Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

"Settanta acrilico trenta lana" di Viola Di Grado

Autore: Donatella Migliaccio
Testata: Donatella Migliaccio
Data: 3 maggio 2011

Questo libro è uno dei dodici finalisti al premio Strega 2011. Mi si potrebbe obiettare che ormai il premio vale più per le polemiche che lo circondano  che per altro. Sta di fatto che essere tra i finalisti con un’ opera prima a ventitré anni, è un bel colpo.
Camelia vive con la madre dopo che il padre è morto in circostanze che sarebbe stato per le due donne meglio non conoscere. Dopo questa morte tutto sarà peggio di prima. Leeds, dove vivono diviene più grigia e triste. Un luogo dove il tempo si è fermato e se come in effetti è, non s’è fermato, non vale più contare i giorni che avanzano. La madre di Camelia dopo la morte del padre lascia che i giorni scorrino via, lascia che il dolore la corroda e l’unica cosa che riesce a fare è fotografare buchi. Che non fanno altro che affogarla ancora più nel suo male. Camelia garantisce la sua sopravvivenza lavandola, preparandole i pasti, adeguandosi al suo linguaggio. Lei invece non rifiuta del tutto il mondo esterno di cui ha bisogno per accertarsi della sua rabbia, della sua solitudine, della sua esistenza. Vaga nel mondo che la circonda e che se anche è Leeds è mondo, dove altri con lei vivono e le riconsegnano il passare dei giorni: addirittura la primavera. A questa sua primavera si aggancerà silenziosamente quella della madre che la riporterà ad un tetro inverno.
Il tutto scritto con una rabbia strisciante, da sconfitto che cerca redenzione e che quando non la trova ti getta in faccia tutto l’impegno che ci ha messo. Non si può poi restare indifferenti alla sensuale dolcezza non ricambiata di Camelia, non si può non apprezzare la bravura con cui Viola Di Grado riesce nonostante la cifra stilistica aggressiva a raccontare in modo discreto la relazione di Camelia con Jimmy.  La sorpresa e la bellezza di questo libro è dovuto anche ad una ricerca lessicale mai banale, estremamente moderna, rappresentata da immagini talmente lipide e taglienti che coinvolgo immediatamente il lettore. Nessuna parola è mai di troppo anzi, si potrebbe dire che ogni parola è stata esattamente pesata e che il lavoro finito sia stato finemente cesellato.Da rileggere magari un paio di volte per apprezzarne bene la scrittura innovativa. Io ci vedrei bene come sottofondo Le luci delle centrale elettrica.