(...) È il tema al cuore dell'opera di Christa Wolf, quella che lei stessa definisce la «parola chiave» della sua ricerca: Cassandra. La sacerdotessa di Troia, la figlia adorata da Priamo, colei che ha il ricevuto il dono della veggenza ma che ha rifiutato l'amore ad Apollo e allora il dio, offeso, l'ha maledetta, e perciò nessuno le crede. E perciò Troia, la sua città tanto amata, cade sotto l'astuzia di Ulisse. Se Il cielo diviso , storia di un amore infranto dalla storia e dall'ideologia come la sua Germania è, nel 1963, il romanzo che le assicura la fama, vent'anni dopo, nel 1983, è Cassandra il capolavoro di Christa Wolf, e quindi è corretta la scelta dell'editore e/o di ripartire da qui, nel riproporre la sua opera (seguiranno Medea a giugno e Trama d'infanzia a settembre). Cassandra è il romanzo in cui, tornando alle radici (lo fa anche fisicamente, con un viaggio nel 1980), a quella civiltà greca che costituisce la nostra identità di europei, la scrittrice esplora non solo il mito, l'archeologia, il contesto storico di una figura dell'immaginario, ma anche il ruolo della letteratura, il proprio posto nel mondo, l'esistenza di una scrittura «al femminile», il destino della donna in Occidente, il rapporto dell'individuo con la collettività, il peso delle costrizioni e delle aspettative familiari e sociali, l'importanza di avere una propria voce (e di offrirne una a chi non ce l'ha), il potere e lo strazio del «vedere». Che cosa vede Cassandra? La realtà. Che cosa racconta? La storia della sua paura. Che cosa teme, di fronte ai leoni in pietra sulla porta di Micene, mentre Clitennestra e la morte la aspettano? Di non poter più essere viva, laddove «viva» significa «non evitare la cosa più difficile, cambiare l'immagine di sé». Che armi ha Cassandra? La parola, feticcio e superstizione «più profonda» dell'Occidente, eppure a questa fede nella parola Wolf confessa di essere «visceralmente attaccata»... Marx, che definiva l'antichità greca come la «fanciullezza» dell'uomo occidentale, non aveva capito niente: «La fanciullezza - scrive Wolf in Premesse a Cassandra - è invischiata in problemi di coscienza così stratificati che noi, gli ultravecchi, riusciamo a concepirli solo linearmente?». Christa Wolf riscrive il mito con una lingua tutta sua, che diventa la lingua di Cassandra stessa: accade, nella storia della letteratura, che il valore di uno scrittore superi di molto quello della sua ideologia, che sia nera o rossa. È il caso di Christa Wolf. Una scrittrice consapevole del rischio insito nell'arte, ovvero che «la viva esperienza in innumerevoli soggetti sia uccisa e seppellita»: l'autoannientamento, il destino di un mondo minacciato dall'atomica, il fato di Cassandra e delle sue profezie, in esilio a casa propria.