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Rossi simboli di vite inquiete

Autore: Giovanni Pacchiano
Testata: Il Sole - 24 Ore
Data: 6 febbraio 2011

È un libro fatto di segni del destino il notevolissimo romanzo d'esordio di Viola Di Grado, Settanta acrilico trenta lana. In quest'inizio d'anno, mentre gli editori puntano molto sugli esordienti, ingolositi dai grandi slam di Giordano e della A vallone, lei, i romanzi dei suoi concorrenti, li eclissa. Se c'è giustizia al mondo, farà piazza pulita ai premi. L'autrice, ci informa una <<Nota>> finale, ha 23 anni, si è laureata in lingue orientali e ora studia a Londra. Ha solo 23 anni, ma possiede la sapienza senza tempo dei grandi artisti. Ha scritto un romanzo così poco "italiano", lontano anni luce dalle tendenze della nostra narrativa giovane: niente storie di formazione, niente provincia e colore locale, niente calligrafismo o finta disinvoltura. E le pagine finali, benché drammatiche, sono ben distanti dallo splattero dal sensazionalismo. I suoi climi sono diversi, ma non solo perché la trama è ambientata a Leeds, in Inghilterra. Leeds, dove «tutto ciò che non è inverno è una band di apertura che si sgola due minuti e poi muore>>. Circola, invece, l'aura del cinema orientale: la solitudine e il silenzio dei personaggi di Wong Karwai, l'erotismo spietato e insieme onirico del Kumakiri Kazuyoshi di Antenna (2003). Assieme ad altri echi: l'ampio uso metaforico che è delle poesie di Dylan Thomas, la ruvidezza delle visioni di città del free cinema inglese, la realtà-incubo di David Lynch. La storia è quella di Camelia, una ragazza italiana che si è trasferita a Leeds con i genitori e studia all'università. n padre è stato assunto da un giornale, la madre, una bellissima donna, suona il flauto. Vivono in una «triste casa cadente di Christopher Road, a due passi dalla chiesa col cimitero abbandonato », una di quelle dimore tutte uguali di mattoni rossi, con i loro tre piani «Stretti e ubriachi di umido», non perché siano poveri, ma perché il padre ama le cose dimesse, che lo fanno sentire meno borghese. Un giorno, entra nella famiglia il lutto: in macchina con una sua collega e amante, il papà finisce in un fosso e muore. La ragazza lascia l'università e si rinchiude in una stretta vita a due con la madre, che, travolta dallo choc, smette gradualmente di parlare. Comunicheranno solo con gli sguardi. Madre e figlia gestiscono ossessivamente le loro stramberie: la mamma, Livia, completamente dimentica della cura della propria persona (lei sempre così elegante), passa il tempo a fotografare buchi, lo scarico della doccia, i buchi inflitti alle tende di casa. Per parte sua, Camelia raccoglie i vestiti nuovi difettosi che qualcuno deposita regolarmente in un cassonetto, talvolta ulteriormente deformandoli, prima di indossar li, con bizzarre variazioni. Si concia, insomma. Ma parrebbe arrivarle la salvezza dall'incontro casuale con W en, un giovane cinese, proprietario di un negozio di abiti: gli stessi del cassonetto. Lui la persuade a riprendere, sotto la sua guida, lo studio degli ideogrammi, che sveleranno alla ragazza, illusa dalle prime apparenze dell'amore, un mondo misterioso e segreto. Ma anche W en, e il fratello maggiore Jimmy, il sarto storpiatore di vestiti, nascondono un segreto ... E la mamma, anche la mamma ha in serbo molte sorprese ... Fortemente esistenziale, e insieme altrettanto fortemente simbolica, la trama è costruita, dicevamo, sui segnali oscuri di un destino lesto a squinternare ogni desiderio o progetto. Il colore dominante del libro è non a caso il rosso: una porta rossa, che sembra preludere, forse minacciosa, a un altro mondo, nel negozio cinese; i capelli rossi dell'amante del padre di Camelia; il rosso di una macchia di salsa e quello del sangue. L'ossessione dei buchi: cosa c'è al di là? E il potente metaforico linguaggio "fisico", corporeo, che restituisce forza originaria alla parola, ma, nell'oltranza della crudezza, rimanda anche al suo contrario: l'angoscia del vuoto, l'indistinto pre-verbale dietro la porta, che ne nega la vista. La «grossa vagina di terra sporca» che ha risucchiato l'auto del padre. La «bocca aperta della notte, il suo lento cariare la città». «L'urgenza carnosa delle vene sui piedi» della mamma. Il viso di Camelia allo specchio: <<scavato con le pale dei becchini». La città, «neo purulento di un corpo immenso e abbagliante». È ben vero, la vita «non è che un'ombra che cammina», ha detto qualcuno molto tempo fa.