(...) Che cosa racconta invece Malinconia dei confini, lungo monologo non romanzesco in cui entrano però molti elementi romanzeschi della vita di chi racconta e di quella delle ombre che evoca in un notturno vagabondaggio per le vie di Berlino? Mi affido alle parole di Enard stesso, che così si congeda verso la fine del libro indicandone sommessamente «il minuscolo intento», connesso, scrive, con la vita di una cara amica malata, il piacere dei libri e le frontiere della letteratura, e «come le tre cose si ricongiungano per me a Berlino e dintorni attraverso piccolissime esplorazioni, piccolissime nello spazio (qualche decina di chilometri) ma lunghe nel tempo (più di una decina d'anni), giacché il viaggio permette di percorrere la distanza fra il tempo di oggi e il tempo di ieri, il tempo degli accadimenti, e gli accadimenti del tempo». Impossibile enumerare le tante figure della memoria in cui si imbatte il passeggiatore notturno dal momento in cui lascia l'amica malata in un ospedale che si trova in una località dalla quale le altre storie sembrano sprigionarsi, un luogo che ha cambiato fisionomia nel corso del tempo, testimone di orrori di diversa natura: Beelitz, nei pressi di Berlino è un complesso di edifici in parte abbandonati, dove durante la prima guerra mondiale fu curato Hitler e dove nella seconda l'Armata Rossa stabilì il suo più grande sanatorio militare a ovest della patria. Di guerre e di battaglie se ne incontrano molte nel monologo di Enard, tra cui una sorta di battaglia perfetta nella sua terrestre e poi mitica potenza: Stalingrado. Ma si incontrano anche molti scrittori, a partire da quelli che appaiono la guida e i compagni segreti di Enard nelle sue peregrinazioni: un altro celebre passeggiatore, Robert Walser, e un altro contemplatore dell'umana rovina e dell'umana fragilità, G.W. Sebald. Nei meandri del suo cammino, colui che parla sembra inseguire non tanto le vite individuali afferrate dalla turbolenza della storia, quanto la storia che si infiltra nelle turbolenze delle singole vite. Tra i fantasmi evocati ci sono figure che puntano direttamente al cuore dell'immaginazione del lettore, per esempio teschi avventurosi: quello del compositore Haydn, quello di una capra scambiata per una madre, o quelli illustri strappati a un becchino e rimodellati nella cera da una cameriera alsaziana diventata poi famosa col nome di Madame Tussaud. Ma nel «garbuglio della storia» le ombre si succedono, e a quella dolorosa dell'artista Kathe Kollowitz, che compone nella sua opera il ritratto «grave e profondo di un'umanità sempre in lutto con sé stessa», si affiancano quelle del magnetista Anton Mesmer, di Bernardo di Chiaravalle, dei surrealisti e di tante altre creature apparse e scomparse come meteore nel corso del tempo. Anche in Malinconia dei confini (questo è il primo volume dedicato al Nord di una progettata tetralogia), come in Disertare (almeno in uno dei due racconti) c'è una sorta di lieto fine, dopo tante ossa insepolte e dimenticate nei disastri che l'umanità ha procurato e si è procurata e l'ingiusto oblio con cui si sbarazza del passato. Camminando nella notte berlinese verso una libreria, Enard evoca lo spirito dei poeti romantici, ed evoca ciò che sembra contrapporre al potere di Thanatos: non l'amore ma l'amicizia. Il re degli amici, dopo il lontano Montaigne, è Goethe, ma tutto un cerchio di anime si stringe attorno al fuoco della poesia, come attorno ai fuochi della battaglia: è in guerra, sostiene Enard, che si allacciano le amicizie più strette, unico conforto al fato che incombe. «La frontiera, scrive, è feconda di sparizioni; fertile in violenze; la letteratura cresce nel solco mortale, spunta dal carnaio come un papavero, un papavero da oppio dei popoli, capace di dare quella forma meravigliosa di oblio, quella forma sublime di oblio, che è la memoria, che è un libro».