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Bari si addice al noir ma non chiamatela Gomorra

Autore: Felice Laudadio
Testata: La Repubblica / Bari
Data: 13 novembre 2011

Il cane si chiama “Tiziano”. Difficile distinguere tre sillabe nette, Ti-zia-no, nell’abbaiare sincopato del cockerino, ma è così, dal nome del pittore Vecellio, che lo ha battezzato il professore, appassionato di belle arti e buona musica. E fin qui, niente che possa collegare il romanzo alle latitudini baresi. Si fanno avanti due malaccorti malviventi – “Varechine” e “Cikkeciakke” – e qualcosa nel soprannome mette sull’avviso chi vive intorno ai 41° Nord e quasi 17° Est. Poi, le finestre del generale comandante della Legione Carabinieri si affacciano sul lungomare, tra il Margherita e Pane e Pomodoro, ed è fatta! Lo scenario di questo romanzo lo conosciamo bene e l’autore è un enfant du pais.

Di questa Bari di mala, vogliamo parlare? E dell’intreccio tra malavita e malaffare, della contiguità tra notabilato e criminalità locale, della mamma barese dei faccendieri sempre incinta? Vogliamo dire? Carlo Mazza lo ha fatto, esordendo nella narrativa per le edizioni romane E/O, con “Lupi di fronte al mare” (392 pag. 19,50 euro). Ha raccontato di una città levantina che si crede una metropoli, di uomini di potere che si credono intoccabili e di nuovi delinquenti che si credono onnipotenti. Ha parlato soprattutto di mala gente, una fauna diffusa: non del tutto criminali né persone per bene, che non seguono le regole del vivere civile. Esercitano attività deprecabili, come favorire linee di credito bancarie ad aziende decotte, nel caso specifico romanzesco un polo sanitario ch’è un carrozzone allo sfascio, tremila dipendenti, moltissimi dei quali assunti tra gli affiliati al gruppo di Toruccio “Tarzan”. Un vero covo di malaffare quelle cliniche, in grave crisi finanziaria, ma c’è chi reclama il salvataggio e lo pretende con argomenti forti.

Una storia ed una comunità – immaginarie, assicura Mazza – popolate da soggetti che non rispettano le regole del vivere civile, anche se alla fine devono rispettare altre leggi. Norme non scritte, ma inderogabili, altrimenti boom!, la giustizia della criminalità organizzata commina condanne inesorabili. Il codice penale delle Famiglie avrà sì e no due articoli e si fa presto a decidere, non s’impiegano anni come nelle corti togate, quelle con i crocifissi alle pareti e le sentenze “in nome del Popolo italiano”.

Beninteso, la realtà narrativa sorpassa quella cittadina: l’avvertenza bada a prendere le distanze da ogni possibile equivoco diffamatorio, col distico inequivocabile: “I fatti e i personaggi rappresentati, i nomi e i dialoghi contenuti sono unicamente frutto dell’immaginazione e della libera espressione artistica dell’autore. Ogni similitudine, riferimento o identificazione con fatti, persone, nomi o luoghi reali è puramente casuale e non intenzionale”. Curioso, perché nel primo risvolto di copertina i curatori dell’edizione sostengono tout court che “Bari si mostra quale rappresentazione di un intero Paese … una città depredata e dolente, ritratta con un magistrale affresco che narra di cupidigie e di solitudini”. Infatti, Mazza è barese e qualcosa l’avrà pure ispirato. Lui, poi, dopo una toccante dedica al “padre”, cala un carico da undici quando introduce la vicenda con un verso del Canto III dell’Inferno: “Per me si va ne la città dolente”.

Una scarna nota sull’autore informa che Carlo Mazza è nato nel 1956 a Bari, dove ha sempre vissuto e che questo è il suo primo romanzo. Le affollate autostrade del web consentono di approfondire la conoscenza: un passato di militanza politica nel Pci, attivo nella sezione di Carbonara, dove ancora vive, ora irriconoscibile quartiere di frontiera cittadina piccolo borghese e sottoproletaria, distante cinquemila metri ma diversi anni luce dal centro, tant’è che dismetterebbe lo status di satellite urbano pur di strappare l’autonomia comunale. 110 e lode in scienze politiche, bancario, coniugato, un anno da AUC nei Carabinieri e due figli. Guarda caso, come il capitano Bosdaves, al comando della Compagnia di Carrassi, l’eroe buono, che parla in prima persona anche quando non è coinvolto nel discorso diretto: “dissi”, “chiamai”, “sbattei i tacchi”. È un bel ragazzo, un uomo intelligente. Peccato le scarpe sporche e il bottone che penzola dalla divisa. È un ottimo ufficiale, demotivato però da una crisi sentimentale. Da un anno è clandestinamente separato dalla moglie Irene e soffre moltissimo la condizione di single, autoesiliato in un palazzone anonimo di via Manzoni angolo Corso Italia, per non spiattellare ai colleghi la situazione familiare. Quasi quattrocento pagine da buttare giù di corsa, scrittura lineare, molto cinematografica, una cadenza filmica che piace all’autore ed alla quale si è dichiaratamente rivolto.