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Il nuovo Carlotto: Rossini esiste e si racconta

Autore: Checchino Antonini
Testata: Liberazione
Data: 29 settembre 2006

Messaggio per i lettori di Massimo Carlotto: Beniamino Rossini esiste davvero. Anzi esisteva. Perché adesso è morto. Dice che aveva il cancro. Anzi tre, al fegato. Già, faceva le cose in grande Rossini. La spalla dell’Alligatore, nei cinque romanzi che vedono protagonista l’alter-ego letterario dello scrittore padovano, non era dissimile dalla sua immagine di carta. Malavitoso vecchio stile, avventuriero, fedele a un codice d’onore ormai scaduto. Sopraffatto dall’assalto della storia. L’assalto della globalizzazione che ha mutato il codice genetico della criminalità. Un tempo ospitale per crimini non socialmente pericolosi, almeno non odiosi. Oggi collusa interamente con l’economia al punto che discriminare il legale dall’illegale è come separare la carne dal veleno nei bocconi per i sorci. Le mafie campano, ossia prosperano, col lavoro nero, lo smaltimento di rifiuti tossici e con tutti i traffici sponsorizzati dai proibizionismi.

Rossini Beniamino, figlio di una comunista basca dei Pirenei francesi e di un giardiniere milanese, professione contrabbandiere, non l’ha mai digerita questa rivoluzione criminale. Se lui portava illegalmente caffé e sigarette attraverso i varchi della frontiera svizzera era perché da quelle parti, nelle valli varesine, veniva considerato un mestiere e nemmeno la sezione del Pci ci metteva bocca. E poi era un lavoro che gli consentiva di camminare in montagna nella ricerca che lo accompagnerà verso La terra della mia anima.

Questo il titolo del nuovo progetto di Carlotto: un libro per la e/o (pp. 151, euro 15,00) in libreria da oggi e un recital con Ricky Gianco, voce e chitarra, Maurizio Camardi, sassofono e il piano di Paolo Vianello (vedi sul sito dell’autore il calendario dei reading). Più la voce narrante dello stesso scrittore padovano, classe ’56, scoperto da Grazia Cherchi, critica letteraria de l’Unità, cui spedì il diario delle sue vicissitudini giudiziarie. Trent’anni fa, al giovane militante di Lotta Continua Carlotto - è una sorta di riassunto delle puntate precedenti - impegnato nella controinformazione sulla commistione tra neofascismo e narcotraffico, fu cucito addosso un teorema dai carabinieri patavini. L’accusa: omicidio. Seguirono carceri, fughe, processi e campagne internazionali per la sua scarcerazione. Fino alla grazia presidenziale che mette la parola fine alla vicenda e dà il via alla sua irrefrenabile voglia di scrivere, di continuare, col noir mediterraneo, a fare controinformazione.

Carlotto e Rossini si conoscono in galera. Proprio come Marco Buratti, alias l’Alligatore, detective abusivo, e il Rossini di carta, osservatore partecipante dell’epopea finale dei contrabbandieri, della loro trasmigrazione dalle montagne al mare. Comunque sulla linea di frontiera, l’unica possibile per avventurarsi.

È sulla frontiera che Rossini vive amori e disamori, amicizie e passione politica. E lì che sente il mondo cambiargli sotto i piedi. Chi l’ha chiamata fine della storia ha solo cercato di negare l’accelerazione incredibile e vorticosa di certi processi che non risparmiano nulla e nessuno. E hanno fatto morti e prigionieri. Naufraghi. Poi un giorno un dottore ti dice che un cancro si sta prendendo il tuo tempo. E vuoi raccontare, perché di racconti si vive, perché vuol dire fare i conti. O magari solo lasciare una traccia. Perché non si può più scorazzare sull’Adriatico in motoscafo o sorvolare il lago di Lugano senza essere turisti o scafisti o guardie, senza prendere parte al compromesso dinamico tra mafie, padronato e governi. Perché se c’è una speranza, una che sia, passa per il racconto. O ti racconti, o sei raccontato.

Rossini in carne e ossa deposita tutto nel registratore di Carlotto che ridiventa “scrivano” come ai tempi della prigione. Si chiama così, infatti, il detenuto che aiuta gli altri nelle pratiche, nella corrispondenza. Non dev’essere facile sciorinare la vita di un amico che sta lasciando la vita. Per Carlotto, probabilmente, il libro più difficile. Un atto dovuto. Comunque riuscito visto che il lavoro incessante sulla velocità di lettura restituisce un testo da cui si alzano gli occhi solo all’ultima pagina. Scrittura asciutta, che piega verso il monologo. Punteggiata dalle canzoni di Ricky Gianco, amate dal contrabbandiere, citate per evocare un sottofondo.

Una storia vera ma assolutamente interna ai temi di fondo della produzione di Carlotto: la denuncia della globalizzazione della criminalità, la sua contaminazione con le dinamiche del liberismo. E il carcere, grande rimosso, finora, nelle storie dell’Alligatore ma che Rossini non vuole glissare e finisce che è proprio lui a raccontare un pezzo di storia dell’amico che, a sua volta sta raccogliendo la tua storia. È il carcere della stagione dell’emergenza, quando gli istituti di massima sicurezza venivano chiamati il “circuito dei camosci”, un tappeto immenso sotto cui la società si illude di nascondere quello che non vuole vedere. Un carcere ristrutturato, come le fabbriche postfordiste nella medesima stagione, per sra dicare il rischio di proteste organizzate. Che non rieduca, che si illude per un po’ per l’arrivo della legge Gozzini annegata da mafiosi e burocrazia, gli uni e gli altri per non perdere potere. Quanto di più lontano dalla terra di qualsiasi anima. E senza terra e senza anima si è pronti per l’inferno, avrebbe detto Rossini.

Il noir italiano sta dando molto e molto ancora può dire. L’Alligatore tornerà a febbraio con una storia a fumetti disegnata da Igort, maestro italiano emigrato in Francia. Il nuovo romanzo uscirà contemporaneamente di qua e di là dalle Alpi. Beniamino, naturalmente ci sarà. Anche la matita di Igort lo ha trovato somigliante a quello in carne e ossa. Bellissimo, dice Carlotto.