È come se il discorso fosse cominciato altrove, come se l'orecchio del lettore si sintonizzasse su una certa e speciale frequenza a programma già iniziato. È però il bello di una scrittura che somiglia a una voce, di un progetto letterario connotato da un peregrinare che non produce trame ma senso. O quantomeno lo cerca: l'uomo che dice io è appena uscito dalla clinica berlinese dove è andato a trovare un'amica ricoverata dopo un ictus - un'amica che gli sta davvero a cuore, a cui deve riconoscenza. «E si trovava in uno dei rari edifici in funzione di quello che alla fine dell'Ottocento era stato il più grande sanatorio europeo». Lì erano stati curati anche i feriti della Prima guerra mondiale, e al narratore questo dettaglio offre il pretesto per ragionare sulla «frontiera con il nulla», sulla membrana invisibile che separa i tempi, le epoche; noi vivi nel presente e i «passati sulla Terra» («fra gli ottanta e i duecento miliardi di individui»). E d'altra parte è un libro che cerca e valica frontiere, più invisibili che visibili: confini dello spaziotempo la cui entità genera nello scrittore un'inquietudine malinconica. Malinconia dei confini è d'altra parte il titolo di questo nuovo libro di Mathias Enard pubblicato da e/o nella traduzione di Yasmina Melaouah; primo tassello di un polittico di quattro volumi: il Nord berlinese, il Sud iberico, l'Est balcanico, l'Ovest americano. (...)