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E se Tolstoj andasse alla radio? Lo scrittore e le sue banalità quotidiane

Autore: Filippo Maria Battaglia
Testata: Panorama Libri
Data: 18 gennaio 2012

Provate a immaginare la scena: Lev Nikolaevic Tolstoj in radio, alle prese con la promozione della sua ultima opera. Si, avete capito bene, come un narratore contemporaneo qualsiasi, schiacciato tra la vanità e l’imbarazzo di fronte all’offerta per promuovere la Sonata a Kreutzer.

D’accordo, la scena non è mai accaduta. Ma la surrealtà dell’episodio è una buona metafora di cosa significhi essere narratori (scrittori, è una parola grossa) di questi tempi.

Il merito allora del libretto che esce oggi in libreria per i tipi dell’edizioni e/o, L’unico scrittore buono è quello morto, è innanzitutto questo: quello, cioè, di provare a decriptare i tic e i vizi di un mondo ostaggio di egoismi, frustrazioni e autoreferenzialità.

Nel farlo, il suo autore, Marco Rossari, ha un’unica strada: l’ironia. Una scelta già percorsa da altri suoi colleghi di recente, peraltro con una buona riuscita.

La differenza del pamphlet di Rossari sta però nell’utilizzo di un altro espediente letterario, l’apologo, piegato sapientemente a uso e consumo del suo  reale obiettivo.

Obiettivo che - va da sé - si delinea sin dalle prime pagine, quando Tolstoj si ritrova nell’ormai inevitabile paradosso che, per parlare di un suo capolavoro alla radio, è costretto a doverlo banalizzare, sospeso tra la verbosità del conduttore e l’imbarazzo tecnico nel trovarsi di fronte a un mezzo che non conosce.

A lettura conclusa (gli episodi successivi oscillano tra il tragico e il faceto, chiamando molti altri mostri sacri della letteratura mondiale), Rossari dà conto dell’impotenza del narratore contemporaneo, suggerendo quasi che le cause sono strutturali e non solo soggettive.

Una interpretazione sociologica che fa un po’ arricciare il naso, ma che si riscatta nel tono ironico del libro.