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Amara Lakhous : «Non dobbiamo temere l’identità ma essere capaci di criticarla»

Autore: Guido Caldiron
Testata: Liberazione
Data: 13 ottobre 2010

«Il mio lavoro si situa in un ideale punto d’incontro: scrivendo cerco di arabizzare l’italiano e di italianizzare l’arabo. A proposito dell’immigrazione, in Italia, si parla della manodopera nei campi e delle prostitute nelle strade. Del contributo che intellettuali e artisti provenienti da altre parti del mondo stanno dando alla cultura di questo paese, sembrano accorgersi davvero in pochi». Ha le idee molto chiare Amara Lakhous, giornalista e scrittore nato ad Algeri e in Italia da molti anni, tra le voci più interessanti della nuova narrativa del nostro paese. Se con il suo Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, scritto prima in arabo e pubblicato in Algeria nel 2003 e poi riscritto in italiano e uscito nel 2006 dalle Edizioni E/O, si era esplicitamente ispirato al Gadda di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, trovando un’ottima accoglienza sia presso la critica che tra i lettori, con Divorzio all’islamica a viale Marconi, appena uscito sempre per E/ O (pp. 192, euro 16,00), il gioco sembra ripetersi con il rimando nel titolo al film del 1961 di Pietro Germi.Se nel primo romanzo - da cui è stato tratto anche un film - andava in scena la scoperta reciproca tra italiani e immigrati in un condominio del quartiere multietnico dell’Esquilino, in questo caso è uno dei cascami nostrani della “war on terror” post 11 settembre che condude il siciliano Christian Mazzari, “Issa”, ad incontrare Sofia, una giovane immigrata egiziana, che vive con il marito nella zona di viale Marconi, dive è presente una folta comunità di immigrati musulmani. Il romanzo sarà presentato questo pomeriggio alle ore 18 dall’autore e da Filippo La Porta alla Libreria Feltrinelli di viale Marconi 190 a Roma.

“Divorzio all’islamica a viale Marconi” affronta con molto tatto e ironia il tema della paura dell’altro ma, allo stesso tempo, invita a non considerare l’identità come un tabù, ma come una sorta di punto di osservazione da cui ciascuno parte per incontrare persone e culture diverse. Voleva tranquillizzarci?
(Ride) Messa così sembra che mi proponessi un obiettivo quasi religioso. Anche se c’è del vero in questa analisi. Mi spiego, diciamo che da laico ho cercato di raccontare quella che credo sia una parte della realtà in cui viviamo oggi. In particolare il clima di diffidenza nei confronti dei musulmani che si è diffuso dopo l’11 settembre. Non a caso la storia è ambientata nel 2005, nel periodo degli attentati di Madrid e di Londra, quando veniva annunciato come «imminente» un attentato anche a Roma. E c’era chi speculava sui timori e le paure delle persone per scatenare nuove guerre. Ho voluto fotografare quel clima ricorrendo a quel gioco di specchi, italiani che descrivono immigrati e viceversa, cui avevo già fatto ricorso in Scontro di civiltà.... Per farlo sono partito da un’esperienza personale e da uno studio che avevo fatto in precedenza: ho vissuto quattro anni nella zona di viale Marconi a Roma e la mia tesi di dottorato alla Sapienza era dedicata proprio alla prima generazione di immigrati musulmani arabi a Roma. Perciò ho deciso di mettere insieme questi elementi, frutto dello studio e dell’osservazione diretta, per scrivere il romanzo.

Il gioco degli specchi narrativo fa sì che uno dei protagonisti, Issa, osservi gli immigrati arabi a partire dalla sua esperienza di immigrato siciliano a Roma. Quasi un sistema di scatole cinesi dove ogni identità ne cela sempre anche un’altra: un modo per dirci che per quanto stranieri l’uno all’altro abbiamo sempre qualche punto in comune?
Certamente. Sullo sfondo della storia c’è l’idea che esista una memoria comune, perlomeno nell’area del Mediterraneo. Come arabo io non vengo in Italia, ma ci torno perché, soprattutto in Sicilia, ci sono una parte delle mie radici, della mia cultura. Il nonno di Issa era nato a Tunisi e da lì era andato in Sicilia. Ho voluto segnalare questo elemento perché credo che uno dei danni maggiori che sono stati fatti dopo l’attacco alle Twin Towers è l’aver affermato che è impossibile la convivenza tra la cultura occidentale e quella musulmana, tra il cristianesimo e l’Islam, dimenticando come in passato questi elementi abbiano convissuto negli stessi luoghi intrecciandosi e arricchendosi reciprocamente.

Anche l’altra protagonista del libro, Sofia, ci propone un punto di vista per così dire a più livelli: è un’immigrata ma anche una donna musulmana e nel suo sguardo convivono quesiti e aspettative che sono frutto della sua identità plurale. In questo caso è la sfida delle donne al fondamentalismo ad interessarla come scrittore?
Il tema del ruolo delle donne nella cultura musulmana non è solo di grande attualità ma, direi, di grande urgenza. Da questo punto di vista, scrivendo questo romanzo ho cercato di fare i conti con la mia cultura d’origine, vista e esaminata attraverso gli occhi di una giovane donna. Mi sono calato in questo personaggio e ho cercato di andare fino in fondo nell’esame della situazione. Per un musulmano che vive lontano dal proprio paese d’origine, dove vige ancora oggi un forte controllo sociale, la sfida più importante è proprio quella di misurarsi con temi che d’abitudine sono tabù. Nei paesi musulmani è difficile muovere critiche alla cultura dominante o fare autocritica: un’opportunità che è invece offerta se si vive in Europa. Nel romanzo Sofia compie proprio questo percorso e riesce ad affrontare argomenti davvero complicati e terribili, come quello delle mutilazioni genitali femminili che rappresentano una vera barbarie, e che nel libro paragono allo stupro, prendendo a prestito la scena della violenza carnale subita dalla figlia di Sophia Loren ne La ciociara.

La sua tesi di dottorato all’Università di Roma era dedicata agli immigrati musulmani arabi nel nostro paese che vivono “l’Islam in condizione di minoranza”, perciò lontani dai condizionamenti culturali e sociali dei paesi d’origine. In questo caso dall’Occidente, attraverso la loro esperienza, non si esporta democrazia, ma uno stimolo ad aprire e cambiare le società arabe?
E’ proprio così. Il controllo sociale che è attivo in questi paesi acquista spesso una rilevanza maggiore della religione stessa. Ad esempio, molti musulmani osservano il Ramadan non per fede ma solo per adempiere a quello che è considerato un obbligo sociale. Un musulmano che vive in Europa è invece libero di seguire o meno i precetti del mese del digiuno. L’Islam nella terra della diaspora finisce così per riacquistare tutta la sua dimensione spirituale e individuale, una scelta e un fatto privato non un comportamento sociale. Da laico credo che la religione vada restituita a questa sua dimensione interiore e spirituale, svuotandola di quei significati politici che la possono condurre verso fanatismo e violenza. Questa è almeno l’esperienza che ho fatto in Algeria: dalla politicizzazione dell’Islam si è arrivati al fondamentalismo e da lì al terrorismo il passo è stato davvero breve. Da “Scontro di civiltà...” a “Divorzio all’islamica...” la prospettiva sembra arricchirsi di nuovi elementi: dalla scoperta reciproca si passa alla costruzione di una comunità condivisa. Un percorso che tiene conto anche della sua esperienza di vita, in particolare della recente acquisizione della cittadinanza italiana? Personalmente ho sempre guardato alla diversità come a una grandissima risorsa, però le persone fragili e insicure hanno sempre difficoltà a confrontarsi con qualcuno che considerano diverso. Io ho iniziato il mio percorso in questo paese imparando la lingua e cercando di conoscere la società italiana, forte della mia cultura d’origine ma consapevole del fatto che si trattava di una base su cui poi avrei costruito anche altri elementi. Perciò, l’approdo attuale di questo percorso nelle pagine di Divorzio all’islamica mi ha posto anche davanti alla possibilità di muovere critiche alla mia cultura d’origine. Così ho seguito un po’ la strada di Leonardo Sciascia, che considero uno dei miei maestri, che diceva “quando scrivo di mafia, io scrivo contro me stesso”. Voleva dire che tutti noi siamo profondamentee condizionati dalla cultura in cui siamo cresciuti e dall’educazione che ci è stata impartita. Perciò chi scrive non può evitare di fare i conti con queste sue radici. Così, pensando alla fase della vita che sto attraversando - vivo qui da quindici anni e sono cittadino italiano da due -, ho potuto guardare senza ambiguità alle mie origini e senza fare sconti alla realtà di cui faccio parte ora.