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“Scontro di civiltà per un ascensore in piazza Vittorio” - Amara Lakhous racconta la quotidianità degli immigrati

Autore: Khaled Fouad Allam
Testata: La Repubblica
Data: 11 maggio 2006

Il saggio di Samuel Huntington The clash of civilizations, tradotto e pubblicato in quasi tutto il mondo, ha dato nascita all’oggetto planetario delle nostre angosce: lo scontro di civiltà. Un pensiero fisso si è infiltrato nei nostri sguardi facendo sì che non guardiamo più il mondo nello stesso modo. Da esso ha preso il via tutta una letteratura politica, storica, sociologica, geopolitica che ha invaso le librerie, i giornali, le televisioni, in cui sembra che il mondo intero sia diventato un’enorme palestra per allenarsi all’ultimo scontro.

Raramente però cerchiamo di capire come vivono gli immigrati, protagonisti loro malgrado dello “scontro”, come si misurano quotidianamente con quell’idea di guerra tra le culture, con quella percezione del mondo. Ci è voluto un romanzo – Scontro di civiltà per un ascensore in piazza Vittorio - di Amara Lakhous, giovane e brillante scrittore algerino che vive in Italia da oltre dieci anni, fuggito dall’orrore della guerra fondamentalista - scritto dapprima in arabo e pubblicato in Algeria, poi tradotto in italiano dall’autore stesso e ora pubblicato da e/o (pagg 192, euro 12), per mostrare il carattere grottesco e tragico di uno scontro planetario tra civiltà.

Il racconto si svolge in uno dei quartieri più centrali e tipici di Roma, quello di piazza Vittorio, luogo esemplare di una contaminazione che non è solo idea astratta ma vita quotidiana di un piccolo popolo: quel nuovo popolo di Roma fatto di venditori ambulanti marocchini, pizzaioli egiziani, intellettuali iraniani, badanti peruviane e filippine, operai albanesi.

Tutto si svolge tra piazza Vittorio, un palazzo e un ascensore; c’è la custode del palazzo, la gente che entra e che esce, l’ascensore che va su e giù, tracciando pezzi di vita, situazioni rocambolesche e un intrigo poliziesco. L’ ascensore è metafora di un’andata e ritorno, figura dell’immigrato la cui vita spesso è aggrappata a un pezzo di carta: il permesso di soggiorno. Ci sono i poliziotti che confondono il nome con il cognome e viceversa, e la paura di un errore, che farebbe rischiare all’immigrato di venire un giorno confuso con un criminale. Ogni personaggio approda alla vita romana portando con sé il peso del proprio passato: è così per l’olandese, per l’iraniano, per l’algerino, per la filippina e la peruviana. In una delle più belle pagine del romanzo quest’ultima riflette:

“Vorrei essere tranquilla ma non ho nemmeno i documenti. Sono come una barca con le vele distrutte, sottomessa alla volontà delle rocce e delle onde. Se avessi il permesso di soggiorno non permetterei alla portiera napoletana di prendermi in giro e di offendermi. Mi chiama sempre la Filippina. Le ho ripetuto più volte: “Io non vengo dalle Filippine ma dal Perù… Perché mi disprezzi? Ti ho forse mancato di rispetto senza accorgermene”.

L’ascensore rappresenta anche un’altra metafora: andare su e giù significa passare da una riva all’altra, dunque tradurre. L’extracomunitario è innanzitutto un traduttore, per lui la traduzione è scelta ma anche obbligo: è un’esperienza che l’autore stesso ha fatto, contaminando la sua lingua e l’italiano, la lingua tradotta. La traduzione non può limitarsi a far passare al meglio il messaggio da una lingua all’altra; questo romanzo rappresenta una riflessione sulla traduzione, sulla conversione da una lingua all’altra.

Il libro è anche uno sguardo sull’Italia di oggi, un’Italia del tutto diversa da quella di vent’anni fa, un’Italia una e multipla, che vuole cambiare ma ha paura del cambiamento. Nel racconto c’è l’iraniano Parvis, che si è cucito la bocca perché non vuole più parlare; c’è il giovane regista olandese, innamorato del cinema neorealista, che cerca tra gli immigrati un’Italia che non c’è più. C’è tutto un mondo che ribolle: storie di vite sempre sottosopra, di percorsi, sogni, incubi ricorrenti.

Nelle ultime pagine del libro affiorano i ricordi: con una serie di flash successivi uno dei personaggi rivive la propria nascita e il proprio matrimonio, i cui riti sono accomunati dalla presenza del sangue. Riflettendo sulla descrizione di quell’incubo, ho ripensato alla tesi dell’antropologa Germaine Tillon, che la differenza fra i sessi nelle società tradizionali si impernia sul fatto che la donna perde il proprio sangue durante il ciclo mestruale, l’uomo lo perde quando va in guerra. Il sangue è simbolo della creazione e al contempo della distruzione, dell’inizio e della fine di ogni cosa.

La traduzione ristabilisce l’ordine, impedisce la distruzione.