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Little Cairo a viale Marconi

Autore: Tiziana Barrucci
Testata: Europa
Data: 27 novembre 2010

Ha una scrittura a tutto tondo Amara Lakhous, di quelle che ti fanno sentire parte del foglio che stai leggendo e descrivono i personaggi come se uscissero dal libro per dispiegarsi davanti a te, anche solo nello schermo gigante di un cinema tridimensionale. Ti diverte, ti incuriosisce, ti fa ragionare. Tutto solo in un'unica riga, a volte. Quelle del suo ultimo romanzo, uscito da poco per e/o: Divorzio all'islamica a viale Marconi (pp. 192, euro 16,00). A Roma, a due passi da Trastevere e a mezz'ora da piazza di Torre Argentina, viale Marconi a prima vista sembra solo un quartiere piccolo borghese, trafficato di giorno e semi deserto di sera. Di quelli dove capiti se devi comprare una camicia nuova o uno stereo a buon mercato. Un po' anonimo e tanto inquinato, con le sue interminabili file di vetrine, quei palazzoni anni Settanta e gli innumerevoli semafori che a guardare le code di autovetture pare siano eternamente rossi. Eppure l'anima vera di viale Marconi è diversa. La cogli se ti allontani dalle vie maestre e ti addentri nei vicoli laterali, dove il negozio halal (cibi preparati secondo la legge islamica) si piazza giusto di fronte a quello kosher (cibi in accordo alle regole ebraiche), e le file per la moschea convivono con quelle per entrare in sinagoga. L'anima multietnica di viale Marconi viene allo scoperto il sabato mattina, quando tra le bancarelle ai cigli delle strade colorati veli coprono il capo di altrettante signore che discorrono a voce alta in una lingua straniera. L'arabo si presenta in maniera diversa. Diviso come è tra i suoi molteplici dialetti nazionali, lascia capire molto della persona che lo parla. Camminare a viale Marconi è un po' come attraversare l'altra sponda del Mediterraneo senza neanche andare all'aeroporto. Da un angolo all'altro dello stesso marciapiede passi dall'accento delle campagne dell'Alto Egitto alle inquinate strade del Cairo attraversando pure la tranquilla Alessandria. Per poi balzare sul marciapiede dirimpetto e partire alla volta di Tunisi, fermandoti un istante nella Fès dell'entroterra marocchino. Una sinfonia di lingue che si scontrano e si fondono. Un guazzabuglio di identità. Che si avvicinano e si mischiano con quelle dei residenti romani: vecchie generazioni qui da quarant'anni, giovani con la loro prima casa a prezzi ancora ragionevoli, italiani ebrei con le loro feste nel cortile della sinagoga. E così tra veli colorati e più serie kippah, a volte ti dimentichi di stare, ancora, passeggiando per l'italiana Roma. Quel guazzabuglio di identità, Lakhous le ha raccontate. Complice un linguaggio che imita dialetti arabi e italiani. Con una storia fantastica che diventa gioco di specchi, fatto di italiani che descrivono immigrati e immigrati che parlano di italiani. Nessun accenno agli ebrei, ma la motivazione per Lakhous è chiara: «Si deve raccontare una cosa alla volta se si vuole raccontarla bene». E in effetti il racconto è di quelli ben riusciti, immigrati e italiani costruiscono una comunità condivisa. Le due sponde si ritrovano nell'amore silenzioso tra Chiristian e Safia; nell'italiano che dà lavoro a Said, o nella formosa Teresa che guadagna rimpinzando la casa di immigrati. L'idea del romanzo nasce dalla diffidenza, quella post 11 settembre, verso i musulmani. L'artificio retorico costruisce il resto. Prende così vita la storia nella storia. L'incipit è un'informativa degli 007 italiani: una cellula terroristica basata a viale Marconi compirà un attentato. Il siciliano Chirstian, ex studente modello di arabo, è arruolato. Entrerà nella comunità araba con il nome di Issa, immigrato tunisino. Per presto portare un fuoriprogramma però, innamorandosi della bella Safia, in Italia chiamata da tutti Sofia. Il finale è a sorpresa, ma per tutto il libro le parole dei due giovani raccontano con aneddoti, riflessioni e sketch esilaranti la "Little Cairo" di viale Marconi, dal nome del call center dove gli immigrati si ritrovano. Sofia e Issa parlano di islam, arabismo, discriminazione. Aiutati da Rami il macellaio – meglio noto come il signor Haram (proibito per l'islam) – e da Zaki la guida spirituale, o da Akram, il proprietario di Little Cairo. Personaggi tracciati con sapienza e ben legati alla realtà. Perché frutto di una fusione perfetta tra fantasia e ricerca metodica. Ricerca durata quattro lunghi anni, tanto Lakhous ha vissuto a viale Marconi, «raccogliendo aneddoti», come lui stesso ci racconta. Del resto «spesso i romanzi sono l'incrocio di cose che esistono e fantasia – avverte – non per questo è però possibile riconoscere anagraficamente il protagonista di un libro». Forse perciò il macellaio – che nella realtà si chiama Yasser, "come Arafat" – non è veramente l'imam della comunità musulmana, nonostante la sua zediba in fronte (il "bernoccolo della preghiera") tradisca la sua devozione. E neanche il vero proprietario del call center, il giovane Karim, ricorda tanto il ficcanaso Akram, perso come è nei sogni di calciatore e così poco attento ai pettegolezzi della sua comunità. Solo Sami, il vero imam della moschea della Pace, rammenta un po' l'imam Zaki del romanzo, con la sua dolcezza. Ma la verità è che i personaggi di Lakhous sono personaggi universali, che raccontano il mondo della nostra porta accanto, la discriminazione, la convivenza e la democrazia. Come fa Sofia, stretta in un velo che non voleva ma che diventa la sua identità ritrovata, contrapposta alle minigonne di viale Marconi e a quegli sguardi indagatori un po' impauriti dei passanti, noi, gli italiani.