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Aforismi e siparietti di letteratura e di editoria

Autore: Carlotta Susca
Testata: Pool
Data: 24 gennaio 2012

Pensateci. State leggendo un articolo che parla di un libro. La carta inchiostrata del volume fresco di tipografia sta generando in questo momento – sotto i vostri occhi, e per tutte le volte in cui qualcuno leggerà queste righe – una propaggine testuale. Ieri il libro di Rossari non esisteva e oggi – e da oggi in poi – altri ne scrivono e ne scriveranno, aggiungendo frasi a frasi, glosse e citazioni. Commenti. Giudizi, pareri. Teorie, perché no. Questo è ciò che succede con le parole, finisce sempre che prendono una strada propria, svincolandosi dall'autore. Questo è quello su cui riflette Rossari. E sull'editoria come sistema dagli aspetti paradossali e a volte buffi. Tolstoj invitato in una trasmissione radio italiana ai giorni nostri non potrebbe che essere in contrasto con la superficialità dei tempi attuali, con un intrattenimento culturale raccogliticcio e frettoloso; Dante affronterebbe un editor cauto, che gli consiglierebbe di uniformare il tono delle tre parti del suo manoscritto e di evitare di fare troppi nomi: non si sa mai, meglio non esporsi, di questi tempi. Joyce morirebbe inedito. Perché l'editoria sarà anche il campo degli esperti, sottintende Rossari, ma non è detto che questi pontifichino sempre per il meglio. Accanto alle scene che vedono dei mostri sacri della letteratura alle prese con i saccenti editor odierni Rossari ci propone svariati esempi di abulia da letteratura: lo scrittore che risale involontariamente al linguaggio primitivo – con conseguente incapacità di acquisto in panetteria –, quello condannato a essere osannato dalla critica nonostante i tentativi di autosabotaggio, lo scrittore invitato a un surreale reading di poesia, l'esordiente molestato dalla prima lettrice, il traduttore in crisi da intraducibilità, vittima del démone della perfezione. E il reporter sulle tracce della generazione beat, e il viaggiatore piombato in un incubo in Kafkania. L'unico Scrittore Buono È Quello Morto è l'opera colta e ironica di un addetto ai lavori ancora capace di (auto)ironia, il libro sui libri di chi sa distinguere fra letteratura e fuffa ma deve districarsi fra le due per lavoro, oscillando fra il disincanto e un ineliminabile nucleo di amore profondo per i libri. Il testo di Rossari, pubblicato da e/o, può essere letto in ordine sparso, a seconda del tempo a disposizione e dell'ispirazione, ma il quadro che se ne ricava è molto chiaro e unitario: non viviamo in tempi che facilitino l'espressione del genio letterario (verrebbe da dire, con John Barth, «Letteratura, ah! Bei tempi, quelli!»). D'altra parte, fra tanta carta e tanto inchiostro (e tanti pixel, e tanto html), sorge il dubbio che neanche gli addetti ai lavori leggano poi tantissimo, quindi non è la letteratura a essere in crisi, ma la competenza, spesso. Sicché, se qualcuno grida alla morte della letteratura, si potrebbe rispondere, citando Rossari, «C'era uno scrittore che considerava la letteratura finita, anche perché non leggeva mai un libro». Leggete (libri) e moltiplicateli.