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Il nuovo romanzo di Massimo Carlotto "La terra della mia anima" racconta l’emblematica fine di Beniamino

Autore: Nicolò Menniti-Ippolito
Testata: Il Mattino di Padova, La Tribuna di Treviso ...
Data: 28 settembre 2006

Sarà domani in libreria La terra della mia anima (edizioni E/O, pp. 158, euro 15), il nuovo romanzo di Massimo Carlotto. Lo scrittore padovano si allontana dal Nordest e dal noir, prestando invece la sua voce ad un amico. In realtà l’amico è un personaggio della serie dell’Alligatore, Beniamino Rossini, che questa volta però esce, in qualche modo, dalla fiction per raccontare la propria storia, mentre la malattia lo conduce verso la morte.

Nella serie dell’Alligatore, Beniamino Rossini non è solo il vecchio bandito, conosciuto in carcere, che protegge ed aiuta il protagonista nelle sue indagini. È anche la rappresentazione compiuta di un sentimento forte, l’amicizia, che non ha sbrodolamenti sentimentali, di una vicinanza che non è fatta di confidenze ma di presenza spesso silenziosa, ma autentica. E questa volta Carlotto in qualche modo ricambia, prestando la sua scrittura all’amico personaggio, che vuole raccontare una storia che, per quanto personale, delinea comunque l’evoluzione della società italiana negli ultimi quarant’anni.

Beniamino Rossini è un contrabbandiere. Lo è anche dentro, perché ama i confini, perché i confini sono, appunto, «la terra della sua anima». La sua carriera comincia negli anni sessanta, facendo lo spallone tra la Lombardia e la Svizzera, portando nelle bricole gli scatoloni di sigarette. Contro la legge, ma come ancora poteva essere possibile negli anni sessanta, senza sparare, fedeli ad un codice di onore rispettato dai ladri come dalle guardie.

Ma nel contrabbando c’è anche qualcos’altro per Beniamino Rossini, non solo la necessità di trovare di che vivere nelle montagne di confine. C’è la passione per gli spazi, ma anche per l’avventura, per la sfida, per l’adrenalina che ti fa sentire vivo mentre tagli la rete, mentre attraversi il fiume, mentre trascini nel lago con un vecchio maiale da incursione della seconda guerra mondiale una piccola nidiata di scatoloni di sigarette. Ma l’Italia degli spalloni muore negli anni settanta, e allora il contrabbando si sposta sul mare, compaiono le armi da fuoco, ci si imbatte nella mafia, le vecchie regole saltano, la violenza diventa una realtà con cui non si può non fare i conti. E così per Rossini arrivano anche il carcere, dove incontra il suo autore, le rapine, lo sfilacciarsi della realtà, poi il suo recupero, fino alla scoperta della malattia ed alla necessità di ricapitolare la propria esistenza, senza indulgenze e senza pentimenti.

Massimo Carlotto presta la voce a Beniamino Rossini, ma, appunto, la presta soltanto, nel senso che rimane pur sempre la sua voce di scrittore, che in questo caso diventa ancora più asciutta, più scabra, più legata alle cose. Il guardare indietro, ad un’Italia che è stata, non è nostalgico, perché come scrittore Carlotto non riconosce nostalgia. E’ un guardare, un constatare, un vedere le cose dissolversi; ed in questo senso Beniamino Rossini è un eroe ideale, perché la vita lo ha segnato profondamente, ma lui non emette nessun lamento, non cerca scuse, non si crea alibi. Racconta come la vita in qualche modo gli è scivolata via, ma conserva anche di fronte alla morte la consapevolezza della responsabilità, una sua dignità.

Aldilà del titolo in La terra della mia anima, non c’è l’agiografia romantica del buon bandito, c’è una storia cruda: a suo modo una storia d’Italia, di come in pochi anni sia cambiata e di come abbia fatto cambiare le persone. Una vera mutazione antropologica, di cui Rossini è insieme testimone e protagonista, nei panni del ribelle, dell’inquieto cercatore di vita, che ora racconta una storia solo perché pensa che valga la pena di raccontarla.