quindi…restate sintonizzati.
 
GF: In cosa è differente il “registro pulp” dal “registro noir”? Sempre nell'intervista rilasciata a Carmilla, hai detto che hai scelto, per questo libro, un “registro pulp perché credo che non sia giusto delegare in via esclusiva al noir il racconto della criminalità reale e globalizzata”...
 
MS: Be’ il pulp non è il noir mi pare chiaro. Il noir non è affatto consolatorio tanto per cominciare mentre invece il mio romanzo ha tutto sommato un happy ending, il noir è carico di realismo, il pulp gioca nell’esasperare le situazioni, il noir ha un preciso recinto narrativo, il pulp si diverte a contaminare i generi, il noir arriva da “The Maltese Falcon”, di Dashiell Hammett poi trasposto in film da John Huston e “Touch of Evil” di Orson Welles, il pulp dai racconti di Robert E. Howard e dal cinema exploitation, mi pare ci sia una differenza abissale. Ciononostante credo che anche il pulp possa e debba raccontare la realtà contemporanea, ed è quello che ho tentato di fare.
 
GF: Quanto è stato importante Marco Vicentini della Meridiano Zero per la tua formazione estetica, professionale ed esistenziale, in questi quattro anni?
 
MS: Molto. Mi ha dato una grande opportunità e strumenti fondamentali per affinare le mie conoscenze. Mi ha aiutato a costruirmi una professionalità vera: andare a lavorare a Meridiano Zero è stato come andare alla bottega di un bravo artigiano. Credo però di avergli restituito tanto: a cominciare dalle campagne stampa e da una nuova collana musicale. Ora inizio una nuova avventura con Revolver, il nuovo marchio editoriale di Edizioni BD interamente dedicato al noir contaminato, che lancerò da gennaio 2012: una bella sfida, ma con Marco Schiavone c’è un’affinità e un senso di condivisione molto forte, credo potremo fare molto bene anche perché abbiamo un roster di autori di straordinario livello letterario. L’idea è quella di creare una comune hippy di lettori che vogliano misurarsi con la narrativa pop più recente, quella che mescola il noir ai colori sgargianti dell’avventura e del crossover, del pulp e del thriller. Vi aspettiamo su www.revolverlibri.it per commenti, contributi, articoli, considerazioni, il tutto in un clima rilassato e positivo, perché la crisi ha i giorni contati e perché noi siamo caricati a mille.
 
GF: Ultima domanda – chi leggi tra i narratori italiani contemporanei, a parte Carlotto, Matteo Righetto e Omar Di Monopoli? Da chi ti senti più influenzato, e a chi ti senti più vicino, e perché?
 
MS: Leggo Francesca Bertuzzi, Marilù Oliva, Piergiorgio Pulixi, Thomas Tono Angelo Petrella, Heman Zed, Laura Liberale e Pierluigi Porazzi. Amo Peppe Lanzetta e Tullio Avoledo. Oltre a Massimo Carlotto, un mito, fra le influenze italiane cito Valerio Evangelisti e Sergio Altieri. Non solo due maestri ma due autori che hanno davvero rinnovato, secondo me, il modo di raccontare storie negli ultimi vent’anni. Evangelisti ha reinventato il romanzo storico e il grande romanzo d’avventura con un gusto, un’intelligenza e una sensibilità che non trovavo dalle pagine di Stevenson e Salgari: saghe incredibili come quella di Eimerich o del Palero Pantera o ancora de Il collare di fuoco lasciano estatici. Altieri ha di fatto creato l’action thriller italiano rappresentando un punto fermo per una schiera di nuovi narratori. Per non parlare del suo capolavoro: la saga storica di “Magdeburg”, duemila pagine dense di umori, rabbia, tinte fosche, coreografie di duelli, costumi e nozioni direttamente dalla Guerra dei Trent’anni. Nessuno aveva mai fatto niente del genere in Italia prima d’allora. Nutro ammirazione profonda per ciascuno di loro due.
 
GF: Dimenticavo. Prossimo romanzo, sempre con e/o?
 
MS: Assolutamente sì!