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Charles den Tex, Amsterdam. La rete uccide

Autore: Massimo Carloni
Testata: Thriller Magazine
Data: 27 febbraio 2011

Le Edizioni e/o, che fino a qualche anno fa avevano puntato — per ciò che riguarda il noir — su nomi forti (Carlotto e Izzo su tutti) gravitanti sul bacino del Mediterraneo, da un paio di anni a questa parte, con la nuova collana “Thriller e/o” hanno pensato bene di ampliare il loro raggio di azione, pescando in territori seminesplorati come il thriller nederlandese.
Ecco allora nel 2010 il primo episodio di una trilogia (nel 2011 è uscito anche il secondo, Clonato!, in attesa forse nella prossima estate dell’ultima puntata) dedicata dal sessantenne olandese den Tex a Michael Bellicher, consulente nel campo della comunicazione: inutile dire che l’esperienza dell’autore nello stesso settore professionale del suo eroe ha giocato un ruolo determinante nella scelta.
Le premesse per rendere appetibile il romanzo a un vasto pubblico internazionale c’erano tutte: ambientazione ad Amsterdam di cui però saggiamente si centellinano i risaputi sfondi formato cartolina; una società — quella olandese ma anche europea — attraversata da rigurgiti di xenofobia, alimentati da un lato da una politica migratoria assai tollerante, dall’altro dagli apprendisti stregoni che sia in campo occidentale sia in quello musulmano soffiano sul fuoco dello scontro di civiltà; una modernissima e ipertecnologica società multinazionale di consulenza che sembra aver più potere dei suoi pur influentissimi clienti (governi, istituzioni europee, giganti dell’industria e della finanza); il tema ormai onnipresente dell’invadenza della Rete nella nostra vita di iperconnessi; e infine il classico eroe da noir che, nel bel mezzo di una vita tutto sommato serena ma grigia, si trova proiettato, a livello personale e ancor più professionale, in un inferno dal quale non sembra di essere in grado di uscire con le sue sole forze.
Buone premesse, e promesse, dicevamo. Peccato che l’autore non abbia saputo onorarle sino in fondo.
La crisi della famiglia nell’Occidente secolarizzato — soprattutto dell’Europa centro-settentrionale — non è più un tema granché originale: ma la trovata — che non vi riveliamo in quanto questo piccolo mistero è incomprensibilmente portato avanti per decine di pagine — che den Tex ha utilizzato come detonatore della crisi dell’universo privato di Bellicher sembra più uno spunto brillante da sceneggiatore seriale televisivo che un problema su cui far riflettere seriamente il lettore.
Il tema dell’uomo comune in fuga dai “cattivi” che lo vogliono far fuori rimane invece nei binari della più assoluta tradizione: inseguimenti in auto e in moto (che den Tex stesse pensando a un riduzione tv?) nel centro di Amsterdam; pestaggi da cui il nostro eroe risorge ammaccato sì, ma più determinato che mai; belle donne dal fascino un po’ ambiguo e sconosciuti — in questo caso hacker buoni che più buoni non si può — che si mettono al servizio di Bellicher, in fin dei conti sin dall’inizio ricercato per omicidio, animati dai più nobili ideali.
Ci sono poi, inevitabilmente quando si parla della Rete, sia l’ossessione del Grande Fratello che controlla i nostri movimenti sia la paranoia del Grande Complotto che ambienti conservatori reazionari — per lo più statunitensi: c’era da scommetterci! — hanno teso come una ragnatela sul mondo per sfruttare, in questo caso, l’incipiente frizione tra Occidente secolarizzato, ma nominalmente cristiano, e Oriente musulmano e integralista.
Un bel frullato di banalità, verrebbe da dire: per non parlare del finale dove la “carica dei sudafricani” (e anche qui non andiamo oltre per rispetto all’incolpevole lettore) sembra più la parodia dei “Soprano” che non l’imitazione del “Padrino”.
Prova piena di luci e ombre quindi: tanti, troppi spunti interessanti banalizzati non si sa se per attrarre il grande pubblico o per intrinseca incapacità di trarne le conseguenze narrativamente più coerenti. Noir che vuole essere innovativo, ma che finisce per esserlo solo nelle intenzioni (dell’autore) e nelle speranze (dell’editore e di qualche lettore).
Fu vera gloria? Ai sequel l’ardua sentenza…