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Intervista a Massimo Cuomo. Trent'anni, e sentirli tutti. Parliamo di Malcom

Testata: Wuz.it
Data: 27 luglio 2011

Cominciamo con una domanda scontata, forse, ma inevitabile: quanto di lei c’è in Marcello Zanzini?

Naturalmente molto, ma ho prestato grande attenzione a non scrivere un’autobiografia. Marcello vive i miei trent’anni, ma le esperienze personali che lo toccano sono quasi tutte fantasiose elaborazioni. Anzi, spesso le rivelazioni che più mi appartengono le ho lasciate agli altri personaggi: farle uscire da una bocca che non era quella di Zanzini mi ha permesso di esprimermi con maggior libertà. E in un certo senso mi piaceva l’idea che il protagonista si facesse più che altro trasportare dalla corrente, almeno fino ad un certo momento. Mi piaceva che passasse come un antieroe, come una vittima del destino, come uno che la crisi se la ritrova addosso senza essersela andata a cercare in alcun modo.

La soglia dei trent’anni è per molti ragazzi uno spauracchio: come se al di là di quelle colonne d’Ercole si aprisse una terra incognita, vagheggiata, di responsabilità e rinuncia. A suo avviso questo è un dato recente, indotto da un fatto generazionale preciso? Oppure è proprio di quelle età - i venti e i trent’anni – riuscire a guardarsi solo con ansia (da una parte) o rimpianto (dall’altra)?

La mia sensazione è che pesi molto il passaggio dal mondo della scuola a quello del lavoro. E oggi naturalmente più di prima, visto che l’esperienza scolastica si è allungata e i giovani passano anni a studiare, protetti dalla coltre dell’università. Poi ti laurei e ti ritrovi nudo, come Marcello nell’incipit del romanzo, esposto ad una realtà, quella professionale, cui non sei preparato. Ecco dunque l’ansia ed ecco il rimpianto, che appartengono per natura ad un “cambio di ruolo” ma che in questo caso sono amplificati proprio dallo stato di inadeguatezza con cui ci si arriva: c’è spesso una distanza talmente ampia fra scuola e mondo del lavoro che, nel salto, cadere nello slargo che le separa è molto più facile che arrivare dall’altra parte e restare in piedi.

Lei è “consulente di marketing”, informano le note biografiche in calce al suo romanzo. Ha attinto alla sua esperienza in quell’ambito per tracciare il ritratto impietoso (e molto comico) di Luis Castor e della sua lingua poverissima e pretenziosa?

Tutto quello che è “comunicazione” in Malcom è attinto dalla mia esperienza professionale, ma rielaborato parecchio per risultare più letterario. La lingua di Luis Castor è uno degli aspetti che mi fanno sorridere del mio lavoro: ossia questa ricerca ossessiva dell’inglesismo per far sembrare a tutti i costi le cose più importanti di come sono in realtà. Più in generale quello che condanno in molti altri passaggi del romanzo è la tendenza a dare più peso alla forma che sostanza. E le aziende che si occupano di comunicazione, per ovvi motivi, sono specializzate in quest’arte.

L’amicizia mi sembra uno dei temi principali, in “Malcom”. Tonno e Pino sono complementari fra loro, e in qualche misura lo sono anche rispetto a Marcello. Ma alla fine, sembra che a renderli tanto preziosi l’uno per l’altro siano esattamente le differenze e la reciproca accettazione di queste. È d’accordo?

Moltissimo. Un sentimento acquista sempre più valore se resiste alle difficoltà. Nel loro caso c’è un’amicizia che li lega da anni e che è rimasta intatta nonostante il fatto che, crescendo, ciascuno di loro abbia sviluppato il proprio carattere, allontanandosi da quello dell’altro. Se Tonno e Pino si incontrassero oggi non riuscirebbero mai a legare e invece sono profondamente amici: le esperienze che hanno condiviso insieme, negli anni, li hanno compattati. Mi interessava molto parlare di “amicizia” in Malcom, perché è un valore che fa profondamente parte della mia vita. Dove per amicizia intendo quel rapporto in cui hai un confronto concreto, diretto ed emozionale con l’altro. Il conoscersi reciprocamente davvero in profondità permette di continuare ad apprezzarsi nonostante le differenze.

Le donne. Arianna, che ha tradito Marcello. Federica, che forse potrà essere per lui più di quel che sembri. Elena, un’elegia all’apparire, di sostanza evanescente. Ma il discorso forse più vero, doloroso e sentito, sulle aspettative che una ragazza ha il diritto di nutrire dalla società in cui viviamo, arriva da un personaggio insospettato: Martina. A quale delle sue protagoniste si sente più legato?

A tutte in egual misura. In una storia che può sembrare molto “maschile” in realtà è la presenza delle donne, come nella vita, che determina il cambiamento delle cose. Il tradimento di Arianna, l’amore di Federica, le aspirazioni di Elena, la presa di coscienza di Martina. Senza ciascuna di loro tutto resterebbe fermo.

Il disegno che sta dietro a tutto quel che accade a Marcello e agli altri protagonisti è atroce, eppure profondamente “vero”.  In qualche modo, il suo romanzo fotografa un cambiamento che è antropologico, prima che sociale: non riconosciamo più i nostri sentimenti come tali - dolore compreso – se non possiamo renderli pubblicità… è una diagnosi molto severa, la sua. Secondo lei com’è potuto accadere che arrivassimo a questo punto?

Credo che sia nella natura umana. Abbiamo bisogno di ascoltarci e di essere ascoltati per dare maggior peso a quello che proviamo, per scavarci dentro. Il problema semmai è che spesso manca il coraggio per farlo con naturalezza: rinunciamo ad esprimere sinceramente quello che pensiamo alle persone vicine, quindi finiamo per non farci ascoltare e soprattutto per non ascoltarci, col rischio di perdere di vista quello che vogliamo per davvero. Così alla fine diventa più facile andarsi a raccontare ad uno psicologo, oppure farlo in qualche trasmissione televisiva, che peraltro passa l’idea di essere “al centro dell’attenzione”. E tutti ne abbiamo bisogno, di sentirci al centro dell’attenzione, ma basterebbe ricominciare a dare più valore all’attenzione delle persone che ci stanno accanto.