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Madre e figlio condannati all'ergastolo

Autore: Cinzia Fiori
Testata: Corriere della Sera
Data: 21 gennaio 2012

I due protagonisti di Ritorno a Delfi non stanno simpatici a nessuno, nemmeno a se stessi. L'esistenza di Vivi Cholevas, corifea del malumore e dell'amarezza, è intrecciata in esclusiva a quella del figlio Linos, ergastolano per stupro e omicidio. Non si amano, né si perdonano. n giorno della sentenza sembrava riguardare soprattutto loro due che con uno sguardo: «Si processarono e si condannarono l'un l'altra al massimo della pena>>. Ora, dopo dieci anni di reclusione e di silenzi in parlatorio, il trentenne Linos ha una licenza premio di cinque giorni. E la madre, che ha da poco varcato la soglia dei cinquanta, ha deciso di' portarlo a Delfi. Vuoi chiudere i conti in sospeso, dirgli che fu lei a denunciarlo, e spera che l'aura della storia antica intacchi il mutismo, l'ostilità, la disperazione del figlio. Non che ci sia posto per la speranza nel · romanzo, un futuro è negato a entrambi. Ciascuno convinto della propria colpevolezza, continueranno a scontare il loro ergastolo congiunto in luoghi separati della città. Non c'è spazio neppure per toni melodrammatici nel testo: neanche una lacrima. Ioanna Karistiani scrive una tragedia, fa percepire il respiro del destino. Crea l'ineluttabilità ricostruendo passo per passo, nei capitoli che guardano a ritroso, i pensieri e le azioni che conducono all'esito drammatico. Karistiani ci ha abituato negli anni al suo confronto con la classicità, ma qui, più che nei romanzi precedenti, sembra chiedersi come si possano trasporre i temi universali delle opere antiche nella Grecia attuale. Ed è una Grecia di basso ceto e scarsa cultura la protagonista di Ritorno a Delfi, un microcosmo popolare abitato da ex contadini, piccoli artigiani, bottegai o infermieri in nero che, senza particolare intelligenza né genio, vennero per inurbarsi nell'Atene degli anni 70. Chi non ne può più della sfilza di vite da romanzo che affollano gli scaffali delle librerie in un turn over incessante, in queste vite mediocri e abbrutite troverà sollievo. n vero tema del romanzo è l'infamia, il pubblico biasimo che investe entrambi, trasformando Vivi in una donna in fuga da ogni relazione, da ogni volto che possa riconoscerla, da ogni pensiero che potenzialmente la ricolleghi al suo irredimibile disonore. È un disprezzo introiettato il suo, non si sente mai vittima, neppure al cospetto dei parenti che impongono la cancellazione di ogni riferimento al figlio, in una damnatio memoriae che Vivi fa propria. Vagamente ispirato all'Edipo re, il romanzo è scritto con accuratezza, minuzia, perizia. L'iperfarcitura d'immagini, cui l'ultima narrativa, tributaria del cinema, ci ha abituato, è lontana. Se ci sono metafore, son letterarie. Vi è invece una spigliatezza fatta di prosa efficace e un'ironia che non intacca il respiro narrativo. Ioanna Karistiani scrive il suo libro più duro con un procedere quasi' d'altri tempi. E riesce proprio perché riprende la narrativa classica, anche ottocentesca, attualizzandola ma rimanendole fedele.