Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

Settanta acrilico trenta lana,Viola Di Grado, edizioni e/o, 2011

Autore: Marilù Oliva
Testata: Carmilla On Line
Data: 12 febbraio 2011

Altra esordiente interessante è la ventitreenne Viola Di Grado, nata a Catania, laureata in lingue orientali. Il suo romanzo ha un titolo di tessuto e viene ricamato con la maestria di un autore rodato: la giovane Camelia vive a Leeds, una città del Regno Unito, capoluogo dell’omonimo distretto metropolitano ubicato nella regione dello Yorkshire e Humber. Qui regna un inverno in grado di spodestare anche i primi timidi accenni di primavera e qui la stagione del meteo si sovrappone a quella metaforica che gela Livia, madre di Camelia, e, di riflesso, anche Camelia stessa, protagonista e voce narrante del romanzo. Un improvviso lutto in famiglia stravolge la scansione temporale e la comunicazione verso l’interno e verso il mondo esterno: è proprio la comunicazione – o la sua distorsione – il filo conduttore di queste incredibili pagine in cui le parole smarriscono la loro via d’uscita dalla bocca per ritrovarla negli occhi. Camelia e la madre si parlano e si sgridano con un alfabeto fatto di sguardi ma, per contrasto, la ragazza sopravvive aggrappandosi disperatamente proprio all’universo dei lessemi. E lo fa in vari modi: col suo lavoro di traduttrice, o giocando con le singole lettere o incaponendosi d’imparare – e ci riuscirà – gli ideogrammi cinesi. Proprio la nuova lingua, complicata, fatta di ideogrammi e di chiavi interpretative, sarà galeotto di un amore per nulla scontato.
Oltre alla comunicazione verbale, l’alterazione contamina anche le altre dimensioni: i vestiti non sono cuciti ma tagliati, i cibi non vengono mangiati ma vomitati, il genitore non si occupa del figlio ma viceversa, l’amore si traveste da insegnamento e la fisicità si corona solo attraverso un desiderio obliquo.
Il romanzo scorre intenso, polposo, ciò che stupisce è la padronanza stilistica di Viola Di Grado. La sua è una lingua fatta di immagini, sensazioni, evocazioni, una lingua che, come recita la seconda di copertina, riesce a mantenere intatta la forza poetica senza rinunciare alla storia.
E chiudendo coi i luoghi, ecco un assaggio della fredda città dove vive Camelia, la città dove l’inverno è cominciato da così tanto tempo che nessuno è abbastanza vecchio da aver visto cose c’era prima: «Leeds è come quei padroni che sventolano sadicamente un pezzo di carne davanti al cane e poi se lo mangiano, quando esci vedi quel sole appeso al cielo e diventi più felice. Pensi “Forse la neve finirà”, chiudi gli occhi per sentirli scaldare, invece il sole se n’è già andato, lasciando il cielo opaco e bianchiccio come una coscia di pollo».