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Carlotto: raccontare i malvagi

Autore: Mario Barenghi
Testata: Lo Straniero
Data: 1 marzo 2001

Quattro, fra le tante, sono le uccisioni che caratterizzano Arrivederci amore, ciao (edizioni e/o) il nuovo libro di Massimo Carlotto: due reali, una simbolica, e una (inconsapevolmente, forse) mancata.

La prima delle uccisioni reali è l'omicidio con cui l'eroe della storia - un extraparlamentare di sinistra, unitosi ai guerriglieri di un paese del Centro America dopo una condanna in contumacia all'ergastolo - elimina a sangue freddo n altro italiano, compagno di latitanza. Non si tratta di una decisione autonoma: era stato il comandante ad ordinargli di far fuori il connazionale, che accusava sintomi di fragilità nervosa. Ma quando esegue questa spietata sentenza, il giovane militare ha già deciso di cambiare vita. Basta giocare alla rivoluzione (la guerra si fa sul serio), basta con la lotta armata, la politica e le ideologie. D'ora innanzi egli baderà soltanto al proprio tornaconto personale: e nella maniera più cinica e intransigente.

Tale l'inizio della trama. E l'inizio di un percorso, a suo modo (come suggerisce la quarta di copertina), 'di formazione ', che conduce il protagonista dall'esilio nella selva tropicale, nel bel mezzo d'una guerra feroce combattuta in nome di principi in cui non crede più (in cui forse non credeva davvero neanche quando metteva bombe nei cestini dei rifiuti), fino a una tranquilla agiatezza nella madrepatria, da cittadino rispettabile e onesto, pienamente ristabilito e pieno di soldi.

Il raggiungimento dell'obiettivo coincide con l'altro omicidio reale di cui sopra si diceva: e sul quale non aggiungerò nulla, per non guastare il piacere della lettura. Basterà precisare che fra il delitto d'apertura e quello di chiusura ( che suggerisce il titolo del volume) ne avvengono numerosi altri, tutti commessi con freddezza imperturbabile e nei modi più diversi, ai danni di uomini e donne, di nemici e di complici, di criminali e tutori dell'ordine. A tacere di una ragguardevole sequela di crimini intermedi (furti, ferimenti, intimidazioni, stupri, truffe, prestiti a usura).

L'uccisione simbolica, enunciata nelle primissime righe, riguarda invece un alligatore. Ovvia l'allusione all'eroe della maggior parte dei romanzi precedenti di Carlotto: il personaggio soprannominato appunto l'Alligatore, ex detenuto politico che esercita un ruolo difficile, ora di mediatore e investigatore, ora di paciere e di arbitro, navigando fra lo Scilla e il Cariddi di una criminalità sempre più efferata e tentacolare e di un apparato giudiziario e poliziesco sempre più torbido. Quel tanto di idealizzazione che competeva alla figura dell'Alligatore viene ora spazzata via.

Nessuno spiraglio positivo, nessuno spazio per iniziative generose e disinteresse o comunque ispirate a qualche residuo senso di giustizia. Il male trionfa su tutta la linea. Al protagonista preme solo di sentirsi "ricco e vincente" (l'antinomia vincente/perdente esaurisce tanto la sua concezione di del prossimo, quanto il suo orizzonte etico): e se a questo scopo si deve comportare come una carogna, ebbene, tanto meglio. "Mi piaceva sentirmi una carogna", dice a un certo punto, "Finalmente avevo la possibilità di diventare un vincente".

La chiave del suo successo è il tradimento. Per potere rimpatriare, schivare la galera, ottenere la revisione del processo, guadagnarsi di che vivere, farsi una posizione, arricchirsi, salire nella scala sociale, ottenere la riabilitazione giudiziaria, egli ricorre spesso e volentieri, come abbiamo visto, al delitto: ma tradire è la sua arma preferita, quella che maneggia con più spavalda efficacia. Questa, ci suggerisce Carlotto, è l'Italia di oggi. Una società opulenta e marcia, dove il crimine paga e la corruzione viene premiata: dove ogni uomo ha il suo prezzo, e dove non manca mai il modo di ricattare i pochi che esitano a vendersi. Il mondo è in balia degli ipocriti e dei pescecani. Chi ha capito le regole del gioco va vanti, gli altri sono destinati a soccombere per strada: primi fra tutti i testimoni scomodi.

Siamo così alla quarta uccisione che caratterizza il libro. Che no avviene, in realtà. Che anzi esula dalla trama, e a cui forse l'autore non ha pensato mai; ma che sarebbe l'unica conclusione logica della vicenda. Parlo dell'uccisione del lettore. Perché Arrivederci amore, ciao è un romanzo narrato in prima persona: come le avventure dell'Alligatore, si, ma l'Alligatore aveva buoni motivi per raccontare storie in cui faceva una bella figura, mentre questo Giorgio Pellegrini (non a caso quasi mai chiamato per nome) non avrebbe alcun motivo, di rendere pubblica la propria ignobile vita. E infatti la norma del suo agire, (in Centro America come a Parigi, a Milano come nel Veneto) è sbarazzarsi di quelli che sanno troppo, e mentire a tutti gli altri, per trarre da ognuno il massimo profitto possibile. Perché mai dovrebbe vestire i panni dell'autobiografo?

Alla corte. Massimo Carlotto è un ottimo narratore, uno dei migliori in circolazione oggi. A differenza della maggior parte dei suoi collegi, non disdegna la "letteratura di genere"; e sa fare, come pochi, il noir duro, il thriller d'azione violento e trucibaldo. Non solo. Oltre a essere un abile professionista della scrittura, Carlotto conosce molto bene il mondo di cui parla, il Nord-Est del nuovo miracolo economico e delle molte criminalità organizzate; conosce l'ambiente carcerario, il sottobosco giudiziario e avvocatesco, e tanti retroscena della recente storia italiana, a partire dal modo in cui malavitosi, giudici, inquirenti e periti hanno imparato a servirsi gli uni degli altri. Però - se questo era il suo intendimento - non mi pare che questo libro segni alcuna soluzione di continuità rispetto al passato.

Arrivederci amore, ciao non è più "realistico" né più spietato dei romanzi dell'Alligatore, giacché la burbera ritrosa disincantata virtù di questi non era infine più verosimile dell'iperbolica nefandezza del nuovo eroe. A ben vedere, la differenza si riduce a una maggiore esibizione di sadismo. Che sia un passo avanti, non siamo pronti a giurarlo.

Restano, s'intende, tutti i meriti già acquisiti da Carlotto. Primo fra i quali il senso di salutare disagio che può prendere il lettore quando, a lettura conclusa, ricomincia a guardarsi intorno: gli interrogativi che possono ronzargli nell'orecchio, se mette piede non dico (per carità) in un locale di lap dance, ma quando entra in quel bar che dopo il cambio di gestione è diventato così di moda, o quando gli capita di vedere in tv l'ufficiale di polizia dietro un tavolo cosparso di armi e droga sequestrata.

Cosa c'è dietro? Quanti verminosi intrighi covano sotto la superficie patinata del nostro benessere, dietro le istituzioni che lo garantiscono? Quali scellerate malefatte celano i sorrisi dei vincenti? Per una narrativa che vuol essere anche (nel senso migliore della parola) letteratura d'intrattenimento, basta e avanza. E a ben vedere, se sotto sotto s'insinua il dubbio di essere diventati senza volerlo depositari di segreti compromettenti, tanto di guadagnato.