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Non ti meriti nulla

Autore: Michele Lupo
Testata: Lankelot
Data: 24 ottobre 2011

Sembrerebbe un tipo alla Keating, quello del molto sopravvalutato "L’attimo fuggente", il professore (principale protagonista) del romanzo d’esordio dell’americano di origini russe Alexander Maksik, "Non ti meriti nulla". Le assonanze col personaggio di Robin Williams in effetti non mancano: l’ascendenza dell’insegnante di letteratura sui ragazzi, l’ostentazione di un certo spirito libertario, la democratizzazione del punto di vista sollecitata dall’invito al dialogo, al confronto. Ma questo Silver è una figura ben più complessa; non gli passa minimamente per la testa di abdicare alla lettura formale dei testi, benché il loro significato per la vita sia in fondo l’essenziale delle stesse ragioni letterarie, non pensa di cavarsela con due versi enfatici. Ancora, invita alla complessità concettuale non meno di quanto invochi le ragione del cuore, lavora sulla lettura intensa di romanzi impegnativi, affrontati nel corpore vili delle contraddizioni, dei personaggi e dei loro dialoghi, delle svolte nevralgiche in cui si snodano le scelte esistenziali. Ed è proprio questo la premessa che apre al cuore delle sue lezioni (e del libro): il passaggio dal grado zero di natura (ché l’uomo, insegna Sartre, è privo di essenza, non è un ente costruito in funzione di uno scopo) all’esistenza, che è ciò che lo definisce, ossia l’azione o la sua mancanza, la responsabilità della scelta - il che chiama in causa peraltro il senso ultimo dell’insegnamento, la coerenza del professore con ciò che “predica”.

Il luogo che in cui tendono ad accentrarsi le storie è l’”International School Of France” (una scuola per rampolli di famiglie più che agiate, destinate per un motivo o l’altro a fermarsi a Parigi per qualche tempo). Merito del professore (e di Maksik) è caricare di tensione le sue lezioni. Silver non condivide con il famoso Keating quel troppo di ingenuità che lo rendeva – almeno agli occhi di scrive – stucchevole. Silver conosce il suo mestiere come nessun altro, ci sa fare sul serio. Ha talento, competenze, passione, dispone del carisma che una sciagurata ideologia qui da noi ha guardato con sospetto e che costituisce un aspetto non esornativo del mestiere (peraltro nei romanzi, gli insegnanti, si sa, quando non sono sfigaterrimi – quasi sempre, specie in Italia, dove gli scrittori non si rendono conto di aver introiettato lo stesso immaginario economico che dicono di biasimare – appaiono fascinosi). “Se sei molle all’inizio affogherai” dice Silver. L’insegnamento è anche tecnica teatrale, la cattedra condivide con la scena la necessità di calibrare i toni, di disciplinare l’actio nell’orchestrazione retorica, misurare gesti e regolare gli sguardi. “Così li incanti mostrandoti duro, fissando dritto negli occhi quelli che chiacchierano, stroncando chi ti sfida. Gli dai responsabilità e libertà. Gli mostri che ti importa, che ami quello che fai”. Sia chiaro, in questa recita però ne va della vita. Non solo perché Silver crede in quello che fa. Fra studenti della più svariata provenienza (compreso il musulmano Abdul che non manda giù l’insinuazione nemmeno troppo sottile  che dio non esista e che procura per questo frizioni destinate a esplodere fra Silver e la dirigenza, interessata ovviamente solo alle rette degli studenti), svolgono un ruolo decisivo Gilad e Marie. I due ragazzi difatti, e non sono i soli, se ne innamorano. Gilad, di suo timidissimo, incerto, fragile, figlio di una coppia alla deriva, di un padre violento che non sopporta la sua delicatezza, accetta l’idea che nella fascinazione che subisce possa insinuarsi anche una componente erotica, mentre Marie (una studentessa della scuola che però non frequenta le lezioni di Silver) si ritrova fra le sua braccia per una manovra ordita dall’amica Ariel –, controversa, disinvolta ma tutt’altro che pacificata ragazza.

Ora, il coraggio della scelta mette alla prova lui per primo, il professore, incerto se lasciarsi andare all’attrazione tutta fisica per Marie – in realtà è lei che lo ha sedotto. Ma la tenuta che mette davvero in gioco il valore del suo insegnamento, il patto fiduciario che li lega ai ragazzi (in definitiva, la sua stessa persona) rischia di crollare quando durante una grande manifestazione, si mostra inerte rispetto alla violenza di un ragazzo delle banlieues. La passione che ha sempre tenuto al centro delle sue lezioni, di cui si è fatto mentore, si esaurisce dopo l’invito a placare le anime fra due fazioni, ma di fronte all’esaltato criminale che lo aggredisce e gli sputa in faccia, il professore non reagisce. E il fatto non passa inosservato.

Il romanzo, che  ha trovato un editor convinto in Alice Sebold, si costruisce alternando le tre voci, come a strutturare nella sua forma lo spirito “plurale” che tematizza. Le vicende sono viste e raccontate dai rispettivi punti di vista (con una lingua che, si evince dalla traduzione, cerca di imitare in modo plausibile lessico e sintassi dei tre, compreso il fastidioso birignao dei ragazzi “voglio dire, “tipo”, “come butta”…). Tutto ciò conferisce un aspetto prismatico alla narrazione e aggiunge tensione e interesse a una storia che non teme di prendere di petto questioni centrali della vita umana: amore, coraggio, responsabilità, senso stesso della letteratura. Un bell’esordio.