Amara Lakhous, rifugiato in Italia, ora docente a Yale, torna a raccontare il suo Paese in un romanzo.
«Per capire questa terra basta leggere Sciascia. Siamo il paradiso di Caino».
Sciascia in Algeria, Orano come se fosse una provincia siciliana; le palme appena piantate e per metà morenti, la speculazione che deforma i quartieri storici, un'aria pesante di vecchi delitti impuniti ed eterni meccanismi di comando. «È stato il mio modello forte - spiega Amara Lakhous - e mi ha accompagnato per tutto il corso di questa avventura», il nuovo libro La fertilità del male (traduzione dall'arabo di Francesco Leggio per e/o). «E rimane per me un maestro».
Due lezioni in particolare, aggiunge. «Dopo l'esperienza di parlamentare con i radicali, Sciascia diceva: il potere è altrove. Noi pensiamo allo Stato, alle istituzioni, ma in realtà ci sono altre persone che comandano nell'ombra. Qualcuno oggi lo chiama deep State , un potere più profondo e nascosto».
Nel romanzo si materializza in misteriose telefonate dall'alto che impongono limiti o dettano versioni ufficiali. Qual è la seconda lezione di Sciascia e come si mette in pratica?
«È quella sul ruolo della religione nella vita pubblica: molto influenzato dagli illuministi, diceva che la separazione tra Stato e Chiesa doveva essere netta. Dunque, in uno Stato laico la religione ha il suo ruolo, il suo peso nella società, ma non deve comandare».
Mai tema fu più algerino...
«È così. Attraverso Sciascia e la mia esperienza italiana ho capito molte cose del mio Paese».
Nato nel 1970 ad Algeri, in una famiglia originaria di un villaggio della Cabilia, Amara Lakhous si è rifugiato a Roma nel 1995, durante il «decennio nero» della feroce guerra civile tra militari e islamisti. «Allora avevo un programma radiofonico, dopo la morte di due amici ho capito di essere in pericolo». Il libro che l'ha reso famoso - Scontro di civilità per un ascensore a piazza Vittorio (sempre e/o) - è del 2006 e come quelli che verranno è stato scritto in italiano, anticipando temi di convivenza tra nazionalità ed equivoci sui migranti che sarebbero poi diventati molto attuali.
Un caso di scuola al punto che l'università di Yale, tre anni fa, ha chiamato lo scrittore a insegnare come italianista. «L'ho confessato apertamente quando ho ricevuto l'incarico - racconta Lakhous collegato dal Connecticut -: l'Italia mi ha accolto, mi ha adottato in un momento in cui rischiavo di essere ammazzato e io ho un debito; promuovere la lingua e la cultura italiana nel mondo è un modo per ripagarlo».
«La fertilità del male» però è scritto in arabo e dà l'idea di un ritorno in patria, esperienza vissuta nel concreto con un lungo soggiorno a Orano tra il 2018 e il 2020 assieme alla moglie antropologa americana .
«Sono tornato in Algeria ma con una identità allargata (Lakhous è cittadino italiano dal 2008, ndr ), con uno sguardo nuovo, con una distanza che prima non avevo. E con l'esigenza di raccontare innanzi tutto a me stesso il mio Paese per cercare di capirlo».
Il punto di partenza è sempre la guerra d'indipendenza, e il detective di questa storia, il comandante dell'Antiterrorismo Karim Soltani, si trova a risolvere un omicidio del 2018 andando a ritroso negli anni Cinquanta.
«Noi algerini continuiamo a vivere nella Storia. Tutto quello che succede è una ripetizione di cose già viste, un déjà vu , in cui le persone al potere ripetono meccanismi già falliti. Questo è il problema. La colonizzazione francese - la violenza, l'occupazione, il genocidio nonostante il proclama di liberté egalité fraternité - è rimasta un modello anche dopo l'indipendenza. Un personaggio dice: "Abbiamo liberato l'Algeria ma non gli algerini"».
Un altro personaggio riflette amaramente: «Le vittime imparano a torturare dai loro aguzzini». E riferendosi alle violenze atroci dei dieci anni della guerra fratricida (1992-2002), lei scrive: «L'Algeria è il paradiso di Caino».
«È quello che è successo negli anni Novanta. Il presidente Bouteflika (al potere dal 1999 al 2019, ndr ) la chiamava "tragedia nazionale", come se fosse un accidente della vita. Ma si parla di 150-200 mila morti, ognuno ha conosciuto almeno una persona che è stata uccisa in quella stagione. L'espressione in arabo è Al-harb Al-Ahlia che vuol dire guerra di famiglia, cioè tra fratelli, quindi quella di Caino. È questa la descrizione giusta».
Quando ha capito di essere nel mirino degli islamisti in Algeria e di dover trovare protezione all'estero?
«Mi ero esposto, alla radio lavoravo con il mio nome. Nel 1995 avevo partecipato in tv a una trasmissione culturale sul ruolo degli intellettuali. Il presentatore aveva invitato gli scrittori più importanti: avevano paura. Io ho detto: "Non sono vigliacco" - ero giovane - e sono andato a parlare di Gramsci. Poi sono stati uccisi due miei amici e uno di questi aveva organizzato un convegno sul filosofo Jacques Derrida contestato perché pied-noir ed ebreo. Io avevo partecipato e l'avevo sostenuto apertamente... Sono certo che stavano arrivando anche per me. Vedo come un'immagine: un giorno verrà qualcuno a dirmi: "Ero a un passo dall'ucciderti". Negli ultimi mesi sentivo per certo qualcuno alle spalle». (...)