Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

Consigli per gli acquisti

Testata: Le acciughe fanno il pallone
Data: 7 febbraio 2011

Ricordate il fenomeno della Signora della porta accanto? Ne ho parlato qualche post fa. Per gli smemorati, o per i pigri che non intendono leggerlo, chiarisco le idee. Si designa, nel dizionario Carush, come Signora della porta accanto quel fenomeno per il quale tutti pensano di saper fare tutto ed essere tutto e tutti, e disgraziatamente lo fanno. Sintesi della prima puntata.

Ora: bisogna essere anche ottimisti nella vita. Cavolo! E se la Signora della porta accanto fosse veramente Fanny Ardant?

La Signora della porta accanto della quale vi parlo oggi è più che altro una Signorina della porta accanto, perchè ha solo 23anni. Ed ha già pubblicato un romanzo, del quale si parla da Trieste in giù, per tutto lo stivale. Ha la gravitas del padre, fervente Lector Fedoris e noto luminare garibaldino, e la creatività della madre STA (giornalista, stilista, artista..).
È Viola Di Grado. E il suo libro è Settanta acrilico trenta lana.

Non so voi, ma io non mi fido mai delle etichette. Di tutte le etichette. Dai giudizi coi quali bolliamo le persone, alle tag sulle foto di fb, fino a quelle sui prodotti alimentari. E sui vestiti. E, vi dirò, la mancata corrispondenza tra tag e realtà non è per forza negativa. Pensate a un giudizio troppo generoso verso qualcuno. O a quando ti taggano come Catherine Zeta Jones su fb. Beh. Questo è il caso del libro in questione. Voi pensate di comprare un Settanta acrilico trenta lana. Ma vi ritrovate un Cento per cento cachemire!

La vicenda è ambientata a Leeds, una cittadina buona per abituare i malati terminali alla morte. A Cristopher Road, vive una ragazza con un nome di fiore, Camelia, che traduce istruzioni per le lavatrici. Con lei la madre, L., che fotografa i buchi che trova a casa. Sono entrambe affette da anoressia verbale, e muoiono ogni giorno dietro a un alfabeto di sguardi, in una casa che sembra anche lei morire con loro. Un lutto non elaborato. La morte del padre e marito, Stefano, che è caduto dentro a un buco, a bordo della sua auto, con amante al seguito. E da allora dentro a quel buco ci sono anche loro, Camelia e L. Prima del buco, Camelia studiava cinese e L. suonava il flauto e assomigliava a Cate Blanchett.
In questa agonia, nell'intimità della loro casa, il lettore segue le due donne mute. Segue Camelia per le strade di Leeds, come Clarissa Dalloway per le strade di Londra.

Ma poi Camelia incontra Wen, e ricomincia a studiare cinese, come prima. Prima del buco. Prima che tutti quei buchi entrassero nella sua vita. O per meglio dire prima che tutta la sua vita e quella della madre fossero inghiotte da e in quei buchi.

Dall'anoressia verbale alla bulimia sentimentale. Camelia conosce Wen. Ma poi c'è anche Jimmy. E c'è un'altra ragazza, anche lei con un nome di fiori, Lily. E poi sua madre che torna ad essere Livia, Cate Blanchett, la suonatrice di flauto che non fotografa più buchi.

Ma la forza di Settanta acrilico trenta lana è nel linguaggio, nelle parole. Nelle metafore che una dopo l'altra, la penna di Viola Di Grado vomita con la forza della lava eruttata dall'Etna.
Ne Lo spleen di Parigi, Baudelaire racconta che il poeta ha perso l'aureola. È uno dei tanti della folla, ora.
Viola è uno dei pochi poeti che ha afferrato quell'aureola, caduta nel fango, l'ha pulita e adesso la indossa. Lei non è una che scrive libri. È una scrittrice. Una che non vede le cose come le vediamo noi comuni mortali, uomini della folla. Per lei, la luce porno del tramonto può essere uno spettacolo osceno, in cui la testa rossa del sole scendeva a leccare le creste nere degli alberi.
Quello che fa la differenza tra chi scrive i libri e chi invece è uno scrittore è proprio questo. La luce di un tramonto. Non la substantia. Non il che cosa. Ma la forma, il come.