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V. Di Grado, Settanta acrilico trenta lana

Autore: Edith Cristofaro
Testata: Martelive.it
Data: 27 gennaio 2011

Opera prima  di Viola Di Grado, ventitreenne di buone speranze letterarie, un po’ anarchica dark alla Nothomb, un po’ furastica e provocante alla Elena Ferrante, Settanta acrilico trenta lana, edizione e/o, è un romanzo forte, che colpisce duro, che racconta il mondo dalla bellezza straziata di Camelia, la protagonista, senza perdere neanche un istante di poetico abbandono.
Camelia vive con la madre a Leeds, in una casa assediata dalla muffa e dal dolore, in una città abbandonata a se stessa dove l’inverno sembra non finire mai e diviene inverno per le anime abbandonate dalla speranza.
Traduce manuali di istruzione per lavatrici (dall’italiano all’inglese), mentre la madre fotografa ossessivamente buchi di ogni genere. Entrambe segnate dal trauma della morte del, rispettivamente, padre e marito, finito in una buca gigantesca con l’auto insieme alla sua amante, comunicano attraverso un alfabeto fatto solo di sguardi, in cui le parole hanno perso senso e il tempo ha perso dignità.
Camelia risorge da questa apatia scoprendo per caso, dentro un cassonetto, dei vestiti deformi che le faranno conoscere Wen, ragazzo cinese che gestisce un negozio di vestiti, che le insegnerà la sua lingua. E tra ideogrammi veri e possibili chiavi ideogrammatiche inventate, si aprirà per Camelia un varco di bellezza che folgorerà l’apatia, il dolore, lasciandola sola davanti all’amore.
Ma l’amore difficilmente è la soluzione di una vita sconquassata dagli eventi: ce lo dimostrerà Camelia rifiutata da Wen, che si lascerà andare col fratello di lui, Jimmi, ma anche la madre Livia, che per amore troverà una nuova via d’uscita, ma in una strada senza.

Un romanzo oltre, che racconta dolore e amore, rispetto e dedizione, toccando i lati più oscuri che si celano nelle persone, e li lascia uscire allo scoperto in una roulette russa dove chi vince ha già perso se stesso in un dedalo di tentazioni di resurrezione.
Un romanzo d’amore che uccide l’amore, un romanzo di dolore che sfianca e incalza, di una liberazione che diviene autolesionismo e bulimia psicologica di parole non dette e vomitate, bisognose però di vivere.
Il nuovo tipo di scrittura che ci presenta la Di Grado è potente, dolce, provocatoria anche, sensuale soprattutto, ci incanta nelle parole e negli sguardi che divengono parole e ci inabissa in un buco senza fine, in cui si perdono dignità, rispetto e possibilità di riscatto, mentre gli ideogrammi cinesi divengono immagini e concetti di vita persa, ritrovata, persa di nuovo. Una scrittrice capace di tenere il lettore infilato nella cruna dell’ago della sua storia, senza mollarlo un attimo, lasciandolo sulle spine, in preda alla speranza di un esito qualunque, ma sempre con un pizzico di amaro in bocca che non guasta e rende più appetibile e scioccante il finale.

Che tu mi veda o no io sono quella lì con i capelli neri e il naso prendi tre paghi uno. Quella lì che è già notte, ed è già fine, anche se tu volevi una storia in cui tutto è del suono giusto e del colore giusto, e le farfalle volano, e le persone parlano e amano e parlano e amano.
Tu te la puoi permettere una storia di quel tipo. Tu te la puoi scopare tutta la notte e poi fartene un’altra, e poi un’altra ancora, fino a riempirti la vita di farfalle che volano e ricordi che restano. Di storie come quella lì. Sai che ti dico? Usala come straccio del bagno, quella storia, o che ne so, foderaci la gabbia del criceto. Insomma, basta che te la levi davanti, qui a Leeds non ti serve, e i ragazzini di Christopher Road te la ucciderebbero per strada”. Amen…