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Amara Lakhous: «Ora racconto l'emigrazione dei vostri nonni»

Autore: Guglielmina Aureo
Testata: Corriere Mercantile
Data: 29 gennaio 2012

Nel passato degli italiani c'è il problema di oggi: l'immigrazione». Lo sa bene Amara Lakhous, classe 1970, scrittore, giornalista, traduttore algerino trapiantato in Italia, autore di romanzi di successo (che scrive anche in italiano) come "Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio", poi diventato film, "Divorzio all'islamica a viale Marconi" e "Un pirata piccolo piccolo", dove con ironia racconta il disagio di una generazione araba. L'autore, che martedì prossimo sarà a Palazzo Ducale nell'ambito della rassegna "Mediterranea" per intervenire sul tema "Una generazione tra le sponde" (letture e musica a cura del Suq), sta scrivendo un nuovo romanzo (per la casa editrice e/o, in uscita il prossimo settembre). È ambientato a Torino e racconta di quando ad emigrare erano i nostri nonni e i nostri bisnonni. A Genova è da tempo in corso un dibattito sulla costruzione di una moschea. L'argomento divide. Dia un aiuto. «Il mio amico antropologo Roberto De Angelis ha fatto uno studio attorno alla moschea di Centocelle. Da un campione di interviste raccolte prima dell'11 settembre è risultato che il 95 per cento della popolazione non sapeva dell'esistenza della moschea. Dopo, il 95 per cento della popolazione ha risposto "sappiamo che c'è e siamo «molto preoccupati". La moschea è passata da non essere percepita, a pericolosa perché considerata potenziale covo di terroristi. Questo il messaggio che è passato. Al problema della moschea si risponde con la Costituzione italiana, tra le più belle mai scritte, che garantisce il diritto di culto a tutti. Io credo che la strada sia quella indicata dalla Costituzione da percorrere con estrema chiarezza e con grande trasparenza soprattutto per quanto riguarda i fondi. A Roma quando era sindaco Walter Veltroni davanti allo scottante tema della moschea il Comune si era sottratto utilizzando un escamotage: sollevando dei pretesti e non concedendo così l'agibilità. Assurdo. Non dimentichiamoci che quindicimila italianissimi sono convertiti all'Islam e anche loro hanno diritto ad avere un luogo di culto come cattolici e buddisti. La moschea dovrebbe essere un luogo aperto dove si insegni per esempio l'italiano». Nei suoi libri lei analizza i riflessi dell'immigrazione sulla nostra società. Cosa pensa degli italiani? «La società italiana negli ultimi anni è entrata in una fase nuova rispetto all'immigrazione, una fase di grande difficoltà. La letteratura è molto efficace per descrivere questa realtà del quotidiano. Dopo aver pubblicato diversi romanzi su questo tema ho scelto di allargare il campo e nel prossimo libro, ambientato a Torino negli anni '50 e '60, affronterò l'immigrazione degli italiani stessi dal Sud al Nord e all'estero verso Canada, Stati Uniti, Australia. L'obiettivo è recuperare quell'immigrazione dimenticata. Vorrei compiere un viaggio nella memoria: parlare dei nonni, dei bisnonni. Viaggiando ho raccolto storie bellissime di persone che hanno scelto di cambiare il loro destino». Vive nel nostro Paese da molto tempo. Quali sono i luoghi comuni degli italiani sugli arabi? «Quelli che hanno tutti, non solo gli italiani. In molti credono che la democrazia non sia praticabile nei Paesi arabi perché genererebbe il caos che consentirebbe quindi al fondamentalismo di prevalere. Si pensa quindi che i dittatori siano funzionali, che i popoli non siano pronti per la libertà. Questo luogo comune è stato smentito dalla Primavera araba una rivoluzione fatta dai giovani all'insegna della pace. Durante le manifestazioni degli indignati a New York, molti ragazzi portavano dei cartelli con slogan che dicevano "il popolo sta male" e auspicavano la fine di un "regime". Slogan che avevano anche i ragazzi arabi contro il regime politico e che si sono diffusi come un onda dalla Tunisia, dall'Egitto e dalla Siria sono arrivati negli Stati Uniti dove i ragazzi americani chiedevano a gran voce la fine di un altro regime, quello violento e arrogante dei banchieri». Un altro tema scottante riguarda l'emancipazione femminile nel mondo arabo. «Io vorrei tranquillizzare. Oggi siamo stupiti davanti ai matrimoni combinati nelle culture pakistane, bengalesi, per esempio, ma accadeva anche nella società italiana in passato. Vorrei ricordare che il delitto d'onore e il matrimonio riparatore sono stati abrogate nel 1981! Ci vuole tempo per cambiare la società». La cultura che ruolo ha in tutto questo? «Un ruolo fondamentale. È la letteratura che ci porta a scoprire l'umano che c'è in noi. Accanto ai numeri, alle statistiche, ai casi di cronaca nera, ecco il mio lavoro per recuperare la memoria italiana, raccontare le storie delle persone dei loro sogni, paure ambizioni, voglia di cambiare il proprio destino. Bisogna pensare ad un albero che decide di sradicarsi per trapiantarsi altrove. Ci vuole coraggio per andare alla ricerca di un futuro migliore. Tra gli immigrati che arrivano oggi in Italia e gli italiani che ieri la lasciavano per emigrare, i punti in comune sono tantissimi. Molti siciliani alla fine dell'Ottocento immigrarono clandestinamente in Nord Africa per fare i pescatori. Anni dopo è accaduto il contrario, sono cicli». Forze politiche come la Lega hanno fatto della lotta all'immigrazione una bandiera... «La Lega è un'espressione vergognosa della società italiana che parla all'egoismo delle persone». Il Presidente Napolitano sostiene la cittadinanza per i figli di stranieri nati in Italia. «Sono d'accordissimo. Questi bambini, questi ragazzi sono nati qui, parlano i dialetti locali, tifano per le squadre di calcio italiane. Uno di loro mi ha detto: "sono un italiano con un permesso di soggiorno". Commovente». Lei sottolinea spesso il tema della lingua. «Non c'è dialogo senza comunicazione, senza lingua. Mi arrabbio molto con quegli stranieri che non imparano bene l'italiano dopo anni che vivono qui». Questa grave crisi economica che si è abbattuta su di noi porterà a un inasprimento del problema immigrazione o forse riscopriremo un qualche senso di solidarietà? «Rispondo con Gramsci, l'ottimismo della volontà, il pessimismo della ragione. Occorre una presa di coscienza, i responsabili di questa situazione non sono gli "ultimi". Questa crisi rischia di scatenare una guerra fra poveri. Come la portiera napoletana del mio romanzo che invece di guardare in faccia la realtà se la prende con i rifugiati».