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ISOLA PROMESSA Un’autrice di Mauritius racconta i migranti dell'800. E sembra ieri

Autore: Lara Crinò
Testata: D / La Repubblica delle Donne
Data: 30 settembre 2006

Il nero dell’Oceano, un mostro che inghiotte la vita di chi vi si avventura. L’arancio e il blu dei sari. Il verde delle campagne dell’India, abbandonate per sempre. È un romanzo di colori, Le rocce di poudre d’or, esordio della mauriziana Nathacha Appanah, pubblicato in Francia da Gallimard e tradotto in Italia da e/o dopo Blue Bay Palace. Una storia di odori, sensazioni, e di un dolore assoluto ma pieno di pudore. Quello degli indiani che a fine ’800 accettarono, spinti dal governo britannico, di salpare per l’isola Mauritius, dove si coltivava la canna da zucchero; scoprendo che non li attendeva la terra promessa, ma una vita di soprusi come quella che avevano lasciato. Appanah ricostruisce senza sentimentalismi una pagina oscura della colonizzazione e mostra, a un secolo di distanza, come l’epopea dell’emigrazione non sia mutata.

Lei è nata a Mauritius da una famiglia di origine indiana. Il libro è una memoria familiare?

Nella mia famiglia restano dell’India gesti quotidiani e tradizioni religiose. Ma quel che i miei familiari mi hanno raccontato sull’emigrazione non è la “nostra” storia; è piuttosto un’epica collettiva degli indiani di Mauritius. Solo un episodio è davvero nostro: quello del fratellino perduto di mio nonno, smarrito durante lo sbarco. Immaginavamo che fosse cresciuto in qualche altra piantagione e fosse ormai un uomo anziano. È l’unica storia degli Appanah nel romanzo.

Essere immersa in questa “memoria collettiva” le provoca rimpianti?

Mi spiace che la mia famiglia non abbia una memoria propria. Sogno un albero genealogico con nomi, nascite e decessi dei miei avi, ma so che quei ricordi sono perduti per sempre. I miei antenati erano analfabeti, a malapena sapevano di aver traversato il kala pani, l’Oceano. Fu mio nonno a sbarcare, bambino, sull’isola. Ora ha 95 anni. Quando morirà un po’ della nostra India morirà con lui.

Sembra soprattutto una storia di schiavitù. Ma lei mostra che per alcuni fu una scelta di libertà...

È vero che per molti indiani l’isola si rivelò un inferno, e questo non si può dimenticare. Però, anche se i discendenti faticano a crederlo, per alcuni fu una liberazione: dal sistema delle caste, da un destino già segnato.

Raccontando l’emigrazione affronta una questione oggi centrale.

Quando un politico dice di aver trovato una soluzione al problema, mi viene da ridere. Da sempre la gente si sposta in cerca di una vita migliore e continuerà a farlo. Lo fecero i miei antenati, l’ho fatto io andando a vivere in Francia. Non possiamo fermare chi dall’Asia e dall’Africa cerca fortuna in Europa. Ma le dirò come vivo la mia condizione di immigrata: accettando diritti e doveri del mio Paese d’adozione. E sapendo che a creare dolore è l’illusione di poter essere qui e altrove. Bisogna sapere che partendo rinunciamo a ciò che avevamo a casa. Il personaggio femminile più forte è Ganga, giovane vedova che preferisce imbarcarsi che morire sul rogo del marito. Un simbolo? Forse Ganga sono io. No, sto scherzando. Credo che in effetti sia un simbolo: una donna capace di rischiare tutto per fuggire a un destino imposto.