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Muriel Barbery - L'elogio della leggerezza

Testata: La Repubblica.it
Data: 11 settembre 2009

Del successo inaspettato del suo L’eleganza del riccio, che con modestia definisce “un romanzo medio”, sostiene che non ha alcun lato negativo, ma solo la consistenza dei sogni che si avverano. Della sua carriera letteraria, con la stessa ritrosia, crede che non faccia di lei “una vera scrittrice”, anche se, aggiunge, “di scrittori ne sto conoscendo molti, e sono talmente diversi per temperamento e obiettivi che non saprei dire quale sia il quid del vero scrittore”. La francese Muriel Barbery, acclamata autrice del fortunatissimo ‘Riccio’, nonché di un primo romanzo edito in Italia sempre dalle edizioni e/o, Estasi Culinarie, è una signora con l’aria da ragazzina, gli occhi che brillano, la voce argentina, gentilissima e sorridente. Eppure, più la si incalza con le domande di un’intervista che ha voluto collettiva, la prima di questa terza giornata del festival, più la si scopre curiosamente enigmatica, a tratti fieramente ritrosa, non meno dell’amatissima portinaia, colta e scorbutica, che dalla sua guardiola domina l’intreccio dell’Eleganza del riccio. Ambientato in un ricco condominio di Parigi, il romanzo è “la storia dell’incontro tra due solitudini”: quella della concierge, madame Michel, una vedova di 54 anni povera, insignificante e, per ammissione della sua creatrice “con l’alito che puzza”, in segreto coltissima divoratrice di romanzi e saggi filosofici, e quella dell’adolescente Paloma, figlia di un ministro della Repubblica, cresciuta in una famiglia radical chic in cui si fa a gara per essere brillanti, la quale ha deciso di suicidarsi e cerca invano una ragione per cui valga la pena soprassedere. Poco interessata alla verosimiglianza, anzi convinta che ciò che dà vita, che fa funzionare un romanzo sia “la sensazione che genera, ovvero che ciò che racconta non è verosimile ma vero, in qualche modo, magicamente giusto”, Barbery dice di non aver mai conosciuto una portiera come madame Michel, ma di non dubitare che possa esistere, poiché spesso comprensione del mondo e cultura canonica non si corrispondono affatto. Stampato in Francia in una prima edizione di 4000 esemplari (“inizialmente io e mio marito speravamo solo che quelle copie fossero vendute, per me sarebbe stato già un gran risultato”) il libro è andato poi incontro a un’enorme popolarità che la sua autrice non vuole e non sa spiegare totalmente. Anche se ammette di aver toccato una corda sensibile, quella della solitudine e degli stereotipi che – un po’ prigione, un po’ forma di difesa - ci imprigionano nel nostro ruolo sociale. “Molte persone mi scrivono, è vero, per dirmi che hanno amato il libro. E tra le motivazioni che ricorrono di più c’è il fatto di aver sentito, come madame Michel, Paloma o tutti gli abitanti del condominio di rue de Grenelle numero 7, di aver indossato una maschera in società per moltissimi anni. E’ chiaro, la commedia sociale ci fa soffrire. Ma io non sono abbastanza saggia per dirvi se si possa vivere facendone a meno, liberandosi totalmente dello stereotipo”. A chi le chiede se, nonostante le debite differenze, ci sia qualcosa in lei di quella portiera solitaria, che si è sentita invisibile al mondo fin dall’infanzia, la scrittrice replica che non ama le domande che hanno a che fare con la sua vita personale, e che rispondere a questo sarebbe già svelare troppo. Eppure, c’è una cosa in cui madame Michel le somiglia: ha i suoi stessi, onnivori, gusti culturali. Ama i romanzi russi ma anche la fantascienza, e adora il romanzo filosofico del XVIII secolo. ”La cifra che i grandi autori del nostro Settecento, spesso aristocratici, hanno impresso alla cultura francese è una inconfondibile nonchalance nell’affrontare le questioni del mondo, unita a una sorta di gioia per le cose, di gusto per i piaceri della vita. Da questo alla frivolezza, lo so, il passo è breve. Ma amo questa leggerezza, questa capacità di affrontare la vita con ironia nonostante la sofferenza”. E’ questa la piccola guardiola mentale di madame Barbery, che ha scelto di vivere a Kyoto, in Giappone, stregata dall’eleganza del luogo, che sta scrivendo un terzo romanzo ma non ne vuol parlare, che resta guardinga sulla sua vita privata: la leggerezza come scudo, difesa, protezione contro l’ignoto. Come corazza di aculei contro le ferite del cuore.