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Perché a Paloma piace Renée

Autore: Benedetta Marietti
Testata: D / La Repubblica delle Donne
Data: 22 settembre 2007

ANTICIPAZIONE

L’insolita amicizia tra una bambina ricca e una portinaia stravagante. L’eleganza del riccio, nuovo caso francese di Muriel Barbery, una storia ironica e leggera sulla ricerca della bellezza. È quella di Paloma, ricca, geniale 12enne con aspirazioni suicide, e della portinaia Renée, 54 anni, ironica, coltissima autodidatta, che abitano a Parigi.

Dopo il fenomeno Jonathan Littell, la Francia ha consacrato L’Eleganza del riccio (edizioni e/o) di Muriel Barbery come caso editoriale dell’anno, con 500mila copie stampate, vari premi e diritti cinematografici già venduti.

Mi chiamo Renée e ho cinquantaquattro anni. Da ventisette sono la portinaia al numero 7 di rue de Grenelle, un bel palazzo privato con cortile e giardino interni, suddiviso in otto appartamenti di gran lusso, tutti abitati, tutti enormi. Sono vedova, bassa, brutta, grassottella, ho i calli ai piedi e, se penso a certe mattine autolesionistiche, l’alito di un mammut. Non ho studiato, sono sempre stata povera, discreta e insignificante. Vivo sola con il mio gatto, un micione pigro che, come unica particolarità degna di nota, quando si indispettisce ha le zampe puzzolenti. Né lui né io facciamo molti sforzi per integrarci nella cerchia dei nostri simili. Siccome, pur essendo sempre molto educata, raramente sono gentile, non mi amano. Tuttavia mi tollerano, perché corrispondo fedelmente al paradigma della portinaia forgiato dal comune sentire. Di conseguenza, rappresento uno dei molteplici ingranaggi che permettono il funzionamento di quella grande illusione universale secondo cui la vita ha un senso facile da decifrare. E se da qualche parte sta scritto che le portinaie sono vecchie, brutte e bisbetiche, così, sullo stesso firmamento imbecille, è solennemente inciso a lettere di fuoco che le suddette portinaie hanno gattoni accidiosi che sonnecchiano tutto il giorno su cuscini rivestiti di federe fatte all’uncinetto. In proposito si aggiunga che le portinaie guardano ininterrottamente la televisione mentre i loro gatti grassi sonnecchiano, e che l’atrio del palazzo deve olezzare di bollito, di zuppa di cavolo o di cassoulet fatto in casa. Io ho l’inaudita fortuna di fare la portinaia in una residenza di gran classe. Dover cucinare quei piatti ignobili mi sembrava così umiliante che l’intervento di monsieur de Broglie, il consigliere di Stato del primo piano, intervento che lui deve aver descritto alla moglie come cortese ma fermo, fatto allo scopo di eliminare la convivenza quotidiana con quei miasmi plebei, fu per me un immenso sollievo che tuttavia dissimulai come meglio potei. Sono passati ventisette anni. Da allora, ogni giorno, vado dal macellaio a comprare una fetta di prosciutto o di fegato di vitello, che infilo nella mia sporta a rete tra il pacchetto di pasta e il mazzo di carote. Esibisco compiacente queste vettovaglie da povera, impreziosite dalla pregevole caratteristica di non emettere cattivi odori, perché io sono povera in una casa di ricchi. In questo modo alimento congiuntamente lo stereotipo comune, e anche il mio gatto, Lev, che ingrassa solo grazie ai pasti in teoria a me destinati e si rimpinza di insaccati e maccheroni al burro, mentre io posso appagare le mie inclinazioni culinarie senza perturbazioni olfattive e senza che nessuno sospetti niente. Più ardua fu la faccenda della televisione. Eppure quando mio marito era ancora in vita, mi ci ero abituata, perché la costanza con cui lui la guardava me ne risparmiava l’incombenza. Nell’atrio del palazzo giungevano i rumori dell’aggeggio, e questo bastava a rendere eterno il gioco delle gerarchie sociali, per mantenere le cui apparenze, in seguito alla morte di Lucien, dovetti scervellarmi ben bene. Se da vivo, infatti, mi sollevava dall’iniquo obbligo, da morto mi privava della sua incultura, baluardo indispensabile contro il sospetto altrui. Trovai la soluzione grazie a un non-pulsante. Un campanello collegato a un meccanismo a infrarossi ormai mi avverte dell’andirivieni nell’atrio, sollevando tutti quelli che passano dall’obbligo di suonare un qualche pulsante affinché io, anche da lontano, possa sapere della loro presenza. In queste occasioni, difatti, me ne sto nella stanza in fondo, quella in cui trascorro i momenti più sereni del tempo libero e in cui, protetta dai rumori e dagli odori che la mia condizione mi impone, posso vivere a mio piacimento senza essere privata delle informazioni vitali per ogni sentinella che si rispetti: chi entra, chi esce, con chi e a che ora. Così, mentre attraversano l’atrio, i condomini sentono quei suoni soffusi che segnalano la presenza di una televisione accesa, e, non brillando certo per fantasia, si figurano la portinaia stravaccata davanti all’apparecchio. Io, rintanata nel mio antro, non sento niente, ma so quando passa qualcuno. Quindi, nella stanza accanto, nascosta dietro la mussola bianca, attraverso un occhio di bue situato di fronte alle scale, mi informo con discrezione dell’identità di chi passa. La comparsa delle videocassette, e poi, più tardi, del dio dvd, ha cambiato le cose ancora più radicalmente a favore della mia felicità. Siccome non è molto frequente che una portinaia vada in estasi davanti a Morte a Venezia, e che dalla sua guardiola escano le note di Mahler, ho attinto dai risparmi coniugali, così faticosamente messi da parte, e ho acquistato un altro apparecchio, che ho sistemato nel mio nascondiglio. Mentre la televisione della guardiola, garante della mia clandestinità, bercia sciocchezze per teste di rapa senza che sia costretta a sentirla, con le lacrime agli occhi, gioisco dei miracoli dell’Arte […].

Ecco la presentazione di Paloma (ndr):

La mia famiglia frequenta tutte persone che hanno seguito lo stesso percorso: una gioventù passata a cercare di mettere a frutto la propria intelligenza, a spremere come un limone i propri studi e ad assicurarsi una posizione al vertice, e poi tutta una vita a chiedersi sbalorditi perché tali speranze siano sfociate in un’esistenza così vana. La gente crede di inseguire le stelle e finisce come un pesce rosso in una boccia. Mi chiedo se non sarebbe più semplice insegnare fin da subito ai bambini che la vita è assurda. Questo toglierebbe all’infanzia alcuni momenti felici, ma farebbe guadagnare un bel po’ di tempo all’adulto? Senza contare che si eviterebbe almeno un trauma, quello della boccia. Io ho 12 anni, abito al numero 7 di rue de Grenelle in un appartamento da ricchi. I miei genitori sono ricchi, la mia famiglia è ricca, di conseguenza mia sorella e io siamo virtualmente ricche. Mio padre è un deputato con un passato da ministro, e finirà senz’altro presidente della Camera a svuotare la cantina dell’Hotel de Lassay, la sua futura residenza. Mia madre… Beh, mia madre non è proprio una cima, però è istruita. Ha un dottorato in lettere. Scrive gli inviti a cena senza errori e non la smette di scocciare con i suoi riferimenti letterari (“Colombe, non fare la Guermantes”, “Tesoro, sei proprio come la Sanseverina di Stendhal). Nonostante ciò, nonostante tutta questa fortuna e tutta questa ricchezza, da molto tempo so che la meta finale di tutto questo è la boccia dei pesci. Come faccio a saperlo? Si dà il caso che io sia molto intelligente. Di un’intelligenza addirittura eccezionale. Già rispetto ai ragazzi della mia età c’è un abisso. Siccome però non mi va di farmi notare, e siccome nelle famiglie, dove l’intelligenza è un valore supremo, una bambina superdotata non avrebbe mai pace, a scuola cerco di ridurre le mie prestazioni, ma anche facendo così sono sempre la prima della classe. Verrebbe da pensare che sia facile simulare un’intelligenza media quando, a 12 anni come me, si è allo stesso livello di una normalista. Beh, niente affatto! Bisogna darsi da fare per sembrare più stupidi. Però per certi versi questo mi permette di non annoiarmi a morte: tutto il tempo che non mi serve per imparare e capire lo passo a imitare lo stile, le risposte, i procedimenti, le ansie e le sviste dei bravi alunni ordinari. Leggo tutto quello che scrive Constance Baret, la seconda della classe, in matematica, francese e storia, e così imparo come devo fare: il francese è una sfilza di parole coerenti e senza errori d’ortografia, la matematica è una riproduzione meccanica di operazioni prive di significato e la storia è una successione di fatti uniti da connettori logici. Anche paragonata agli adulti sono molto più furba della maggior parte di loro. È così. Non ne vado particolarmente fiera, perché non è merito mio. Ma una cosa è certa, nella boccia non ci vado. È una decisione ben ponderata. Anche per una persona come me, così intelligente, così portata per lo studio, così diversa dagli altri e così superiore ai più, la vita è già perfettamente prestabilita, e viene quasi da piangere: a quanto pare nessuno ha pensato che, se l’esistenza è assurda, una brillante riuscita non vale più di un fallimento. È solo più piacevole.

(A cura di Benedetta Marietti - Traduzione dal francese di Emanuelle Caillat e Cinzia Poli)