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Schmitt: Beethoven è vivo ( e lotta insieme a noi)

Autore: Saverio Simonelli
Testata: La compagnia del libro
Data: 3 novembre 2011

E’ un Beethoven doppio quello di Eric Emanuel Schmitt appena pubblicato da E/O. Il narratore e saggista francese, musicista di formazione, continua la sua serie di riflessioni narrative e divulgative sui grandi compositori della storia affrontando l’autore dell’Eroica senza alcun complesso di inferiorità di fronte a una produzione sterminata di considerazioni, argomentazioni, adorazioni, invettive, dubbi ed esaltazioni che praticamente dall’indomani della morte del musicista non hanno mai smesso di inondare tutti gli ambiti della cultura e oggi della comunicazione occidentale.
 
Questo solo per dire che il libro - che ha un titolo fiume ma efficace “Quando penso che Beethoven è morto mentre tanti cretini ancora vivono” - correva il rischio di scontare l’accettazione di una sfida a dire qualcosa di nuovo purchessia oppure a provare a farlo in forma originale, peggio ancora in chiave snobisticamente demitizzatrice o acriticamente agiografica.
Schmitt si muove invece in modo assolutamente indipendente, senza nessun condizionamento e opta per una via personalissima, quella della sua storia d’amore, delusione e ritorno di fiamma per il musicista, scandita negli anni e a partire dalla frase titolo che gli rivolse la sua insegnante di pianoforte e che ritorna come un filo rosso a legare i diversi momenti della vita dell’autore e della narrazione.
Cos’è allora questo testo? Prima di tutto è ‘doppio’ perché dopo il saggio segue un breve monologo teatrale messo in bocca ad un’arzilla ospite di una casa di riposo in grado di comunicare la passione per Beethoven non solo alle sue compagne di appartamento ma anche a un giovane rapper. Ma il succo è tutto nel saggio, ed è un succo che si può riassumere nella riaffermazione del primato morale della musica del genio di Bonn, il suo vincere il destino personale per elevarsi a testimonianza di come la creatività possa comunicare comunque il dono della gioia, della vitalità e dell’energia oggi più che mai indispensabili a un mondo cinico, disincantato, disilluso, vittima dei suoi stessi distinguo e che ha cancellato la casella ‘eroe’ dal prontuario delle qualità culturalmente significative.
Beethoven è invece un eroe anche per la capacità di trasmettere se stesso secondo ogni mezzo espressivo, nella solitudine meditativa di una sonata per pianoforte, nell’esplosione orchestrale virulenta di alcuni suoi passi sinfonici, nella riflessione metafisica degli ultimi quartetti. Non pensate però che nel testo ci sia teoria musicale o sfoggi di erudizione. Ci sono invece le cose, gli effetti diretti della musica, c’è anche un tiglio che trasmette sonorità come i legni di un violoncello, c’è insomma l’omaggio di tutto un mondo al musicista che meglio di tutti lo ha saputo cantare senza trascurarne alcun aspetto, da quelli più fragili a quelli, appunto più eroici.
“Beethoven ci conduce alla scuola dell’energia. Ci spinge a essere entusiasti nel senso greco della parola, cioè a liberare gli dèi in noi, a liberarci dal negativo (…) Tra la seduzione dell’abisso e il godimento del respiro Beethoven ha scelto: preferisce il fervore. E Dio lassù chino sul bordo di una nuvola, si dice che certo, questa Nona fa un bel fracasso, ma se gli uomini la capiscono lui può rimanere ancora un po’ in vacanza” (pag.33)